Pir, non solo bonus ma anche costi: costruire una rendita è un enigma

Risparmio - Salvadanaio (4) Imc

Risparmio - Salvadanaio (4) Imc

(di Mariano Mangia – Repubblica Affari & Finanza)

I piani di risparmio stanno trainando il mercato e tra fondi ed etf si moltiplicano i prodotti. Ma sono molti i fattori da prendere in considerazione prima di pensare di utilizzarli per garantirsi un’entrata o accumulare plusvalenze

I Pir sono venduti/acquistati sulla base di due motivazioni: è un modo per sostenere l’economia italiana e sono esenti da tassazione sui capital gain. Insomma, un modo per convogliare risorse private, di singoli investitori, a caccia di strumenti per crearsi una pensione integrativa, o una rendita. Ma è proprio così? Partiamo dalla prima motivazione, che al momento regge poco. I flussi di sottoscrizione confluiti sinora sui Pir sono stati utilizzati per acquistare azioni od obbligazioni già trattate sui mercati e in portafoglio ad altri investitori, nelle casse delle aziende italiane non è entrato denaro. L’introduzione dei Pir ha lo scopo da un lato di incentivare i risparmiatori a investire almeno in parte in aziende del nostro paese e dall’altro a incentivare le stesse aziende ad utilizzare come canale di finanziamento il mercato dei capitali, in alternativa a quello bancario. Per il successo dei Pir si deve quindi realizzare un circolo virtuoso: i risparmi devono affluire ai Pir e deve aumentare il numero di aziende quotate. Sin ora ha funzionato più che bene il primo aspetto, in otto mesi i Pir hanno raccolto 5 miliardi di euro; sul secondo fronte si procede, inevitabilmente, più lentamente. Da inizio anno a fine agosto, il numero di società quotate al listino azionario di Piazza Affari è aumentato di 10 unità, una società si è quotata al listino principale Mta e ben 9 all’Aim che è il mercato dedicato alle piccole e medie imprese. Se i Pir continuano a raccogliere sottoscrizioni e l’offerta di titoli non si amplia, l’effetto sarà quello di spingere sempre più in alto i prezzi delle azioni, in particolare quelle a media [Mid] e bassa [Small] capitalizzazione e acquistare a prezzi elevati (in rapporto agli utili) non è un buon affare e un eccesso di domanda, troppo denaro che affluisce ai Pir, alla lunga potrebbero creare i presupposti per una bolla speculativa.

I numeri di Borsa Italiana sono indicativi: gli scambi dell’Aim sono esplosi, passando dai 181 milioni del periodo gennaio-agosto 2016 ai 1.136 milioni deli primi otto mesi del 2017; il segmento Star (il segmento di Mta dedicato alle Pmi che accettano più stringenti requisiti in tema di flottante, trasparenza e corporate governance) a sua volta è passato da 7,7 miliardi a quasi 13 miliardi.

La seconda motivazione, quella fiscale, non dovrebbe indurre i risparmiatori a compiere scelte non coerenti con i propri obiettivi di investimento, con l’orizzonte temporale e il livello di rischio che si è in grado di sopportare. I questionari di profilazione dovrebbero “sorvegliare” le scelte di investimento, ma l’esperienza passata insegna che la loro utilità può essere vanificata da comportamenti poco corretti da parte di chi colloca e/o dalla leggerezza di molti risparmiatori. Nell’ampia offerta di Pir si possono scegliere piani di tipo azionario, bilanciati e flessibili e anche bilanciati obbligazionari, la cui componente azionaria massima non dovrebbe eccedere il 30% del patrimonio. In una scala di rischiosità, teorica, va sottolineato, da 1 a 7, i Pir azionari si collocano a livello 6, i prodotti bilanciati obbligazionari, la tipologia di prodotto che ha raccolto di più, dichiarano un indicatore di rischio tra 3 e 4. Occorre tener presente che con i Pir si riduce la diversificazione geografica di portafoglio, si assume, in aggiunta al rischio azionario o di credito (nel caso di emissioni obbligazionarie), anche un rischio “Paese” ed è il caso di ricordare che l’andamento della economia italiana impatta già sul nostro capitale umano (il posto di lavoro e la sua retribuzione) e sulle nostre pensioni (i contributi previdenziali sono rivalutati in base all’andamento del Pil).

Chi propone i Pir se li fa pagare bene. Commissioni di sottoscrizione e di gestione si collocano sui livelli elevati delle rispettive categorie e intaccano parte dei vantaggi derivanti dall’assenza di imposte sui capital gain. Le commissioni di sottoscrizione di alcuni prodotti azionari, i più cari, arrivano anche al 4 o 5% di quanto versato (ipotizzando un investimento massimo di 30 mila euro, significa che 1.200 o 1.500 euro finiscono nelle tasche di chi colloca il Pir e questo anche se il cliente arriva allo sportello già perfettamente informato), le commissioni di gestione possono superare il 2% annuo. Un’analisi di Morningstar sui costi dei Pir più venduti conferma l’elevato prezzo di questi prodotti. Le due classi del fondo Mediolanum Flessibile Sviluppo Italia si collocano nel 91esimo percentile del Morningstar Fee Level di appartenenza, si collocano sopra la media anche Piano Azioni Italia di Fideuram e Pioneer Risparmio Italia classe B, l’unico al di sotto della media della categoria di appartenenza è Eurizon Progetto Italia 40 Pir.

Gli Etf sono meno cari, ma sono una replica di un indice azionario o di un mix di indici; trattandosi di prodotti a gestione passiva, non c’è selezione e non c’è neanche un bilanciamento tra azioni e obbbligazioni.

Quanto ai rendimenti futuri, nessuno può pronosticare o prevedere nulla. Storicamente l’investimento in small cap migliora le performance di un portafoglio, teoricamente ne dovrebbe anche aumentare la volatilità. Una conferma viene dall’analisi degli Ftse Italia Total Return (le cui performance includono il reinvestimento dei dividendi): su un arco temporale di cinque anni, gli indici Mid Cap e Small Cap presentano un rendimento migliore dell’indice delle blue chips, +23,1% e +14% annuo, rispettivamente, contro il +12% del Ftse Mib, mentre in termini di volatilità le Mid Cap fanno meglio (17,2% contro 18,5%) e le Small Cap si rivelano più volatili (20,7%). Un mix di blue chips e small e midcap sembra funzionare. L’indice Ftse Italia Pir Benchmark, ricostruito a “ritroso” (l’indice è stato lanciato solo a fine maggio di quest’anno), mostra un rapporto rendimento/rischio a cinque anni migliore dell’indice Ftse Mib che supera di poco anche in termini di esposizione alla massima perdita (-30,5% al netto delle tasse per il primo, -34,7% per il secondo). Mancano purtroppo analisi su un arco temporale più ampio. Bisognerà vedere quanti investitori reggeranno a un’eventuale, consistente, correzione dei mercati senza cedere alla tentazione di riscattare anzitempo le quote del Pir.

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