Previdenza, il pericolo Boeri

Tito Boeri (Foto Niccolò Caranti) Imc

(di Paola Valentini – Milano Finanza)

Mentre per le pensioni già adesso in fase di erogazione il governo esclude il ricalcolo, per quelle che saranno pagate in futuro l’ipotesi di passare al sistema contributivo puro è sul tavolo. Con una riduzione dell’assegno che arriverà al 20%

Anche se il ministro del Welfare Giuliano Poletti e il titolare dell’Economia Pier Carlo Padoan hanno escluso che le pensioni in essere erogate in base al metodo retribuivo non saranno ricalcolate con il metodo contributivo, che in molti casi produce assegni più bassi, la minaccia di un intervento su quelle future resta. Come fanno presagire le recenti analisi di Tito Boeri, che da presidente dell’Inps ha pubblicato online gli importi delle pensioni erogate a singole categorie di ex lavoratori non giustificate dai contributi versati. Lo steso Boeri lo scorso anno, quando collaborava con lavoce.info (si veda tabella sottostante), ha preso come riferimento lo stock di pensioni in pagamento nel 2013 calcolando che lo squilibrio fra pensioni effettive e metodo contributivo, per gli assegni oltre i 2 mila euro mensili, ha un valore annuo di circa 17 miliardi (prevedendo un contributo di solidarietà sulla base di questo scostamento).

Pensioni - Squilibrio retributivo-contributivo (Milano Finanza 30.05.2015) Imc

E così, se dopo il parziale rimborso delle rivalutazioni delle pensioni per il biennio 2012-2013, che il premier Matteo Renzi ha dovuto varare per l’intervento della Consulta, le pensioni attuali per ora verranno lasciate in pace, restano però spazi di interventi sui prossimi pensionati. Non tanto sui lavoratori giovani per i quali il sistema è già a binario unico, ma per quelli con alcuni decenni di anzianità alle spalle. Chi infatti ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996, ovvero ormai 19 anni fa, ricade interamente nel contributivo. Mentre chi a quei tempi aveva meno di 18 anni di contributi è rientrato nel sistema misto, quindi da quella data in poi ha avuto il contributivo al posto del retributivo. Sono rimasti nel retributivo quei lavoratori che a inizio 1996 avevano più di 18 anni di contributi, ma poi è intervenuta la legge Fornero che dal 2012 ha esteso anche a questi soggetti il contributivo da lì in avanti. Ma per i lavoratori con più anzianità la quota del retributivo pesa ancora molto perché appunto è restata in vigore fino al 2011. E la tentazione di mettere nel mirino questa categoria di lavoratori è forte anche perché, come dimostrano le analisi di Boeri, ci sarebbero innegabili vantaggi per le Casse dello Stato. Non a caso lo stesso Padoan nei giorni scorsi ha dichiarato che «passare nel medio periodo a un conteggio delle pensioni interamente contributivo è una ipotesi ragionevole». Un conto che sarebbe ovviamente pagato dal lavoratore. Per capire quale potrebbe essere il sacrificio richiesto MF-Milano Finanza ha chiesto alla società indipendente di consulenza finanziaria Progetica di calcolare, per diversi profili di lavoratori, la pensione attesa in base alla regole attuali e quella che si otterrebbe invece se l’intero importo fosse determinato con il contributivo.

Le elaborazioni prendono in considerazione quattro classi di età di lavoratori: 30, 40, 50 e 60enni. «Per questi profili abbiamo simulato i possibili effetti di passare dal sistema attuale ad un calcolo interamente contributivo», spiega Andrea Carbone di Progetica. Che nelle ipotesi non ha considerato la possibilità di un pensionamento anticipato. «La variazione del sistema di calcolo viene spesso associata all’introduzione di flessibilità nella scelta del momento della pensione. Nelle elaborazioni abbiamo mantenuto uguale la data di pensionamento», prosegue Carbone.

La premessa è che la più importante variabile è l’anno di inizio dell’attività: per chi ha iniziato prima del 1978 (ovvero tecnicamente, chi aveva 18 anni di contributi a fine 1995 e quindi è rimasto nel retributivo), l’impatto sarebbe il più elevato. «Questo perché gli anni calcolati con il sistema retributivo sono la maggioranza, fino al 2011 e solo dal 2012 si passa al contributivo», prosegue Carbone. Nelle elaborazioni di Progetica questo è il caso del profilo del 60enne che ha iniziato a 20 anni (1975), con una riduzione stimata del 19,9%. «Per chi invece ha iniziato a contribuire tra il 1978 e il 1995 gli effetti sarebbero meno rilevanti, con percentuali di riduzione comprese tra il 2 e il 10%, in funzione del numero di anni conteggiati nel sistema retributivo», sottolinea Carbone. E chi ha iniziato a lavorare dal 1996 non subirà effetti, perché già integralmente nel metodo contributivo.

