Pensioni, i coefficienti che avvantaggiano le donne

Pensionati (2) Imc

Pensionati (2) Imc

(di Bruno Benelli – La Stampa Tuttosoldi)

È proprio sicuro che il calcolo contributivo delle pensioni, spacciato per perfetto in quanto mette tutti i lavoratori sullo stesso piano attraverso i coefficienti di trasformazione, sia davvero perfetto? La pensione contributiva poggia su 4 colonne:

1) la misura della retribuzione (il reddito, per lavoratori autonomi e professionisti);

2) il montante contributivo (cioè quanto uno ha versato all’Inps nel corso della vita e che è più o meno pingue in relazione alla retribuzione);

3) la rivalutazione annua dei contributi versati per mitigare i contraccolpi del costo della vita;

4) i coefficienti di trasformazione, cioè le aliquote percentuali che – lo dice la parola stessa – trasformano un «mucchietto» di soldi versati come contributi in un «gruzzoletto» di euro chiamato pensione.

I coefficienti sono una specie di interesse riconosciuto dall’Inps, che però non soggiace alle variazioni del mercato, ma è legato esclusivamente a due fattori esogeni:

a) l’età dell’interessato;

b) l’andamento della speranza di vita.

Il legame che hanno con questo secondo fattore li rende in un certo senso «indifferenti», perché la riduzione della pensione viene pareggiata da un maggior periodo di pensionamento.

Perciò, a parità di retribuzioni globali e di anzianità contributiva, chi va in pensione, poniamo, a 64 anni avrà dall’Inps la stessa cifra di chi andrà in pensione a 68 anni. Tutto vero? Non completamente: ci sono due smagliature che rendono traballante la parità.

La prima riguarda il sesso. I coefficienti di trasformazione sono stati ideati dalla legge Dini del 1995, quando la donna andava in pensione cinque anni prima dell’uomo. Se fosse rispettata la parità la donna avrebbe dovuto avere fin dall’inizio (anno 1996) coefficienti molto più bassi dell’uomo, diciamo di un decennio: cinque anni per l’età anticipata rispetto all’uomo, altri cinque per la speranza di vita più lunga. Ma di tutto ciò la legge non prende atto. La donna, in sostanza, ha un enorme vantaggio nel calcolo della pensione. Anche oggi che va in pensione solo un anno prima dell’uomo: vuoi dire che il vantaggio s’è ridotto a sei anni.

La seconda smagliatura riguarda il momento della pensione. Si prenda ad esempio una persona che è andata in pensione a dicembre 2015 e un’altra a gennaio 2016, tutte e due con 65 anni di età. Ebbene, la seconda ha coefficienti ridotti del 2,01% rispetto alla prima, nonostante che in quel lasso di 30 giorni di tempo la speranza di vita tra i due non sia variata. E quella riduzione del 2,01% uno se la porta dietro tutta la vita!

Due buchi che dimostrano una sola cosa: i coefficienti sono più o meno determinati in funzione dei risparmi di cassa e del desiderio di agevolare un genere rispetto all’altro. Con tanti saluti alla “scientificità” del sistema.

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