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Educazione finanziaria (4) Imc

Educazione finanziaria (4) Imc

(di Rossella Bocciarelli – Il Sole 24 Ore)

Se fosse stata più diffusa la financial education gli italiani contro la crisi avrebbero scelto prodotti diversi dalla liquidità

C’è una buona notizia, annunciata ieri in Consob dal direttore della sezione Financial market nella Direzione finanziaria della Commissione Ue. Ugo Bassi ha detto infatti, durante la presentazione del Rapporto sulle scelte d’investimento delle famiglie italiane, che oggi il presidente Jean-Claude Juncker, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, sottolineerà come la Ue sia più che mai impegnata a conseguire risultati concreti per il progetto della Capital markets union, anche dopo la Brexit. Si tratta di una sfida importante e difficile perché, com’è stato ricordato, il mondo e la cultura finanziaria del mercato dei capitali hanno sin qui camminato anche e soprattutto sulla “gamba” inglese.

È quindi confortante sapere che nessuno, nel Continente, ha intenzione di abbandonare un progetto mirato a ridurre la forte dipendenza dell’intero sistema economico europeo dal bank lending: se si assicurano all’investitore concrete alternative al finanziamento bancario si può infatti riuscire a dare maggiore slancio alla crescita economica.

Il dirigente della Commissione ha però dato anche una notizia meno buona, chiarendo che si sta allontanando la chance di arrivare a vedere già nel 2017, nel regolamento sui prospetti, il dettaglio di cosa ci sia, effettivamente, nei prodotti finanziari package, e di vederlo descritto in sole tre paginette. Questa possibilità, ha avvertito, per come sta evolvendo la discussione in Europa, rischia di slittare alle calende greche.

E qui arriviamo al tema di fondo del rapporto dell’ufficio studi Consob presentato ieri: la forte crescita della preferenza per la liquidità, con il 52% della ricchezza detenuto in depositi. L’indagine dice che gli italiani sono divenuti diffidenti. E nella crisi, mentre la ricchezza si assottigliava e la propensione al risparmio, per effetto della flessione del reddito disponibile, scivolava al di sotto della media europea(10% contro 13% medio) l’avversione al rischio è cresciuta. Non solo: anche a causa di una cultura finanziaria decisamente scarsa (se c’è un investimento in istruzione di cui il nostro Paese ha un bisogno immediato è quello in financial education) ai timori per il futuro i risparmiatori non hanno risposto, come ci si attenderebbe in base alla teoria delle scelte razionali, investendo di più in prodotti assicurativi.

Certo, è davvero preoccupante il fatto che l’8% di chi è già avvezzo a fare investimenti (e il 20% del totale delle famiglie intervistate) in Italia dichiari di non avere familiarità con alcuno strumento finanziario. Così, inevitabilmente, finisce per rafforzarsi la tendenza a tenere i soldi sotto il materasso, a maggior ragione nell’epoca dei tassi negativi dei quali, come documenta l’indagine Consob, la stragrande maggioranza degli italiani non comprende ancora bene il concetto.

Come ha riassunto ieri Magda Bianco, capo del servizio Tutela clienti della Banca d’Italia, «ci troviamo in presenza di un’avversione al rischio gestita con la liquidità invece che con strumenti assicurativi. C’è quindi una scarsa fiducia verso gli strumenti del sistema finanziario e anche una scarsa disponibilità verso forme di assicurazione sociale che – ha detto Bianco – andrebbe corretta con apposite normative». Tanto più importante, se la teoria delle scelte razionali non funziona più, è fare attenzione alle esigenze di chi investe. Che oggi chiede anche una maggiore empatia con il consulente finanziario e ha bisogno, forse più che nel resto d’Europa, di essere informato in modo trasparente e semplice per accordare la sua fiducia all’intermediario. Nel frattempo, bisogna sperare che un rinnovato afflato europeista convinca i negoziatori Ue a dar vita al più presto a un regolamento sui prospetti che combatta per davvero le misleading informations.

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