Padula: “Sviluppiamo la previdenza complementare”

Mario Padula Imc

Mario Padula Imc

(di Mariano Mangia – Repubblica Affari & Finanza)

Vi aderisce meno del 28% della forza lavoro. La ricetta del presidente della Covip: “Bisogna ridurre i costi, lavorare su efficienza e flessibilità, garantire una maggiore trasparenza”

Il 2016 ha visto crescere iscritti e contributi, ma alla previdenza complementare aderisce meno del 28% della forza lavoro. Al presidente della Covip, Mario Padula (nella foto), abbiamo chiesto cosa si può fare per cercare di ampliare la platea di aderenti. «Bisogna lavorare sul fronte dell’efficienza, della flessibilità, della trasparenza. Molto, per la verità, è stato fatto, ma resta ancora da fare: bisogna creare le condizioni che rendano possibile uno sviluppo sempre più ordinato e armonico di questo settore».

Come si può intervenire?

«Efficienza vuol dire fare in modo che i costi siano sempre più bassi. I costi hanno un effetto di primo ordine sulle prestazioni, banalmente tanto più sono elevati, tanto più basse saranno le prestazioni. Occorre lavorare da un lato con le aggregazioni che possono contribuire a realizzare economie di scala, dall’altro attivando quei meccanismi concorrenziali che fanno sì che i costi siano tenuti i più bassi possibile».

Una delle critiche ai fondi pensione riguarda i vincoli posti al loro utilizzo.

«Il Ddl concorrenza, che sta auspicabilmente concludendo il suo iter parlamentare, contiene misure che incrementano la flessibilità sia in entrata, con la possibilità di contribuire anche solo in parte con il Tfr, sia in uscita, con misure che unitamente all’iniziativa “Rita” consentiranno di adoperare, in tutto o in parte, la posizione accumulata presso una forma previdenziale integrativa prima della maturazione del requisito d’età della pensione di base. Queste misure vanno nella direzione di estendere e di rafforzare il ruolo della previdenza complementare che non sarà solo semplicemente di integrazione dell’assegno pensionistico di base, ma potrà essere anche usata per accompagnare quella fase, già ora difficile, di transizione dalla vita attiva al pensionamento».

C’è una spinta a rispondere anche ad altre esigenze, a coprire altri rischi.

«Questi bisogni di protezione sono tipici di società che invecchiano e riguardano non solo la protezione dal rischio di longevità, che è il tema di cui si occupa la previdenza, ma anche la protezione sanitaria e assistenziale. Per la previdenza è stato fatto molto e molto resta ancora da fare, per la sanità integrativa ci sono circa 500 soggetti che operano in un settore poco regolato e poco vigilato. Bisognerebbe intervenire, quantomeno con un’operazione di riordino e di attribuzione delle competenze di vigilanza».

Occorrerebbe cominciare dalle regole.

«La previdenza integrativa esisteva già nel settore bancario e assicurativo, si è estesa ad altri settori e poi si è intervenuti con una norma di settore. Un percorso analogo potrebbe essere seguito anche per la sanità integrativa, immaginando di attribuire competenze di vigilanza a chi già esercita questa vigilanza che abbiamo chiamato vigilanza sociale, perché riguarda interessi che hanno una garanzia di rango costituzionale, interessi di grande rilevanza sociale, quelli appunto del risparmio previdenziale, così come quelli che riguardano i bisogni di cura e di assistenza».

Sarebbe opportuno introdurre, come per i fondi pensione, sistemi di controlli, presidi di trasparenza.

«Ci sono molti aspetti simili, problemi che si sono posti e che abbiamo affrontato nella previdenza complementare. Se si vuole immaginare che la sanità integrativa possa avere un ruolo in futuro, allora a questo futuro bisogna prepararsi e quindi cominciare a fare quello che dieci anni fa si è fatto con la previdenza complementare. C’è molto da imparare dalla previdenza complementare, in un certo senso non si parte da zero, ma si deve partire».

Related posts

Top