Previdenza complementare, è l’ora del trasloco

Calcolatrice (6) Imc

Calcolatrice (6) Imc

(di Carlo Giuro – Milano Finanza)

In attesa di sviluppi normativi che rendano la portabilità più agevole, ecco tutti i profili a cui prestare attenzione se si decide di cambiare comparto

Il tema della portabilità è particolarmente importante nel mondo finanziario come testimoniato dal tema delle surroghe nel settore dei mutui. Assume sempre più rilevanza il tema anche in materia di previdenza complementare. In attesa di eventuali novità normative (lo scorso anno se ne era parlato nella versione originaria del disegno di legge concorrenza con particolare riferimento alla possibilità di trasferire anche il contributo del datore di lavoro), ecco quando è possibile optare per un’altra soluzione previdenziale e quali sono gli elementi da valutare.

La portabilità della posizione individuale è contemplata decorsi due anni dalla data di partecipazione al fondo pensione o alla piano individuale pensionistico (pip). Va sottolineato che il trasferimento della posizione avviene in neutralità fiscale e l’aderente mantiene l’anzianità di iscrizione alla previdenza complementare utile per maturare il termine necessario per accedere alle anticipazioni per acquisto e ristrutturazione prima casa per sé o per i figli (8 anni) e per beneficiare della tassazione ridotta delle prestazioni finali (15% che si riduce dello 0,3% per ogni anno di durata superiore al quindicesimo con un minimo del 9%).

Gli statuti e i regolamenti delle forme pensionistiche stabiliscono le modalità di esercizio relative alla portabilità, non potendo al contempo contenere clausole che risultino limitative di tale possibilità. Devono pertanto considerarsi inefficaci norme che, all’atto dell’adesione o del trasferimento, consentano l’applicazione di voci di costo significativamente più elevate di quelle applicate nel corso del rapporto e che possono quindi costituire ostacolo alla portabilità. Nel caso dei dipendenti, il diritto al versamento alla forma pensionistica del tfr maturando e dell’eventuale contributo a carico del datore di lavoro è consentito «nei limiti e secondo le modalità stabilite dai contratti o accordi collettivi, anche aziendali», riaffermandosi in tal modo il principio della centralità della contrattazione collettiva.

Il lavoratore dipendente dovrà allora considerare se traslocando possa perdere il contributo versato dal suo datore di lavoro perché quest’ultimo è previsto soltanto nei fondi negoziali o in quelli con i quali l’azienda ha stretto un accoro. Va ancora evidenziata la specificità dei dipendenti pubblici che abbiano aderito ai fondi di comparto (Espero, Perseo Sirio) per cui vige ancora la precedente disciplina con un termine minimo di permanenza di tre anni. Sempre in tema di portabilità, va ricordato che nelle adesioni collettive, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, non vi siano limiti temporali al trasferimento della posizione. La portabilità costituisce al ricorrere di tale eventualità una delle facoltà dell’aderente, insieme al riscatto per cessazione dei requisiti di partecipazione e alla sospensione della contribuzione mantenendo comunque fruttifera la posizione nel fondo pensione.

Ma al di là di quanto previsto dalla normativa, cosa valutare in vista di un eventuale trasloco? La premessa è che un cambiamento va analizzato in maniera razionale e non sotto l’abbrivio dell’emotività. In una analisi costi e benefici vanno considerati la struttura dei prodotti previdenziali oggetto di comparazione, le linee di investimento, la presenza eventuale di meccanismi automatici del tipo life cycle, le tipologie di rendite per vedere se la gamma offerta sia ampia per potere soddisfare a tendere le proprie esigenze personali e familiari. Ulteriore profilo di attenzione è rappresentato dalla bontà della gestione finanziaria valutando i rendimenti che sono da considerare comunque su un orizzonte temporale protratto considerando la finalità di integrazione pensionistica.

Importante poi la disamina dei costi prendendo in considerazione l’Isc, Indicatore sintetico dei costi, disponibile per ogni forma previdenziale sul sito della Covip. Come ricorda la stessa Covip nella guida di education alla previdenza complementare, una eventuale contribuzione per 35 anni a una forma pensionistica complementare con costi superiori dell’1% rispetto a quelli che si pagherebbero aderendo a un’altra forma pensionistica, si otterrebbe a parità di altre condizioni, una pensione complementare di circa il 16% più bassa.

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