Medici, il salasso delle polizze assicurative

Salute - Medico - Critical Illness Imc

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(di Monica Tiezzi – Gazzetta di Parma)

Sanità, l’allarme: «Chi farà le specialità più rischiose?». Escalation delle tariffe: in arrivo una legge che cerca di arginare il contenzioso

A pagare di più sono ginecologi, chirurghi (soprattutto ortopedici e di chirurgia estetica) e oculisti. Il «conto» da pagare è quello delle polizze assicurative che i professionisti della sanità devono stipulare per tutelarsi dalle richieste di risarcimento di pazienti, che hanno registrato un boom negli ultimi anni. Al punto che non solo sono lievitati gli importi da pagare alle compagnie, ma a volte è anche difficile trovare un’assicurazione disposta a stipulare la polizza.

Il fenomeno nasce sostanzialmente da due fattori: da un lato l’aumento esponenziale del contenzioso nei confronti dei medici (legato sia ad una maggiore consapevolezza dei pazienti sui propri diritti, che all’atteggiamento aggressivo da parte delle tante società di consulenza legale sorte intorno al «business»), dall’altro la ridotta tutela assicurativa offerta dalle aziende sanitarie e ospedaliere ai propri dipendenti.

Ausl ed Azienda ospedaliera-universitaria (di Parma, ndIMC), ad esempio, in base ad una legge regionale del 2012, dal dicembre 2015 gestiscono il contenzioso e l’eventuale risarcimento derivante da «eventi avversi» con un proprio fondo, e non più avvalendosi della copertura di una compagnia assicuratrice. Il programma regionale individua una casistica in base all’importo del risarcimento: per i sinistri che prevedano risarcimenti fino a 250 mila euro, la gestione sarà direttamente in capo alle singole aziende sanitarie, oltre i 250 mila euro collaboreranno Regione ed enti.

All’interno del mondo medico, diversa è la situazione del medico dipendente a tempo pieno dall’Ausl o da un’azienda ospedaliera rispetto al libero professionista, che solitamente paga di più. Il medico dipendente può pagare cifre molto variabili che vanno dai 500 ai 15 mila euro l’anno. Tanti sono i fattori che contribuiscono ad alzare o abbassare la tariffa: la copertura assicurativa e il premio; se il professionista svolge o meno attività «intramoenia» (attività libero professionale all’interno di una struttura pubblica); il numero di pazienti; aver già subito una condanna di risarcimento. Ma soprattutto il tipo di attività svolta: meno «care» consulenze e visite, più onerose le pratiche invasive, decisamente costose le pratiche chirurgiche.

Per ovviare agli alti costi delle assicurazioni, si sono mossi i sindacati e soprattutto le società scientifiche di riferimento delle varie specialità, che hanno contrattato con le assicurazioni prezzi e condizioni delle polizze, valutando i profili di rischio e la sinistrosità.

«La collaborazione con le società scientifiche è stata cruciale per redigere al meglio polizze ad hoc per le diverse specialità e per calmierare le tariffe, che possono abbattersi anche del 50% rispetto alla contrattazione individuale», dice una broker di assicurazioni.

Ma quanto spendono i medici che si vogliono tutelare dalle richieste di risarcimento? «Il ginecologo in libera professione può arrivare a sborsare dai 10 ai 20 mila euro l’anno, un chirurgo dai quattromila ai diecimila, clinici, dentisti, specialità non chirurgiche e medici di base sborsano fra i mille e i quattromila euro l’anno», dicono alla Reale Mutua assicurazioni di Parma.

«I prezzi sono decuplicali nel giro di 15 anni – spiega Ermanno Borgarani della Generali Assicurazioni di via Sidoli –. Un ginecologo, a fronte di un milione di nominale, non paga meno di 15 mila euro l’anno. Per questo molti specialisti si stanno consorziando o costituendo studi associati per dividersi le spese».

Anche per le assicurazioni, per la verità, i medici sono diventati un grattacapo. Lo ammettono un po’ tutte le agenzie. «Valutiamo caso per caso. Siamo molto cauti se ci sono già state condanne per malpractice. Le spese legali per assistere questi clienti sono alte, anche se non tutte le richieste risarcitorie vengono accolte dai giudici», dice Gianluca Costa dell’agenzia Unipol di viale Mentana.

Per mettere un argine ai contenziosi medici e alla medicina difensiva, è stata approvata dalla Camera, ed è attualmente in discussione al Senato, una nuova legge sulla responsabilità professionale del personale sanitario, il ddl Gelli. Un testo accolto con molti distinguo dal mondo medico e anche dalle associazioni di pazienti.

«È un primo tentativo di rivedere in modo organico i problemi di malpractice e da questo punto di vista lo giudichiamo positivamente. Al tempo stesso introduce alcune novità controverse», dice Dante Di Camillo, medico legale dell’ospedale Maggiore, segretario aziendale di Anaao-Assomed, associazione dei medici dirigenti. È positivo, dice Di Camillo, che l’onere della prova dell’errore medico spetti al paziente che cita l’ospedale ed eventualmente anche il medico. «Più discutibile l’articolo 9 del testo, che prevede che l’azienda ospedaliera, avendo pagato l’eventuale danno con fondi propri, si possa rivalere sul medico in caso di dolo o colpa grave. È vero che la somma non può superare il triplo della retribuzione lorda annua del medico, ma è una norma che rompe il patto fra medico ed azienda, rischiando di compromettere anche le politiche di gestione e riduzione del rischio», dice Di Camillo.

Di contro le associazioni dei cittadini, come il Tribunale per i diritti del malato, puntano il dito contro la volontà di ridurre i termini di prescrizione per l’azione risarcitoria da 10 anni a 5 anni e contro il progetto di scaricare l’onere della prova degli errori sui cittadini.

Comunque si giudichi la legge Gelli, resta il problema della copertura assicurativa per i medici, con cifre che non tutti possono permettersi, soprattutto se sono all’inizio della carriera. «Sono molto preoccupato per il futuro della medicina, perchè c’è il rischio che la categoria si rifugi in nicchie redditizie e a basso rischio», dice Gianfranco Cervellin, dirigente del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore e rappresentante dell’Anpo, l’Associazione nazionale primari ospedalieri. Detta in parole meno diplomatiche, che si opti sempre più per specialità poco rischiose e, anche all’interno delle specialità più a rischio, si «mollino» i pazienti più problematici.

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