Polizze: «Più sicuri, più felici», la ricetta della Danimarca

Danimarca - Bandiera Imc

Danimarca - Bandiera Imc

(di Stefano Righi – Corriere Economia)

Il welfare pubblico incide sulle performance private. Assimoco: «Dobbiamo risposte concrete agli assicurati». Ermeneia: gli italiani hanno capito. Poletti: più forti dopo la crisi

La Danimarca è il Paese più felice al mondo. Primeggia in due delle tre classifiche elaborate a livello mondiale sull’argomento (World database of happiness-Happiness in nations). Un primato invidiabile che lega una sensazione diffusa nel Paese a fattori di estrema concretezza. «L’elemento chiave – spiega Meik Wiking, amministratore delegato dell’Happiness research institute di Copenhagen – per comprendere gli elevati indici di felicità in Danimarca è la capacità del modello di welfare di ridurre i rischi, le incertezze e le ansie presso i cittadini».

Interessi convergenti

Un modello che si basa su tre pilastri, da soddisfare contemporaneamente: le esigenze dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei disoccupati, consentendo alle imprese di adattarsi ai cambiamenti e sostenere il business , garantendo così una rete di salvataggio a lavoratori e disoccupati. Un sistema che raggiunge l’eccellenza nella tutela dei meno fortunati, perché la sostanziale differenza della Danimarca rispetto ad altre nazioni è che qui le fasce più povere della popolazione stanno meglio che altrove. E il tutto, oltre a evidenziare concreti vantaggi, si riflette su una maggior sensazione di tutela, la percezione di un sistema di welfare capace di ridurre i rischi del singolo e, conseguentemente, offrirgli un senso di sicurezza. Una strada percorribile anche in Italia?

L’argomento è centrale nella presentazione del secondo rapporto sul mondo assicurativo italiano, realizzato da Ermeneia per conto di Assimoco, l’assicurazione del movimento cooperativo. Sotto il titolo Un neo-welfare per la famiglia 2.0 sono state evidenziate 21 tipologie di famiglie (contro le 11 individuate dall’Istat), a confronto con una realtà quotidiana che vede sfarinarsi la presenza dello Stato. «La crisi ha segnato in maniera indelebile i comportamenti dei cittadini – ha detto nel suo intervento il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Polettiponendo insistentemente una serie di letture parallele tra diritti-doveri, libertà-responsabilità, prezzo-valore. Il governo si pone nella posizione di favorire il pluralismo delle opportunità e il pluralismo delle forme». Dove non arriva lo Stellone, insomma, deve arrivare il singolo. E in questa direzione sembrano muoversi anche i risultati della ricerca presentata da Ermeneia: «Sta mutando l’antropologia assicurativa dell’italiano», ha sottolineato il presidente dell’istituto di ricerche, Nadio Delai.

Risposte

«Ed è a questa nuova percezione che il mondo delle assicurazioni deve dare concrete e sostenibili risposte – ha sottolineato Ruggero Frecchiami, direttore generale del gruppo Assimoco – perché in Italia si sta percependo la necessità di affrontare nuovi paradigmi legati alla sicurezza sociale e della famiglia. Un impegno a cui gli assicuratori non possono sottrarsi».

Tanto più, ha detto Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, «che questi compiti sono nella storia stessa del movimento mutualistico». Concretamente, Ermeneia ha rilevato un atteggiamento diverso, più positivo verso il mondo, non sempre trasparente, delle polizze. Soprattutto i grandi rischi – dalla morte all’invalidità permanente, persino i rischi catastrofali – sono ora visti sotto una luce diversa, più laica e determinata. Non più soltanto una terribile eventualità a cui, nel caso si spera remoto, far fronte con la rete della famiglia (ma quale?) o l’aiuto dello Stellone nazionale, ma fattispecie reali, da stimare, valutare, anche prezzare, per individuarne le possibili conseguenze e le vie d’uscita. Certo, i soldi non fanno la felicità, ma una maggiore rete di tutele private potrebbe contribuire ad elevare il senso di sicurezza sociale che si percepisce in Italia. Se è chiaro a tutti che il sistema delle pensioni-baby, quelle da 19 anni sei mesi e un giorno di contribuzione, è insostenibile per qualsiasi paese, ora è giunto il momento di pensare che ad alcune eventualità – terribili, ma che si verificano – va pensato con anticipo e un pizzico di programmazione. Lo ha detto Frecchiami: risposte concrete e sostenibili, soprattutto per chi avverte questi rischi e non merita di passare dalla padella di uno Stato sempre più forzatamente assente, alla brace di un sistema che solo recentemente si sta avvicinando alle esigenze più sentite della clientela.

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