Previdenza complementare tra opportunità e rischi

Investimenti - Psicoeconomia - Previdenza Imc

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(di Tullio Jappelli – Lavoce.info)

Aumentano gli iscritti alla previdenza complementare. Ma il suo sviluppo deve superare anche molte insidie. È cruciale un’informazione corretta, specie sui piani individuali. Servono strumenti standardizzati, con opzioni di investimento semplici e facilità di confronto tra costi e rendimenti

La relazione della Covip

Il 7 giugno è stata presentata la relazione della Covip per il 2015. La Covip è l’autorità per la vigilanza sui fondi pensione e controlla tutto il funzionamento della previdenza complementare, cioè degli intermediari finanziari che raccolgono e investono il risparmio previdenziale. I dati della relazione indicano che le adesioni alle varie forme di previdenza complementare (fondi pensione negoziali, fondi aperti o piani individuali per esempio) sono oltre 7 milioni.

Se osservato in una prospettiva di medio periodo, si tratta di un aumento significativo rispetto al 2000, anno in cui le adesioni erano meno di 2 milioni (tavola a7 della relazione). Per molti aspetti, è uno sviluppo atteso, perché la diffusione della previdenza complementare dipende in buona misura dal grado di copertura della previdenza sociale, che particolarmente per le nuove generazioni si è ridotto in modo significativo dopo le riforme avviate negli anni Novanta. Si tratta però anche di uno sviluppo insufficiente, anche nel confronto internazionale (vedi p. 171 della relazione). Rispetto al totale delle attività finanziarie delle famiglie, il risparmio previdenziale è di entità modesta (3,4 per cento). Inoltre la previdenza complementare è ancora poco diffusa tra i giovani e registra tassi di adesione inferiori alla media nelle regioni meridionali e centrali. Sono proprio le giovani generazioni quelle che avranno una copertura minore dalla previdenza sociale e quindi un’esigenza maggiore di copertura integrativa.

Un aspetto collegato al funzionamento del mercato del lavoro riguarda la contribuzione, che per molti aderenti ai fondi non è regolare. Si stima che ogni anno circa un quarto degli iscritti alla previdenza complementare non effettua alcun versamento, con la conseguenza che le prestazioni in futuro risentiranno di vuoti contributivi. Un secondo problema è la frammentazione del settore. A fine 2015, solo dodici fondi (su quasi 500) raccoglievano più di 100mila iscritti; oltre la metà aveva meno di mille iscritti, in gran parte fondi istituiti prima del 1992. La struttura del mercato è quindi molto dispersa; un aumento delle dimensioni dei fondi concorrerebbe a ridurre i costi di gestione e le rendite di posizione, oltre che a migliorare la qualità stessa della gestione.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 i rendimenti netti sono stati mediamente superiori al rendimento del Tfr – trattamento di fine rapporto (che ha oscillato tra 1,2 e 3,5 per cento). Rendimenti più elevati corrispondono però a maggiori rischi finanziari; infatti, alcuni tipi di fondi sono soggetti a un’elevata variabilità dei rendimenti, in particolare le linee di investimento a maggiore contenuto azionario. Inoltre i costi della previdenza complementare sono molto eterogenei e sono particolarmente elevati (superiori al 2 per cento annuo) proprio per i fondi che si sono maggiormente diffusi negli anni recenti, i cosiddetti Pip, cioè forme pensionistiche individuali realizzate attraverso contratti di assicurazione sulla vita (vedi p. 44 della relazione). Si tratta di fondi di compagnie assicurative che dispongono di reti di distribuzione robuste e diffuse, con i relativi sistemi di remunerazione e incentivazione.

Per lo più, al termine del piano di accumulo, il capitale viene ritirato in un’unica soluzione, molto raramente trasformato in rendita (vedi p. 138 della relazione). La funzione previdenziale dei Pip è limitata anche per il fatto che le compagnie di assicurazione hanno la possibilità di rivedere i coefficienti di conversione del capitale in rendita al termine del piano di accumulo, un elemento che limita la copertura dal rischio di longevità di questi prodotti assicurativi. La loro diffusione è favorita anche da una rete di distribuzione che spesso enfatizza i vantaggi (in termini di rendimenti realizzati negli ultimi anni), senza sottolineare i costi di gestione molto elevati, l’esposizione al rischio finanziario e la limitata copertura dei rischi legati alla durata della vita.

Aumentano i rischi finanziari

Le decisioni più importanti di una persona in materia finanziaria sono quelle legate alla pianificazione del risparmio per la vecchiaia. La maggiore diffusione di informazioni programmata da Inps con la cosiddetta busta arancione rappresenta un’occasione importante per aiutare gli individui a valutare l’opportunità di investire nella previdenza complementare. Anche per la previdenza complementare l’obiettivo è diffondere informazioni sui costi, i rendimenti, i rischi e le prestazioni che gli iscritti potranno attendersi di ricevere al momento del pensionamento. Le riforme della previdenza sociale che si sono succedute nel tempo a partire dalla riforma Dini e la minore stabilità delle carriere lavorative hanno aumentato l’esposizione delle famiglie ai rischi legati al reddito e agli investimenti finanziari.

Lo sviluppo della previdenza complementare rappresenta dunque un’opportunità, ma deve superare anche molte insidie. Di fronte del diffuso analfabetismo finanziario, la letteratura indica che interventi sporadici e parziali di educazione finanziaria hanno un’efficacia limitata e di breve periodo. D’altro canto, se chi vende un prodotto finanziario, assicurativo o previdenziale svolge allo stesso tempo una funzione di consulenza, si instaura un inevitabile conflitto di interesse, che potrebbe trovare soluzione in una revisione, anche profonda, dei meccanismi di remunerazione dei venditori.

In questo quadro, l’informazione gioca un ruolo fondamentale. Per renderla efficace è fortemente auspicabile che lo sviluppo della previdenza complementare, particolarmente dei piani individuali, avvenga con la diffusione di strumenti standardizzati, anche a livello europeo, con opzioni di investimento semplici e limitate nel numero, facilità di confronto tra costi e rendimenti, in modo da favorire la comparabilità tra piani diversi e la concorrenza tra operatori.

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