Per sostenere la «Rita» previdenza integrativa da incentivare

Assicurazioni - Risparmio - Investimenti - Previdenza Imc

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(di Claudio Pinna – Quotidiano del Lavoro)

La chance di utilizzare parte dei contributi obbligatori

In tutti i sistemi pensionistici la previdenza complementare è destinata a garantire quelle prestazioni non adeguatamente coperte dai programmi pubblici. Generalmente, quindi, i fondi pensione si fanno carico di integrare quanto erogato dagli istituti di base per consentire ai lavoratori di ricevere un reddito complessivo adeguato.

In Italia la situazione è sotto certi aspetti diversa. Il metodo contributivo utilizzato dall’Inps per il calcolo della prestazione determina infatti una copertura finale, in presenza di tutta una serie di condizioni specifiche (periodo di contribuzione prolungato, assenza di una rilevante carriera retributiva, ecc.), sufficientemente adeguata. Tale elemento risulta maggiormente confermato quando il pensionamento avviene, come ormai previsto dalla riforma Fornero, ad età avanzate.

La principale criticità per il nostro sistema è rappresentata dalla sostanziale mancata possibilità di accedere al pensionamento anticipato. Difficile che l’Inps possa farsi carico di tale criticità, pena l’incremento della spesa sostenuta e la probabile messa a rischio della sostenibilità finanziaria di lungo termine.

In quest’ambito la previdenza complementare può svolgere un ruolo fondamentale e un po’ diverso da quello classico assunto negli altri paesi. Anziché prevedere infatti l’erogazione congiunta al pensionamento delle prestazioni ad integrazione di quelle garantite dal sistema pubblico qui la previdenza complementare dovrebbe anticipare l’intervento attraverso l’erogazione di prestazioni ponte che accompagnino gradualmente il lavoratore alla cessazione dal servizio (e alla definitiva maturazione della prestazione Inps).

La Rita, rendita integrativa anticipata, allo studio del Governo, ha proprio queste caratteristiche. Il punto però è con quali risorse sarà finanziata. Tuttora, infatti, i fondi pensione ricevono contribuzioni assolutamente limitate. Basti pensare che mediamente solo un lavoratore su quattro ha deciso di iscriversi ad una forma pensionistica. Come raccogliere allora tali risorse? Il primo passo è quello di convincere i lavoratori ad aderire e la comunicazione, in tal senso, ha un ruolo determinante. La sensazione è che non ci sia ancora piena consapevolezza del contesto. Non chiara risulta essere infatti nè la copertura complessiva finale garantita, nè l’entità del risparmio annuo necessario per raggiungere al pensionamento un determinato livello di reddito.

All’estero l’iscrizione automatica dei lavoratori ai fondi pensione (tipo la nostra operazione di “silenzio assenso” organizzata nel 2007) ha prodotto risultati postivi. Da noi un po’ meno, forse proprio perché non accompagnata, a differenza degli altri paesi, da una specifica e strutturata attività di comunicazione. I lavoratori poi sembrano ancora preferire il trattamento di fine rapporto al fondo pensione.

Ciò dovrebbe farci riflettere anche sulle caratteristiche delle forme pensionistiche presenti sul mercato, nella maggior parte dei casi prevalentemente finanziarie più che previdenziali. Sotto certi aspetti anche la governance talvolta lascia perplessi, sicuramente non in linea con i migliori standard internazionali in particolare nella definizione dei processi d’investimento. Da non dimenticare, poi, che nel nostro paese ben il 33% della retribuzione percepita viene destinato al finanziamento della previdenza pubblica. Una misura decisamente più elevata rispetto alla media degli altri paesi Ue. Una quota di tale contribuzione, con modalità da verificare attentamente – come peraltro previsto da una disposizione della riforma del 2011 alla quale non si è mai dato seguito e come suggerito anche nel 2009 dall’allora Governatore della Banca d’Italia Draghi – potrebbe essere trasferita verso la previdenza privata.

L’ultima istanza è rappresentata dall’obbligatorietà dell’iscrizione ai fondi pensione con il relativo versamento, se non dell’intero, di una quota adeguata dell’accantonamento annuo di Tfr: una decisione drastica e da verificare anche sotto un profilo giuridico. Ma che avrebbe il merito di fare definitivamente chiarezza sul ruolo che nel nostro sistema pensionistico il Tfr è destinato a svolgere, parte indispensabile del finanziamento e non fonte di spese varie.

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