Perissinotto: Generali verso la fine dell’indipendenza

Giovanni Perissinotto (Foto Alessia Pierdomenico/Bloomberg) (3) Imc

Giovanni Perissinotto (Foto Alessia Pierdomenico/Bloomberg) (3) Imc

(di Andrea Cabrini – Milano Finanza)

Per l’ex ad il gruppo va verso un’aggregazione. ma i precedenti non convincono

«Comunque vadano le cose le Generali non saranno più indipendenti. E’ la fine di un’era. Ed è un danno per il Paese». Giovanni Perissinotto (nella foto, di Alessia Pierdomenico/Bloomberg) ha passato 33 anni alle Generali. Dal 2001 al 2012 ne è stato amministratore delegato. Oggi è presidente di Finint Investments sgr. Un anno fa, subito dopo l’uscita di Mario Greco, disse: «Ora le Generali sono aggredibili».

Domanda. Si sta avverando la sua previsione?

Risposta. Mi sembra proprio di sì.

D. E la pista francese è la più concreta?

R. Sì, questa è la mia impressione.

D. Ma cosa sta succedendo davvero?

R. Questa storia ha radici lontane: l’interesse di Axa per il gruppo Generali era noto da tempo. Il progetto si è sviluppato in questi anni partendo dalla fuoriuscita di management storico italiano e passando da consistenti cessioni di attivi importanti, tra l’altro avvenuti in condizioni di mercato difficili, a prezzi bassi.

D. A cosa si riferisce?

R. Mi viene in mente la quota ceduta di Banca Generali a 12 euro per azione che oggi ne vale 26. Poi è stato ceduto l’asset in Israele, sono stati venduti quelli negli Stati Uniti, è stato ceduto il Messico, è stata ceduta una parte consistente delle gestioni asset management in Svizzera. Questo ha portato a un’importante riduzione del giro d’affari. Una performance non esaltante in borsa e l’insieme di questi fattori nel tempo ha dato l’impressione di un gruppo che non era più in grado di competere alla pari con i principali attori del settore, attori internazionali. Da qui la sua trasformazione in una potenziale preda. Una volta Generali giocava alla pari in Europa. Oggi la sua capitalizzazione è meno della metà di Axa. La compagnia non fa più parte di quel ranking.

D. Philippe Donnet e gli azionisti chiave appoggiano questo disegno?

R. Credo che gli sviluppi di queste ore siano molto importanti, ma non mi danno l’impressione di essere ostili.

D. Lei conosce bene Alberto Minali. Perchè è stato licenziato?

R. Probabilmente non condivideva il progetto e non era in sintonia con il ceo.

D. Come vede la posizione degli azionisti italiani, che sono stati spesso in polemica con lei?

R. Vedo una posizione in questo momento opportunistica, di chi cerca il maggior valore per se stesso.

D. Sarebbero pronti a cedere?

R. Sì, credo ci sia interesse a vedere un prezzo che salga al di sopra di queste soglie e con una certa velocità.

D. Come vede l’ingresso in campo di Intesa Sanpaolo?

R. Lo vedo come un piano concorrente. Probabilmente ci sono anche altri attori interessati alle Generali, agli investimenti e alle capacità di gestione. Quindi una mossa di qualcuno che potrebbe avere un altro progetto industriale.

D. Crede che Allianz potrebbe giocare in squadra con Intesa?

R. Non ho elementi per dire il contrario.

D. Non mi sembra molto convinto. Eppure una aggregazione Intesa-Generali creerebbe un gigante da 1.200 miliardi di risparmi italiani e sarebbe un polo di dimensioni europee. E’ una prospettiva positiva per il Paese?

R. In linea di principio sì, però un’operazione di aggregazione di queste dimensioni andrebbe in una direzione che non mi sembra finora aver visto grandi successi né per i clienti, né per la massa degli azionisti, tantomeno per i lavoratori coinvolti. Mi sembra anzi che faccia aumentare i potenziali rischi sistemici.

D. Le Generali sono anche i principali investitori in titoli di Stato italiani. Pensa che il governo prenderà posizione o che sia già entrato in campo?

R. Io penso che una grande attenzione sia giustificata: le Generali sono sempre state molto radicate nel territorio. Hanno investito, hanno partecipato a varie iniziative nel corso di decenni. Il valore strategico di un attore di queste dimensioni per me è molto rilevante. L’attenzione delle autorità e del Governo è giustificata.

D. Intanto Generali ha acquisito diritti di voto in Intesa per bloccare qualsiasi iniziativa: come vede questa mossa?

R. Una mossa difensiva quasi da azionista, non da management, per bloccare un percorso probabilmente sgradito.

D. Sarà sufficiente a blindare Trieste?

R. Sicuramente costituisce un ostacolo. Se sia abbastanza per bloccare il tutto questo non lo so.

D. Con una mossa simile, per contrastare la miniscalata guidata da Unicredit, voi nel 2003 arrivaste a comprare il 2% della banca allora guidata da Profumo.

R. Innanzitutto quella non era una scalata ma un’azione ostile verso Mediobanca e il suo ad dell’epoca, Maranghi. Si vedeva molta attività difficile da spiegare sul nostro titolo e si vociferava che ci fossero molte banche coinvolte. Così, come si dice, siamo andati a vedere. Unicredit aveva preso il 2% prima di noi (la soglia all’epoca era quella). Ma almeno quella cordata di banche venne alla luce e dovette dichiararsi.

D. Che ruolo giocherà Mediobanca in questa partita?

R. Dipende dagli equilibri interni e dall’influenza degli azionisti. Posso dire che Generali sale e questo, nell’ottica anche della annunciata dismissione di una parte della partecipazione di Mediobanca in Generali, può non essere sgradito.

D. Avrà un ruolo in partita anche Unicredit oltre a Mediobanca?

R. Non credo che in questo momento le banche siano in condizione di diventare molto aggressive con operazioni di questo tipo. Ecco perché una collaborazione con un’assicurazione non è da escludere. Io non vedo un player bancario fare un’operazione molto aggressiva sul mercato, non mi sembra ce ne siano le condizioni.

D. Ma alla fine come vede il futuro di Generali?

R. Io credo che le Generali come le abbiamo conosciute finora, con indipendenza e capacità autonoma di stare sul mercato, siano finite. In qualche maniera ci sarà un avvicinamento a qualche altro gruppo.

D. Chi ci guadagnerà?

R. Quando un gruppo come questo perde le sue caratteristiche ci perdiamo tutti. Per il Paese sarà un danno.

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