Quinto Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano, “abbiamo un welfare generoso ma vulnerabile”

Calcolo - Previdenza Imc

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Secondo quanto emerge dal nuovo rapporto curato da Itinerari Previdenziali, la spesa per prestazioni sociali in Italia incide per il 54,44% sull’intera spesa pubblica comprensiva degli interessi sul debito pubblico: l’incidenza rispetto al Pil, considerando anche altre funzioni sociali e le spese di funzionamento degli Enti che gestiscono welfare, arriva a 29,26%, uno dei valori più alti in Europa. Mentre la spesa pensionistica è sotto controllo, cresce a ritmi insostenibili la spesa per assistenza: la spesa a carico delle fiscalità generale è aumentata di 3,7 miliardi rispetto al 2015. Si riduce nel 2016 il numero dei pensionati: il rapporto pensionati/attivi tocca quota 1,417, dato migliore dal 1997; aumenta però il rapporto tra prestazioni in pagamento e numero di pensionati. La stima realizzata dal Centro Studi e Ricerche rileva che occorrono all’incirca tutte le imposte dirette per finanziare la spesa per il welfare relativa all’anno 2016. Stando alle dichiarazioni ai fini Irpef realizzate sui redditi 2015, oltre la metà (50,9%) degli italiani risulta senza reddito: a ogni dichiarante corrispondono 1,488 abitanti che, nella maggior parte dei casi, sono persone a carico. Individuati nel contenimento della spesa per assistenza e nel contrasto dell’evasione fiscale e contributiva le questioni più urgenti ai fini della sostenibilità del sistema

Aumenta il numero degli occupati, mentre decresce rispetto al 2015 il numero di pensionati, che si riduce di quasi 115.000 unità: il rapporto attivi/pensionati tocca quindi nel 2016 quota 1,417, dato migliore dal 1997 (primo anno utile al confronto); il tutto mentre la spesa pensionistica pura è aumentata dal 2015 al 2016 solo dello 0,22%, segnando un incremento triennale annuale dello 0,57%, tra i più bassi di sempre. Sono queste alcune delle principali evidenze emerse dal Quinto Rapporto “Il Bilancio Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2016”, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Il documento, realizzato con il patrocinio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, fornisce una visione d’insieme del complesso sistema di welfare italiano, illustrando gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi nelle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico del Paese e opera al contempo un’utile riclassificazione della spesa (con ripartizione tra previdenza e assistenza) all’interno del più ampio bilancio dello Stato.

«Nel pieno di una campagna elettorale nella quale “promesse e proclami” si sono concentrati sul tema delle pensioni e dell’assistenza, argomenti del resto ad ampia sensibilità sociale e che interessano da vicino un’ampia platea di potenziali elettori, come ad esempio i 16,1 milioni di pensionati italiani (più di 8 dei quali totalmente o parzialmente assistiti dallo Stato) o, ancora, quanti anelano alla giusta quiescenza – ha spiegato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – diventa quanto mai indispensabile fare chiarezza grazie ai numeri. Numeri che evidenziano innanzitutto come, al di là dell’opinione comune supportata dai dati Istat, la dinamica della spesa per le pensioni sia assolutamente sotto controllo».

I principali numeri del sistema previdenziale

Nel 2016, la spesa pensionistica italiana relativa a tutte le gestioni ha raggiunto, al netto della quota GIAS (vale a dire la gestione per gli interventi assistenziali), i 218,5 miliardi di Euro, mentre le entrate contributive sono state pari ad oltre 196,5 miliardi, per un saldo negativo di quasi 22 miliardi. A pesare sul disavanzo, in particolare, la gestione dei dipendenti pubblici, che evidenzia un passivo di 29,34 miliardi parzialmente compensato dall’attivo di 2,22 miliardi del Fondo pensione lavoratori dipendenti (il maggior fondo italiano) e dai 6,6 miliardi della gestione dei parasubordinati. Rispetto al 2015, aumentano invece del 2,71% i contributi versati: si riduce quindi di 4,56 miliardi il saldo negativo di oltre 26 miliardi registrato nel 2015.

Nel 2016 è proseguita la riduzione del numero di pensionati, che ammontano a 16.064.508 unità, segnando il punto più basso dopo il picco del 2008. Tocca invece il massimo livello di sempre il rapporto tra occupati e pensionati, “dato fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano”. Con un numero di prestazioni in pagamento a propria volta in diminuzione, spiegano i curatori del rapporto, risulta interessante invece notare come il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero di pensionati sia pari a 1,43, dato più elevato dal 1997; il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e popolazione tocca invece quota 2,638, di fatto una prestazione per famiglia (spesso di tipo assistenziale).

La separazione tra previdenza e assistenza

Con riferimento al 2016, risultano in pagamento in Italia 4,1 milioni di prestazioni di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, di guerra) e ulteriori 5,3 milioni di pensioni che beneficiano, in una o più quote, di parti assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, importi aggiuntivi etc). L’insieme delle prestazioni ha riguardato 4.104.413 soggetti, per un costo totale annuo di oltre 21 miliardi di Euro (502 milioni in più, il 2,41%, rispetto al 2015).

Prestazioni per le quali, ricordano i curatori del rapporto, non è però stato di fatto versato alcun contributo (o, al più, sono state versate contribuzioni modeste e per pochi anni). «In questa prospettiva – ha commentato Brambilla – separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è un “esercizio” necessario su più fronti. Innanzitutto, si tratta di un’operazione utile a livello contabile, perché consente di fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, ma che troppo spesso sono impropriamente comunicate, come se fossero assimilabili tra loro, anche a organi e istituzioni internazionali, con il risultato di continue richieste di riforme pensionistiche. Si tratta poi evidentemente di un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no: non bisogna infatti dimenticare che il nostro modello di welfare prevede per finanziare le pensioni una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale».

