Legge di Stabilità, cosa cambia per le pensioni

Previdenza - Pensione Imc

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(di Roberto E. Bagnoli – Iomiassicuro.it)

Via alla penalizzazione per tutti coloro che sino al 2017 vanno in pensione prima dei 62 anni di età. Riduzione delle imposte per i pensionati ultrasettantacinquenni. E ancora: allargata la cosiddetta “opzione donna”, part-time per chi è in prossimità del pensionamento, indicizzazione “raffreddata” per altri due anni e l’ennesima salvaguardia a favore degli esodati. Sono queste, in intesi, le novità in materia previdenziale contenute nella Legge di Stabilità 2016. Andiamo con ordine cercando di fare il punto della situazione.

Stop alla penalizzazione. Niente penalizzazione per chi va in pensione entro il 2017. E dal 2016 questo vale per tutti, anche per chi ha già subìto la decurtazione nel triennio 2012-2014. Proviamo a spiegarci meglio. Per scoraggiare il ricorso alla pensione di anzianità, la riforma Fornero ha introdotto, a partire dal 2012, un meccanismo che penalizza chi decide di uscire prima dei 62 anni di età. La penalizzazione consiste in una riduzione della quota “retributiva” maturata sino al 31 dicembre 2011: un punto percentuale per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 anni di età minima e di due punti percentuali per gli anni di anticipo rispetto ai 60 anni di età. Per chi per esempio va in pensione a 59 anni, la quota retributiva maturata prima della riforma, che ha introdotto il calcolo “contributivo” per tutti, subisce una riduzione del 6%: 2% per i due anni di anticipo rispetto ai 62, più 2% per l’ulteriore anno di anticipo rispetto ai 60. Ebbene, la legge di Stabilità 2015 aveva cancellato la penalizzazione per tutti i trattamenti maturati entro il 31 dicembre 2017, mentre ora la legge di Stabilità 2016 ha ripescato anche coloro che avevano subìto la riduzione dell’assegno Inps nel triennio 2012-2014. Senza diritto però a quanto già perso. La depenalizzazione, che ha come conseguenza il rispristino del trattamento pensionistico “intero”, parte infatti dal primo gennaio 2016.

Opzione donna. Si potrà andare in pensione con “l’opzione donna” anche nel caso in cui i requisiti per l’accesso alla prestazione siano maturati entro il 31 dicembre 2015 e la decorrenza del trattamento sia successiva a tale data. Viene così a conclusione la sperimentazione, voluta dalla riforma Maroni nel 2004 e confermata dalla riforma Fornero nel 2011. Tale facoltà è quindi estesa anche alle lavoratrici che hanno maturato i requisiti previsti (35 anni di contributi e 57 e 3 mesi di età, 58 e 3 mesi le autonome), entro il 31 dicembre 2015, ancorché la decorrenza del trattamento sia successiva a tale data, fermi restando il regime delle decorrenze (attesa di 12 mesi, 18 per le autonome) e il meno favorevole sistema di calcolo “tutto contributivo”.

Part-time. I lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi quindi i pubblici) con contratto di lavoro a tempo pieno che maturano entro il 31 dicembre 2018 il diritto alla pensione di vecchiaia (66 e 7 mesi nel triennio 2016-2018), possono, d’intesa con il datore di lavoro per un periodo non superiore a 3 anni (devono quindi aver compiuto 63 anni e 7 mesi), ridurre l’orario del rapporto in misura compresa tra il 40 e il 60%, intascando mensilmente una somma pari alla contribuzione (quota a carico della ditta) a fini pensionistici (23,81% della retribuzione) relativa alla prestazione lavorativa non effettuata. Tale importo non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente e non è assoggettato a contribuzione previdenziale. Per i periodi di riduzione della prestazione lavorativa è riconosciuta la contribuzione figurativa commisurata alla retribuzione corrispondente alla prestazione lavorativa non effettuata. Tradotto in parole povere, questo significa che il lavoratore part-time arriva al pensionamento senza alcun danno per l’assegno Inps: come se avesse continuato a lavorare a tempo pieno.

