RBM Assicurazione Salute: Spesa sanitaria privata, non è una cosa da ricchi…

Marco Vecchietti (7) Imc

Marco Vecchietti (7) Imc

Marco Vecchietti, CEO della compagnia specializzata nell’assicurazione sanitaria, torna sui temi oggetto del confronto avviato durante il Welfare Day 2018: “Se non si garantisce la gestione delle cure private pagate di tasca propria dei cittadini italiani non si può dire che il nostro sistema sanitario sia davvero universale. Affiancare al SSN un secondo pilastro privato con governance pubblica eviterebbe di lasciare i cittadini di frotne alla scelta tra pagare di tasca propria e curarsi”

Prosegue e si alimenta di nuovi argomenti il confronto avviato al Welfare Day 2018 (“La Salute è un Diritto. Di Tutti”), durante il quale è stato presentato l’8° Rapporto RBM-CENSIS sulla Sanità pubblica, privata e intermediata, condiviso nei giorni scorsi da RBM Assicurazione Salute anche con il ministro della Sanità Giulia Grillo.

Come sottolinea la compagnia specializzata nell’assicurazione sanitaria, analizzando i dati del Rapporto “risulta evidente come la spesa sanitaria privata sia un fenomeno non solo in crescita, ma profondamene radicato e trasversale a tutte le famiglie italiane”.

“Chi pensa, ad esempio, che a pagare per la propria salute siano soltanto le persone appartenenti alle fasce di reddito più alte, è fuoristrada – evidenziano da RBM –. Il 32% della spesa sanitaria privata lo scorso anno, ha infatti riguardato i cittadini con reddito compreso tra 35.000 e 60.000 Euro annui, il 17,58% i redditi compresi tra i 15.000 ed i 35.000 Euro annui ed il 6,43% i redditi inferiori a 15.000 Euro annui”.

Nemmeno la diffusa convinzione che il fenomeno riguardi solo le regioni del Nord a causa di un reddito pro capite più elevato o quelle del Sud dove il SSN presenta maggiori difficoltà di accesso trova riscontro nei fatti. A pagare di tasca propria le cure sanitarie, spiegano da RBM, sono, con motivazioni certamente diverse, tutti gli italiani ed in particolare il 26% dei cittadini delle regioni del Sud e Isole, poco meno del 20% di quelli del Centro, più del 24% dei cittadini del Nord Est ed oltre il 30% di quelli del Nord Ovest.

La criticità complessiva del quadro delineato dal Rapporto deriva dal fatto che il costo maggiore ricade soprattutto sui più deboli: il 58% delle cure acquistate privatamente riguarda i cronici, il 15% le persone con patologie acute e per oltre il 12% i non autosufficienti/inabili. Il costo medio pro capite sostenuto dagli anziani (1.356,23 Euro annui) è più che doppio rispetto a quello registrato per il resto dei cittadini.

Una situazione “che non garantisce di certo l’universalità”, come fa notare il numero uno di RBM Assicurazione Salute, Marco Vecchietti (nella foto): “La spesa sanitaria privata è la principale fonte di disuguaglianza in sanità. Da otto anni il Rapporto realizzato in collaborazione con il Censis fotografa lo stato dell’arte della Sanità nel nostro Paese ed è ormai chiaro come la crescita della spesa sanitaria privata sia un fenomeno strutturale ed inarrestabile”.

“Nel 2018 – prosegue Vecchietti – le prestazioni sanitarie erogate al di fuori del S.S.N. passeranno da 95 a 150 milioni e non si tratta certo di prestazioni superflue o voluttuarie. Aprire il portafoglio per curarsi è ormai la normalità per gli italiani: lo scorso anno sette cittadini su dieci hanno acquistato farmaci, sei su dieci hanno speso per visite specialistiche, quattro su dieci per prestazioni odontoiatriche, cinque su dieci per prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio, due su dieci per lenti ed occhiali e uno su dieci per acquisto di protesi e presidi”. Con un livello di assicurazione della spesa sanitaria privata del 14,5%, rilevano inoltre dalla compagnia, l’incidenza delle cure private sui redditi delle famiglie in Italia “è doppia rispetto a quella registrata negli Stati Uniti che, notoriamente, hanno un sistema sanitario prevalentemente privato”.

“In questa prospettiva – conclude Vecchietti – appare chiaro come aggiungere al Servizio Sanitario Nazionale un secondo pilastro sanitario aperto a tutti i cittadini, e quindi “universalistico”, non significherebbe smantellare la sanità pubblica, ma al contrario rappresenterebbe l’unica alternativa per non costringere i cittadini a decidere se pagare di tasca propria o curarsi preservando i valori fondanti del nostro sistema sanitario per noi, per i nostri figli e per i nostri genitori”.

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