Long Term Care, uno strumento “democratico” per la sfida alla non autosufficienza

Longevità - Anziani - Vecchiaia - Amore Imc

Longevità - Anziani - Vecchiaia - Amore Imc

(di Alberto Brambilla, presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – IlPunto Pensioni&Lavoro)

La pressione generata dall’invecchiamento della popolazione sui bilanci pubblici e familiari fa della non autosufficienza uno dei temi “caldi” del dibattito sulla riorganizzazione dei sistemi di welfare: quali le prospettive offerte dal comparto LTC? 

L’aumento della aspettativa di vita produrrà un incremento della spesa per pensioni, sanitaria ma sopratutto per la non autosufficienza, per la quale già oggi lo Stato spende circa 30 miliardi, cui vanno aggiunti altri 9,2 miliardi spesi dalle famiglie, prevalentemente per le badanti. Dato, quest’ultimo, ovviamente sottostimato perché molte sono irregolari. Secondo le ultime stime, il costo per la non autosufficienza (Long Term Care) passerà dall’attuale 1,8% a oltre il 3% del Pil nei prossimi trent’anni.

Visti i dati del bilancio pubblico sarà molto difficile aumentare questa spesa, e allora che fare? Questo uno degli interrogativi sollevati dal Tavolo di Lavoro sul Tema della Non Autosufficienza, serie di momenti di incontro e discussione sul tema, promossa dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, con il supporto scientifico di Assoprevidenza.

La speranza di vita alla nascita è enormemente aumentata. Nel 1955, era di 64 anni e mezzo per gli uomini e per le donne circa quattro anni in più, ma la pensione si prendeva a 60 anni (50 per le donne); nel 2015, si è alzata e 80 anni e mezzo per i maschi e 85 per le femmine, ma il dato ancora più importante da rimarcare è la durata media della vita dopo i 60 e gli 80 anni, rispettivamente pari per gli uomini a 23 e 8,8 anni e, per le donne, a 27 e 10,7 anni. Valore quest’ultimo destinato, oltretutto, a crescere ancora: si stima che nel 2050 la speranza di vita di un ottantenne sarà pari a oltre11 anni e mezzo per gli uomini e a oltre 14 anni per le donne.

Uno dei primi interrogativi che ci si è posti è allora “chi pagherà questo incremento di spesa” visto che, con l’incremento della aspettativa di vita e con l’atomizzarsi delle famiglie (singoli o coppie senza figli o con un solo figlio), una buona parte di italiani si troverà in una condizione di essere assistito parzialmente o totalmente. Tanto più che il costo medio delle rette nelle RSA si aggira sui 2.500 euro al mese, cioè più del doppio della pensione media degli italiani.

La sorpresa è poi arrivata dal confronto tra le tariffe relative all’adesione collettiva o individuale. Infatti, per un soggetto che, in caso di perdita della autosufficienza, volesse disporre di poco più di 1.000 euro al mese (l’importo mancante tra la pensione media oggi percepita e la retta mensile di una struttura residenziale), il costo di una polizza LTC sarebbe pari a quasi 300 euro annui per un trentenne e quasi a 1.000 euro per un sessantacinquenne, mentre se l’adesione fosse collettiva, come peraltro già accade per alcune Casse privatizzate o per alcune categorie di lavoratori, si ridurrebbe a prescindere dall’età a meno di 50 euro annui, peraltro soggetti a defiscalizzazione.

E allora la soluzione, prima ancora che dividersi tra i fautori del servizio pubblico o privato o tra volontarietà o obbligatorietà di adesione, potrebbe essere quella di suggerire che tutti i fondi pensione complementari, e in tutte le tornate di rinnovi contrattuali, venga prevista l’adesione alla LTC in forma collettiva e soprattutto a “vita intera”, al fine di garantire le prestazioni anche dopo il pensionamento e finché si vivrà. E con queste risorse si potrà scegliere il percorso ADI (assistenza domiciliare integrata) o in strutture per le terze, quarte e quinte età, tema che verrà sviluppato nel corso dei prossimi incontri, tenendo conto anche di esperienze come quella della regione Lombardia, all’avanguardia in materia.

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