Esodati. La legge di Stabilità per il 2016 prevede anche il settimo intervento che permetterà ad altre 26mila e 300 persone rimaste senza lavoro di percepire la pensione. Si tratta di lavoratori che, a suo tempo, accettarono la proposta di dimissioni volontarie o risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, formulata dalla loro azienda, in cambio di un’extra-liquidazione, solitamente ragguagliata al tempo mancante all’accesso alla pensione. Poiché la riforma Fornero ha posticipato i requisiti, queste persone rischiano di avere un periodo, spesso di alcuni anni, non coperto dall’ammontare pattuito per l’esodo volontario. Con la settima salvaguardia l’esercito degli esodati sale così a 172.466. Le “categorie” interessate sono le solite: soggetti che hanno cessato l’attività e sono autorizzati alla prosecuzione volontaria, i mobilitati, ecc. a condizione che maturino la pensione con decorrenza entro il 6 gennaio 2017.

No tax area. Niente imposte per i pensionati che hanno più di 75 anni e incassano meno di 8mila euro all’anno, poco più di 600 euro al mese. La legge di Stabilità 2016 ha infatti innalzato la no tax area degli assegni pensionistici, ossia la soglia di reddito al di sotto della quale non si paga l’Irpef. Nel 2015 era fissata a 7.500 per i pensionati con meno di 75 anni e a 7.750 euro per gli over 75. Nel 2016, invece, l’asticella salirà a 7.750 euro per i primi e 8mila euro per chi ha più di 75 anni. Per non far pagare le tasse ai pensionati più indigenti, il Fisco riconosce alcune detrazioni, uno sconto sull’Irpef da pagare, variabile a seconda del reddito dichiarato. Per gli under 75, sino al 2015 la detrazione massima era di 1.725 euro, mentre per gli over 75 era pari a 1.783 euro all’anno. Dal 2016, l’importo è salito a 1.880 euro per chi ha più di 75 anni e 1.783 euro per gli under 75. Man mano che sale il reddito dichiarato, però, queste detrazioni scendono progressivamente, fino ad annullarsi del tutto per chi guadagna oltre 55mila euro lordi annui (2.800 euro netti al mese). Insomma, un piccolo aumento delle pensioni, nell’ordine di qualche decina di euro al mese, ma solo per pochi.

Niente aumenti nel 2016. L’indice Istat dell’inflazione 2015 è negativo e pertanto dal primo gennaio 2016 non è stato riconosciuto alcun aumento delle pensioni. Ma, come se non bastasse, l’indice provvisorio dello scorso anno, che era stato stabilito nello 0,3%, è stato definitivamente fissato allo 0,2%, per cui dal primo gennaio le pensioni sono state lievemente ridotte, con la prospettiva della restituzione di quanto corrisposto in più nel 2015 (per le pensioni al minimo il recupero si aggira intorno ai 6 euro). Una rivalutazione “negativa” non si era mai verificata nel corso degli anni, non essendo neppure ipotizzabile. Si è resa quindi opportuna una sanatoria, contenuta in uno degli ultimi emendamenti apportati alla legge di Stabilità del 2016. In altre parole, a gennaio sono stati posti in pagamento gli importi “corretti” (in negativo) sulla base dell’inflazione definitiva 2014, ma non vi sarà alcuna trattenuta riferita al 2015: il conguaglio si farà nel 2017. E non è finita qui. Prima della riforma Monti-Fornero, l’adeguamento pieno all’inflazione riguardava tutte le pensioni fino a tre volte il trattamento minimo e scendeva al 90% per gli importi fra tre e cinque volte il minimo, e al 75% oltre cinque volte il minimo. Con la legge di Stabilità 2014 è stato previsto, per il biennio 2015-2016, che la perequazione venga attribuita al 100% per i trattamenti fino a tre volte il trattamento minimo; al 95% per quelli da tre a quattro volte il minimo; al 75% per quelli da quattro a cinque volte il minimo; al 50% per quelli da cinque a sei volte il minimo e al 45% per i trattamenti complessivi superiori a sei volte il trattamento minimo. Per reperire risorse per la cosiddetta “opzione donna”, il part-time a fine carriera e la “no tax area” per i pensionati, la legge di Stabilità 2016 sposta al 2018 l’indicizzazione raffreddata. Se ne riparlerà nel 2019. Un’ulteriore penalità, che andrà a erodere il potere d’acquisto della classe media. Una nuova beffa, considerato che il recente provvedimento sul recupero dell’indicizzazione perduta nel biennio 2012-2013, che ha fatto seguito alla sentenza d’incostituzionalità del “blocco” deciso dalla riforma Fornero, ha lasciato in gran parte a bocca asciutta proprio gli assegni della classe media.

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