Una riflessione che si fa ancora più urgente, secondo il presidente del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, tenendo conto dell’autentica gara a introdurre forme di sostegno alle famiglie (Reddito di inserimento, Reddito di cittadinanza, Reddito di dignità) scatenata dalle imminenti elezioni politiche: «I costi di queste proposte vanno dai sette miliardi al triennio sino ai 20 miliardi strutturali l’anno per le soluzioni più estreme. Ma come garantire le adeguate coperture? Anche perché stiamo parlando di cifre davvero difficilmente comprensibili alla luce di quanto già spendiamo per prestazioni di protezione sociale: per il 2016, su 830 miliardi di spesa pubblica totale, per sanità, pensioni e assistenza abbiamo speso 452 miliardi, pari al 54,4% del totale e di cui circa 40 a debito. Se calcoliamo tale spesa sulle entrate, l’incidenza aumenta al 57,32%, un valore più alto di quello raggiunto dalla Svezia, considerata la patria del welfare».

Il quadro tracciato dal rapporto, evidenziano ancora da Itinerari Previdenziali, è quindi quello di un Paese con un welfare già molto sviluppato, ma con due cruciali punti di vulnerabilità: l’assoluta necessità di un monitoraggio della spesa assistenziale e un insufficiente livello di finanziamento imputabile all’elevata evasione fiscale e contributiva.

Come si finanzia il welfare italiano: la sostenibilità del sistema

La stima realizzata per il 2016 sulla base dei dati riferiti al 2015 rileva che occorrono all’incirca tutte le imposte dirette per finanziare la spesa per il welfare relativa all’anno 2016. Una situazione poco sostenibile nel medio termine, tanto più se si tiene conto dei dati emersi dall’analisi delle dichiarazioni Irpef degli italiani, «più vicini a quelli di un Paese in via di sviluppo che a quelli di un Paese del G7».

I redditi 2015 dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 lo scorso anno ammonta a un totale di 832,97 miliardi di Euro (+1,7% rispetto all’anno precedente); su questi redditi, al netto dell’effetto del Bonus da 80 Euro di cui hanno beneficiato 11.155.355 contribuenti, per uno sgravio complessivo di 8,964 miliardi, il totale Irpef versato diminuisce però dal nominale di 171,714 miliardi a 162,75 miliardi di Euro (erano 160,98 miliardi nel 2014) che dovranno essere ancora depurati dalle deduzioni.

Il numero dei dichiaranti nel 2015 è stato di 40,77 milioni, ma solo 30,9 milioni di contribuenti hanno presentato una dichiarazione dei redditi positiva: oltre la metà (50,9%) degli italiani risulta dunque senza reddito, tanto che a ogni dichiarante corrispondono 1,488 abitanti che, nella maggior parte dei casi, sono persone a carico.

Prospettive di breve e medio-lungo periodo

Se i numerosi allarmi lanciati anche a livello internazionale sono giustificabili sotto il profilo del debito pubblico, non sembrano invece esserlo stando ai dati del nuovo rapporto di Itinerari Previdenziali, almeno in materia di previdenza e lavoro, altro ambito dove si assiste a segnali incoraggianti, malgrado una persistente disoccupazione. A fine 2016 il numero degli occupati è aumentato rispetto al 2015 di 294 mila unità passando da 22.464.753 a 22.757.838, dato migliore dal 2009; migliora l’occupazione femminile e prosegue poi l’aumento degli occupati over 50 che passa dal 47% del 2008 al 59,5% nel terzo trimestre 2017. In miglioramento anche il PIL reale.

«Il vero problema è semmai mettere sotto controllo la spesa assistenziale e le entrate fiscali, con una coraggiosa riforma di sistema basata sul monitoraggio della prima con l’anagrafe generale dell’assistenza e introducendo, per arginare i fenomeni di evasione fiscale, il contrasto di “interessi” – ha chiosato Brambilla –. Diversamente, si renderà sempre più fragile il sistema di protezione sociale e si continueranno a perdere risorse preziose da investire in sviluppo capace di aumentare produttività e generare PIL».

Quanto, infine, alle prospettive future del sistema previdenziale, per il quale il dibattito elettorale delle ultime settimane si è molto concentrato soprattutto sull’eventuale abolizione della Legge Monti-Fornero, il rapporto evidenzia l’importanza di politiche che tendano a premiare fedeltà contributiva e lunghe carriere: in questa prospettiva, l’indicizzazione dell’età di pensionamento resta requisito irrinunciabile per l’equilibrio del sistema (si pensi ad esempio al caso delle prestazioni assistenziali o di pensioni di vecchiaia sostenute da carriere brevi), da affiancare tuttavia alla reintroduzione di elementi di flessibilità in uscita.

«A tal fine – ha concluso il presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – si dovrebbe in prima battuta sganciare l’anzianità contributiva dall’aspettativa di vita, caratteristica tutta italiana introdotta dalla riforma Fornero, prevedendo un massimo di 41 anni e mezzo di contribuzione (di cui non più di tre di tipo figurativo) e un’età minima pari a 63 anni. Senza dimenticare poi, la necessità di ripensare anche l’intera organizzazione del lavoro, ferma in Italia a oltre vent’anni fa, tenendo anche conto dell’invecchiamento attivo e del contributo che i pensionati stessi possono offrire all’intera comunità mettendo al servizio, soprattutto dei più giovani, le proprie competenze ed esperienze».

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