Lesioni stradali, lucro cessante alternativo alla perdita di chance

Cassazione - Esterno Imc

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(di Francesco Machina Grifeo – Quotidiano del Diritto)

In un sinistro stradale, la «particolare gravità» delle lesioni riportate dalla vittima non autorizza di per sé sola la «personalizzazione del danno», in assenza della prova di una maggiore nocività rispetto a casi analoghi. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza 13 ottobre 2016 n. 20630, chiarendo anche che il danno da perdita di chance è alternativo rispetto a quello da lucro cessante, viceversa si arriverebbe ad una irragionevole «duplicazione risarcitoria».

Il caso era quello di un giovane calciatore di 15 anni coinvolto in un gravissimo incidente, mentre veniva trasportato da un autista su di una autovettura di una terza persona, che lo aveva lasciato con una invalidità del 90%. Prima il tribunale e poi la Corte di appello condannarono l’istituto assicurativo al risarcire oltre 1,7 milioni di euro al ragazzo e quasi 200mila alla madre, importo poi lievemente ritoccato al rialzo in Appello. Entrambi però proposero ricorso lamentando, tra l’altro, la mancata personalizzazione e la perdita di chance.

La Suprema corte, nel rigettare tutte le domande, afferma che correttamente il giudice di secondo grado ha applicato il principio per cui la liquidazione del danno «non patrimoniale» si articola in due fasi: la prima consiste nell’individuazione di un parametro standard uguale per tutti, «per garantire parità di risarcimento a parità di danno»; la seconda «nell’adeguamento dello standard al caso concreto, con variazione qualitativa (rendita piuttosto capitale) o quantitativa (aumentando o riducendo il valore standard)». Mentre stabilire l’esatta misura del risarcimento non è questione discutibile in Cassazione, salvo il caso di iniquità manifesta, «certamente non sussistente» dal momento che alla vittima «è stato accordato un risarcimento di quasi due milioni di euro». In particolare, prosegue la sentenza, il danno alla salute viene solo convenzionalmente ancorato a delle percentuali ma in realtà esso «consiste nel complesso di privazioni che la vittima dovrà subire nella vita quotidiana, lavorativa e sociale per effetto della menomazione». Ora, un invalidità del 90%, prosegue la sentenza, «incide ovviamente in modo pesante sulla vita di relazione», ma di questo già si tiene conto nelle tabelle di liquidazione, «diversamente opinando, non si comprenderebbe più quale dovrebbe essere il contenuto oggettivo della nozione di “danno biologico”».

Ovviamente, prosegue la sentenza «ben può accadere che nel singolo caso i postumi permanenti provochino una più incisiva compromissione della vita di relazione, rispetto ai casi analoghi: ma tale circostanza deve essere tempestivamente allegata e adeguatamente provata». Nel caso affrontato però la vittima «al di là di stereotipe e per ciò solo irrilevanti formule di stile» non ha indicato perché «le lesioni patite abbiano provocato una compromissione della vita di relazione maggiore e più significativa» rispetto ad altri della stessa età, e dunque in definitiva perché si sarebbe dovuto derogare al «criterio standard».

Con un altro motivo poi i ricorrenti hanno censurato il mancato riconoscimento della «perdita di chance» considerata la promettente attività di calciatore della vittima. La sentenza, però, ricorda la Cassazione, ha liquidato il «danno da perdita di capacità di lavoro» ponendo a base di calcolo la metà del reddito di un calciatore di serie “A”, per cui non poteva poi considerare anche la perdita di chance. «Delle due, infatti l’una; o la vittima dimostra di avere perduto un reddito che verosimilmente avrebbe realizzato, ed allora la spetterà il risarcimento del lucro cessante; ovvero la vittima non dà quella prova, ed allora le può spettare il risarcimento del danno da perdita di chance». E siccome si è valutata la perdita dei redditi futuri, sommando il lucro cessante «si realizzerebbe una duplicazione risarcitoria, e la vittima verrebbe addirittura a trovarsi in una situazione patrimonialmente più favorevole di quella in cui si sarebbe trovata se fosse rimasta sana».

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