Osservatorio sulla spesa pubblica: Più di 750mila pensioni pagate da oltre 37 anni, gli errori da non ripetere

Previdenza - Pensione Imc

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Secondo l’ultimo Osservatorio curato da Itinerari Previdenziali, sono 758.372 gli assegni pensionistici messi in pagamento dall’Inps da più di 37 anni: donne e prepensionati di anni Ottanta e Novanta sono tra i principali beneficiari delle rendite di lunghissimo corso. La durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa 38 anni per i dipendenti del settore privato e, nel caso del settore pubblico, rispettivamente di 41 anni e 41,5 anni per lavoratori e lavoratrici: prestazioni corrette sotto il profilo attuariale non dovrebbero superare i 25 anni. Un’analisi delle decorrenze pensionistiche evidenzia un sistema previdenziale oggi decisamente irrigidito dalla riforma Monti-Fornero, ma sin troppo generoso tra 1965 e 1980: saltata la relazione contributi e prestazioni, con effetti che gravano tuttora sul bilancio del welfare

Secondo quanto emerge dall’Osservatorio a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sulla durata media delle pensioni italiane decorrenti dal 1980 al 2018 (per numero, tipologia, genere e gestione), all’inizio di quest’anno risultano in pagamento presso l’Inps oltre 750.000 prestazioni pensionistiche – comprese quelle ex-INPDAP relative ai pagamenti pubblici – liquidate da oltre 37 anni, vale a dire erogate a donne e uomini andati in pensione nel 1980, o anche prima. Nel dettaglio relativo alle 758.372 posizioni individuate, si tratta di 683.392 prestazioni fruite da lavoratori dipendenti e autonomi (artigiani, commercianti e agricoli), di cui 546.726 erogate a donne e 136.666 a uomini; per i pubblici, il conto ammonta invece a 74.980 prestazioni, di cui 49.510 liquidate a pensionate di sesso femminile e 25.470 a pensionati uomini.

Se si considera che prestazioni corrette sotto il profilo attuariale dovrebbero durare in media 25 anni, quelle evidenziate dall’ultimo Osservatorio sulla spesa pubblica di Itinerari Previdenziali sono quindi cifre “destinate a far discutere”. Attraverso l’esame in serie storica delle pensioni che sono ancora in vigore all’1 gennaio 2018, a partire da quelle decorrenti dal 1980 (o anni precedenti), il documento – formulato tenendo conto per le età medie attuali la data del 31 dicembre 2017 – si propone di ricavare alcuni indicatori sull’evoluzione della normativa italiana in ambito pensionistico e sugli effetti prodotti dalle diverse leggi in materia sulla spesa pubblica del Paese, “con il chiaro intento di evidenziare errori che ancora gravano sul sistema e, quindi, da non ripetere”.

«Se con la riforma Monti-Fornero si è poi passati a un’eccessiva rigidità, è altrettanto vero che tra il 1965 e il 1990 si è persa la correlazione tra contributi e prestazioni, adottando requisiti di enorme favore», spiega infatti Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nel ricordare che ci vorranno diversi anni per ridurre anomalie, che tuttora appesantiscono il bilancio del welfare italiano.

Basta pensare, rileva lo studio, che la durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa 38 anni per i dipendenti del settore privato e di 41 anni per i lavoratori e 41,5 per le lavoratrici nel caso del settore pubblico. «Volendo anche tener conto dell’aspettativa di vita, siamo appunto ben oltre il paletto dei 25 anni che dovrebbe rappresentare un buon punto di equilibrio tra periodo di lavoro e tempo di quiescenza: anzi a oggi – evidenzia Brambilla – sono in pagamento addirittura 3.806.297 prestazioni che hanno superano la durata di 25 anni e più, pari al 24% circa del totale dei pensionati (circa 16 milioni nel 2017). Si potrebbe dire una sorta di reddito di cittadinanza ante litteram, anche se mascherato da pensione».

Tra le categorie maggiormente favorite vi sono le donne, cui spetta l’80% delle prestazioni in pagamento da 37 anni e più e il 67% di quelle oltre i 25 anni; pensioni di invalidità, superstiti e vecchiaia le tipologie di prestazioni prevalenti. Itinerari Previdenziali rimarca poi che, al gennaio 2018, nel settore privato risultano ancora in essere circa 250mila pensioni dovute a prepensionamenti avvenuti anche con dieci anni di anticipo rispetto ai requisiti allora vigenti: numeri “che evidenziano l’uso particolarmente intensivo del prepensionamento fatto sino al 2002 e che in Italia, a differenza di quando non accada in altri Paesi Europei, gravano appunto sul bilancio pensionistico anziché essere considerati delle vere e proprie misure di “sostegno al reddito””. Analoga la situazione delle invalidità previdenziali: all’inizio di quest’anno ne risultano in pagamento oltre 948mila (il 6,8% del totale pensioni), di cui 328.000 con oltre 37 anni e 490.000 con 25 e più anni.

Secondo Itinerari Previdenziali, infine, merita una particolare attenzione il caso della pubblica amministrazione, “che ha potuto beneficiare di norme estremamente favorevoli per andare in pensione anticipatamente negli anni Settanta-Ottanta e fino ai primi anni Novanta”, quando la riforma Amato (1992) e la successiva riforma Dini (1996) posero fine al fenomeno delle baby pensioni, maturate cioè a fronte di pochi anni di contributi (dopo 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio utile per le donne sposate o con figli, ad esempio). In questo caso, le prestazioni pensionistiche erogate da oltre 37 anni sono quasi 75mila, con prevalenza – per entrambi i generi – della pensione di anzianità su quella di vecchiaia. Fenomeno dovuto, soprattutto per la platea femminile, a carriere più continuative e lunghe, così come alle maggiori tutele (ad esempio in caso di maternità) un tempo attuate dal settore pubblico rispetto al privato.

«Purtroppo, l’Italia preferisce spostarsi sempre sulle estreme anziché mantenersi in un centro “equilibrato” e tutto questo ne è il risultato. Pensiamo ad esempio al dibattito sulle pensioni – commenta Brambilla – che, nelle ultime settimane, si è concentrato sul “ricalcolo” delle pensioni oltre i 4.000/4.500 euro, senza invece considerare tutte quelle prestazioni che, pur magari inferiori come importo, sono in pagamento da tempi lunghissimi e senza essere sostenute da un adeguato versamento di contributi…».

L’Osservatorio di Itinerari Previdenziali intende inoltre fornire dati utili “anche a sfatare alcuni luoghi comuni”, come quelli relativi all’età di pensionamento: «Spesso gli italiani si lamentano perché le età per andare in pensione sono (in alcuni casi anche molto nettamente) più elevate che in passato e aumentano ogni due anni – conclude Brambilla –. I motivi però sono essenzialmente due: viviamo di più, ed è una bella notizia, e dobbiamo rispettare il patto intergenerazionale mantenendo il sistema in equilibrio. Senza legare l’età pensionabile alla speranza di vita, i rischi sono proprio quelli che emergono analizzando questa vasta schiera di pensioni erogate molti anni fa e ancor oggi in pagamento: lavoratori mandati in quiescenza a età troppo giovani, baby pensioni come quelle del pubblico impiego, casi “limite” di prepensionamento, pensioni di anzianità concesse prima dei 50 anni e requisiti troppo permessivi per ottenere le prestazioni di invalidità e inabilità».

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