Prometeia: “Per i Pir futuro garantito, per il momento non c’è alcuna bolla”

Salvadanaio - Risparmio - Previdenza Imc

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(di Adriano Bonafede – Repubblica Affari & Finanza)

Un’indagine inedita che verrà presentata nelle prossime settimane mostra che sono ancora pochi gli italiani che li conoscono e che le quotazioni delle PMI non sono salite al punto da poterle considerare sopravvalutate

I Pir hanno ancora molto fiato per correre. Per una serie di motivi concomitanti. Da una parte le famiglie conoscono ancora poco il funzionamento dei Piani individuali di risparmio, ma sono disponibili ad approfondirlo. Poi perché in effetti i Pir hanno raccolto nel primo semestre del 2017 circa 5.3 miliardi di euro: sembra tanto, ma in effetti è soltanto il 10 per cento dell’investimento in fondi comuni. Infine, perché il rischio di bolla – pur essendo cresciuto molto il valore delle mid e small cap (le imprese a piccola media capitalizzazione quotate in Borsa) – in realtà non sembra collegato alla nascita dei Pir. È questo il quadro che emerge dalla nuova edizione di Wealth Insights della società di consulenza Prometeia in collaborazione con Ipsos, che verrà presentata nelle prossime settimane e di cui Affari & Finanza è in grado di anticipare i dati salienti.

Insomma, buone nuove per banche, assicurazioni e reti di promotori che vendono i fondi “Pir compliant”, ovvero quegli strumenti che possono godere delle detrazioni fiscali. La normativa, infatti, prevede che i Pir debbano investire almeno il 70 per cento in imprese che operano in Italia; di questo 70 per cento il 30 per cento deve essere investito in piccole e medie imprese quotate: alla fine dei conti, quindi, è soltanto il 21 per cento della loro raccolta che finisce sulle small cap. «Sui 10 miliardi di raccolta previsti per la fine di quest’anno – spiega Lea Zicchino, partner di Prometeia – solo 2 miliardi andranno ad acquistare azioni delle piccole e medie imprese». Non così tanto da creare il pericolo di una bolla.

La bolla che non c’è

È pur vero, si legge nel rapporto di Prometeia, che “gli indici azionari delle società mid e small cap investibili in Pir hanno realizzato da inizio anno guadagni significativi”. Ma, è questo il punto, “il confronto tra le performance dei diversi indici mid-small cap rispetto a quelle del Ftse Mib mostra come in realtà le piccole e medie imprese italiane abbiano realizzato variazioni positive in termini assoluti anche nel corso degli ultimi 3 e 5 anni”, quando i Pir non esistevano neppure in mente dei. “Inoltre – si legge – queste performance sono state ottenute anche con una volatilità marcatamente più bassa degli indici large cap”.

Tutto ciò non è dovuto al caso ma è da ricollegare al fatto che l’indice mid-small cap ha una composizione settoriale diversa rispetto all’indice generale. In particolare, “il peso del settore finanziario all’interno del Ftse Mib è circa il doppio (poco più del 15 per cento) di quello degli indici azionari di più piccola capitalizzazione”. E come si sa il settore finanziario, con le banche in primo piano, è quello che ha sofferto di più in questi anni di turbolenza. “La debolezza delle quotazioni del settore bancario – si legge anche nel rapporto – e la sua volatilità nel corso degli ultimi anni ha sicuramente influito più sulla dinamica del Ftse Mib che degli altri indici, che possono contare su una componente legata a industria e servizi maggiore e, in generale, a settori che hanno visto una revisione al rialzo delle stime sugli utili”.

Una riprova della attuale non sopravvalutazione dell’indice Ftse Mid cap è data dal fatto che questo è aumentato del 20 per cento da inizio anno, “contribuendo a portare il rapporto tra prezzi e utili attesi a 12 mesi su valori (18x) più prossimi a quelli dell’indice azionario principale (17x)”. In generale, quindi, guardando ai multipli di Borsa, non appaiono segnali di sopravvalutazione o di bolla, “in quanto sia il rapporto p/e che il dividend yield sono perfettamente in linea con le proprie medie di lungo periodo”.

L’interesse delle famiglie

Prometeia vede una grande potenzialità di crescita dei Pir nel fatto che, nonostante il loro iniziale successo, questi strumenti siano ancora poco conosciuti fra gli italiani. La loro diffusione, quindi, è fisiologicamente limitata. “In base all’indagine condotta da Ipsos a inizio luglio nell’ambito del rapporto Wealth Insights con Prometeia su un campione rappresentativo di italiani, il 16,5% conosce il prodotto (ma non intende attivarlo nel successivo anno) e un altro 18 per cento lo ha sentito nominare ma non ne conosce nel dettaglio le caratteristiche”.

Su questi soggetti, in qualche modo già “pronti” a farsi spiegare il funzionamento dei Pir, le reti di vendita bancarie, assicurative e dei consulenti finanziari potranno agire con successo. Fermo restando che ben il 48,1 per cento di chi già possiede un servizio finanziario non l’ha mai sentito nominare: anche questo è un bacino da aggredire. Così, a fine luglio, racconta Prometeia, “meno del 2 per cento degli italiani aveva sottoscritto un Pir, in 3 casi su 4 su proposta dell’intermediario e non su di un’autonoma iniziativa”, mentre la diffusione è doppia (ma solo il 4 per cento, in fondo), presso gli italiani “che già possiedono uno strumento finanziario”.

Perché si scelgono i Pir

La survey di Prometeia-Ipsos rivela anche lo spaccato sui driver d’interesse per il prodotto tra sottoscrittori attuali e potenziali.

Il driver principale rimane sempre quello fiscale, seguito però a ruota dalla “ricerca di un investimento a medio e lungo termine. Al terzo posto c’è la ricerca di protezione totale o parziale del capitale versato. E questa domanda di mercato, nota Prometeia, può essere soddisfatta soltanto dai Pir assicurativi, in quanto soltanto questi ultimi possono offrirla, limitatamente alla eventuale componente investita in ‘gestioni separate’”.

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