Pensioni - Riduzione assegno (Elaborazione Progetica - Milano Finanza 30.05.2015) Imc

«L’impatto di una possibile riforma tutto contributivo sarebbe dunque rilevante, con un 20% di pensione in meno, soprattutto per i lavoratori più vicini al momento del pensionamento», precisa Carbone. Ma una soluzione del genere se da una parte mitiga almeno in parte il nodo delle disparità di trattamento tra generazioni chiedendo sacrifici ai padri per renderli più vicini alla situazione previdenziale futura dei loro figli (che oltretutto non avranno maggiorazioni sociali e integrazioni al minimo della pensione pubblica, di cui godono invece i lavoratori del retributivo), apre altri problemi non meno rilevanti. «Oltre che sulle consuete questioni di equità intergenerazionale, sarebbe necessario riflettere sull’opportunità di ridurre le pensioni a chi ha poco tempo per pensare alla previdenza integrativa, come il 60enne delle simulazioni. Senza dimenticare che spesso l’assegno pensionistico ha anche funzioni redistributive, in quanto può servire a supportare figli e nipoti», avverte Carbone. Certo è che, «al netto di questa considerazione, l’ultima riga delle elaborazioni mostra come l’introduzione di un sistema tutto contributivo ridurrebbe la forbice intergenerazionale tra le pensioni dei 50enni e quelle dei 60enni».

In sintesi, «una coperta corta che rischierebbe di scontentare l’una o l’altra generazione. Un pubblico dibattito sul modello di welfare pensionistico attuale e desiderato per il nostro Paese potrebbe aiutare ad affrontare più consapevolmente un tema cruciale per le finanze pubbliche e per la vita dei cittadini», conclude Carbone. E su questo fronte si inserisce anche il tema della flessibilità in uscita che tiene banco nel pubblico dibattito con un ampio ventaglio di soluzioni allo studio. Il premier Renzi ha affermato nei giorni scorsi che vuole dare agli italiani più libertà di scelta nel decidere quando ritirarsi dal lavoro. Il problema per lo Stato è che oggi non può permettersi maggiori spese per le pensioni. E dare la possibilità di uscire prima dal mondo del lavoro, anche se con una penalizzazione più o meno alta, comporta un aggravio immediato sui conti dell’Italia, cosa che l’Europa non approverebbe. Se da una parte questa flessibilità aprirebbe le porte ai giovani nel mondo del lavoro, dall’altra ciò «avrà inevitabilmente un impatto sulla finanza pubblica e per questo», ha sottolineato il ministro Poletti, «bisogna affrontarla in un contesto di consenso europeo». Proprio con questa logica la flessibilità in uscita che era stata introdotta per i lavoratori del contributivo dalla riforma Dini del 1995 è stata via via resa più severa. «In questo caso, l’età minima di pensionamento era fissata a soli 57 anni, è utile ricordare che nel 1995 il 50% degli lavoratori italiani nel settore privato a 58 anni era già in pensione. Per contenere la crescita della spesa previdenziale, le riforme degli anni successivi hanno progressivamente ridotto la flessibilità in uscita sia per chi è andato in pensione con il retributivo, quasi tutti, che con il contributivo, fin qui ben pochi. Nel 2014 l’età media di pensionamento per i lavoratori del settore privato è così arrivata a 62,5 anni», spiega Vincenzo Galasso, professore di economia politica alla Bocconi in un recente articolo su lavoce.info. Galasso ricorda che «come nel 1995, anche oggi ci sono buone ragioni, di salute, familiari, economiche, per credere che un po’ di flessibilità in uscita potrebbe dare vantaggi ai lavoratori. Ma è meglio non farsi illusioni. Affinchè il sistema previdenziale continui a essere sostenibile, il pensionamento anticipato deve essere associato a forti riduzioni dei benefici previdenziali, che molti studi calcolano tra il 6 e l’8% annui. Inoltre l’età della flessibilità disegnata nel 1995 dalla Dini (57-65 anni) andrebbe aggiornata per tener conto dell’aumento dell’aspettativa di vita, che in questi 20 anni è stimato attorno ai quattro anni».

Galasso scrive che «la flessibilità in uscita piace anche a sindacati e imprese, tra le quali molte sarebbero contente di spingere i lavoratori più anziani verso la pensione anticipata. È un fenomeno ben noto, già utilizzato in passato, quando generosi assegni di anzianità furono conferiti ai pensionati-baby, e che ha contribuito ad aumentare enormemente la spesa previdenziale durante gli anni 80. Tuttavia anche l’introduzione di una flessibilità in uscita giusta, attuarialmente equa, nel breve periodo incrementerebbe la spesa previdenziale poiché aumenterebbe il numero delle pensioni immediatamente erogate, seppur rendendole meno generose. E il contrario di quanto fatto in gran parte delle riforme dal 1995 a oggi, quando si è provato a chiudere le finestre che conducevano al pre-pensionamento proprio per ridurre la spesa previdenziale corrente. Dal punto di vista politico è difficile credere che un governo a cui stanno a cuore i giovani possa voler aumentare nuovamente la spesa corrente in pensioni. Soprattutto quando non c’è neanche la Corte Costituzionale a imporlo».

Le stime disponibili, anche prima dell’intervento della Consulta che ha bocciato lo stop alle rivalutazioni delle pensioni nel 2012-2013, prevedevano una crescita della spesa pensionistica (oltre il 30% della spesa pubblica corrente) attorno al 2,7% all’anno per il prossimo quinquennio. «La spesa per pensioni in Italia è pari al 16,5% del pil, la più alta tra paesi avanzati», ha detto Carlo Cottarelli del Fmi. In Italia, nella spesa pensionistica, ha spiegato, rientrano alcune voci «che in altri Paesi sono catalogate come spesa per assistenza». Queste voci contano per il 2% di pil, «se si tolgono questi resta comunque un peso elevato che toglie spazio ad altre spese». In Italia, ha ricordato, la spesa pensionistica è più elevata sia «per la struttura della popolazione, che è più anziana, e poi anche perché in passato le pensioni erano più elevate dei contributi effettivamente pagati».

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