Le regole probatorie nel giudizio civile di accertamento della responsabilità medica

Corte Cassazione (3) Imc

Corte Cassazione (3) Imc

(a cura della Redazione PlusPlus24 Diritto – Quotidiano del Diritto)

  • Responsabilità medica – Responsabilità della struttura sanitaria – Onere della prova a carico del debitore e del danneggiato – Fattispecie relativa a danni cerebrali da ipossia neonatale (Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 4 aprile 2017 n. 8664)

In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contratto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contratto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante, con la conseguenza che qualora all’esito del giudizio permanga incertezza sull’esistenza del nesso causale tra condotta del medico e danno, questo ricade sul debitore. Con specifico riferimento, come nel caso di specie, ai danni cerebrali da ipossia neonatale in presenza di un’azione o di un’omissione dei sanitari nella fase del travaglio o del parto in ipotesi atte a determinare l’evento, l’essere rimasta ignota la causa del danno non può ritornare a vantaggio della parte obbligata, la quale è anzi tenuta alla prova positiva del fatto idoneo ad escludere l’eziologica derivazione del pregiudizio dalla condotta inadempiente.

  • Responsabilità professionale – Colpa medica – Fattispecie ralativa ad asfissia perinatale – Difettosa tenuta della cartella clinica – Conseguenze sul piano probatorio (Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 31 marzo 2016 n. 6209)

La difettosa tenuta della cartella clinica da parte dei sanitari non può tradursi, sul piano processuale, in un pregiudizio per il paziente ed è anzi consentito il ricorso alle presunzioni in ogni caso in cui la prova non possa essere data per un comportamento ascrivibile alla stessa parte contro la quale il fatto da provare avrebbe potuto essere invocato; tali principi, che costituiscono espressione del criterio della vicinanza alla prova nel più ampio quadro della distribuzione degli oneri probatori, assumono speciale pregnanza in quanto sono destinati ad operare non soltanto ai fini della valutazione della condotta del sanitario (ossia dell’accertamento della colpa), ma anche in relazione alla stessa individuazione del nesso eziologico fra la condotta medica e le conseguenze dannose subite dal paziente. L’imperfetta compilazione della cartella clinica non può tradursi in uno svantaggio per il paziente perché ciò si tradurrebbe in un inammissibile vulnus al criterio che onera la parte convenuta della prova liberatoria in merito all’esattezza del proprio adempimento.

L’affermazione della responsabilità del medico per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato, ed asseritamente causati dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova, che dev’essere fornita dal danneggiato, della sussistenza di un valido nesso causale tra l’omissione dei sanitari ed il danno. Tale prova sussiste quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno cerebrale patito dal neonato sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appaia più “probabile che non” che un tempestivo o diverso intervento o da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato. Una volta fornita tale prova in merito al nesso di causalità, è onere del medico, ai sensi dell’articolo 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta.

  • Responsabilità medica – Accertamento – Preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non” (Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 9 giugno 2011 n. 12686)

E’ configurabile il nesso causale tra il comportamento omissivo del medico ed il pregiudizio subito dal paziente qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi; l’onere della prova relativa grava sul danneggiato, indipendentemente dalla difficoltà dell’intervento medico-chirurgico. Tuttavia, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli articoli 40 e 41 c.p., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano, ad una valutazione “ex ante”, del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversita’ del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell’accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, mentre nel processo penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”.

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