Professionisti e invalidità permanente, il lucro cessante va comunque provato

Corte Cassazione (3) Imc

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(di Francesco Machina Grifeo – Quotidiano del Diritto)

Il professionista che a seguito di un incidente stradale abbia riportato una invalidità permanente di non modesta entità, non può chiedere, oltre alla personalizzazione del danno biologico, anche il risarcimento per il lucro cessante, se non prova nello specifico il nesso causale tra il calo dei redditi e le lesioni fisiche patite. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 18 maggio 2017 n. 12467, bocciando il ricorso di un notaio secondo il quale invece, a fronte di una «invalidità permanente media o grave», una volta fornita la prova della riduzione degli introiti deve scattare la presunzione di causalità rispetto alle lesione subita.

Il professionista, terzo trasportato in auto, a seguito dell’impatto con un’altra vettura, aveva subito l’«esplosione di una vertebra» con esito permanente. Chiamati in giudizio tutti i soggetti coinvolti, e le relative compagnie di assicurazione, la notaia ottenne la personalizzazione del danno biologico nella «misura massima», la Ctu aveva accertato una diminuzione della capacità lavorativa del 20%, e il lucro cessante unicamente per il periodo di invalidità temporanea.

Per la Suprema Corte occorre individuare «in quali casi il danno fisico con esiti permanenti non comporti soltanto la necessità che se ne tenga conto ai fini di una adeguata personalizzazione del danno biologico, ma quando e secondo quali criteri probatori, esso possa determinare anche una riduzione della capacità di guadagno nelle professioni intellettuali».

Ebbene la ricorrente sostiene di non aver lamentato (come danno patrimoniale) «un danno da lesione della cenestesi lavorativa», o «limitato alla maggior usura, difficoltà e fatica incontrate nello svolgimento dell’attività», consapevole del fatto che esso «rileverebbe, solo all’interno della personalizzazione del danno biologico» (n. 7524/2014). Bensì, «il danno patrimoniale derivante dalla contrazione della sua capacità lavorativa specifica, derivante dal fatto che non è più fisicamente in grado di svolgere l’attività come prima, dovendo fare della pause più lunghe, non potendosi sottoporre a lunghi spostamenti o stare molte ore di seguito in una stessa posizione».

Per i giudici di legittimità però per risarcire adeguatamente la professionista «della indubbia perdita di qualità della vita, privata prima che professionale, conseguente ai postumi permanenti dell’incidente», correttamente, la Corte di appello ha proceduto alla personalizzazione nel «massimo grado consentito». Mentre «la contrazione della capacità di guadagno, pur in presenza del verificarsi di una invalidità permanente di incidenza non trascurabile, non può essere presunta, ma deve essere allegata e provata».

In particolare, prosegue la sentenza, dalle dichiarazioni dei redditi non si desume un «decremento progressivo dei guadagni» ma piuttosto delle «oscillazioni» prive della «necessaria univocità» e perciò «non idonee a fornire la prova di una costante diminuzione della capacità di guadagno da porre in rapporto causale con l’evento dannoso». Né è stata fornita prova adeguata della derivazione causale «tra la contrazione di reddito o la mancanza di incremento e la impossibilità fisica, per il notaio, di mantenere i ritmi lavorativi precedenti, e tanto meno di incrementarli». Infine, il riferimento da parte del giudice di merito alla possibile incidenza della «crisi economica» sulla contrazione del volume di affari delle professioni intellettuali in genere e della professione notarile in particolare, ha un «peso solo rafforzativo del convincimento già maturato».

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