RC AUTO: DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEGLI ASSICURATI?

Rc auto - Tariffe Imc

A seguito di una gradita segnalazione da parte di una fonte interna – dalla quale abbiamo avuto il benestare alla citazione -, pubblichiamo alcuni passaggi significativi dell’articolo di Fausto Panzeri apparso sul mensile Assinews 237 di dicembre 2012. Parlare e analizzare l’Rc auto è molte volte arduo, soprattutto nei confronti dei consumatori e delle associazioni di categoria, che vedono una difesa eccessivamente corporativa della categoria. Spesso però, i dati storici reali raccontano altre cose…

(RC auto: Dove vanno a finire i soldi degli assicurati? – Articolo di Fausto Panzeri – Assinews 237 – Dicembre 2012)

Da un’analisi di tutte le uscite emergono alcune contraddizioni. L’arricchimento di imprese e agenti è una leggenda da sfatare. Nel medio termine si intravedono dei miglioramenti

Nell’immaginario collettivo quella della rc auto è un tipo particolare di torta di cui si abbuffano le compagnie di assicurazione, i loro agenti e un sistema piuttosto parassitario del quale fanno le spese i poveri, vessati, utenti del servizio. L’obbligo di assicurazione, imposto dalla legge, viene così percepito da molti assicurati come una tassa ingiusta ed esagerata.

L’aspetto più amaro di questa annosa vicenda è che le compagnie dichiarano spesso che i loro conti sono in rosso e molti agenti affermano che l’esiguità dei loro compensi provigionali, a fronte di obblighi sempre più gravosi, mettono a repentaglio la sopravvivenza stessa delle loro aziende familiari. Un quadro non certo idilliaco che vorremmo comprendere meglio con un’analisi storica ed economica.

Per ritornare all’immagine della torta possiamo rilevare la sua indubbia consistenza che pone l’Italia al primo posto in Europa per la spesa pro-capite che gli automobilisti sopportano per assicurare la propria autovettura. Una spesa, come ormai è ben noto a tutti, che è notevolmente differenziata tra le varie province italiane con scarti, in taluni casi, nell’ordine del 300%. Essendo gli oneri fiscali determinati da una percentuale sui premi, si può sottolineare come per questa voce un assicurato di Napoli si trova a corrispondere alle casse dello Stato l’equivalente del premio totale pagato dall’automobilista di una provincia particolarmente virtuosa.

Se sono comprensibili le ragioni tecniche che militano a favore di una forte differenziazione tra i premi introitati dalle compagnie, per coprire gli oneri derivanti dai sinistri, lo è certamente di meno il versamento di un’imposta assai diversa per lo stesso tipo di autovettura. Pur mantenendo inalterato il gettito fiscale complessivo sarebbe forse il caso di ricorrere a una diversa forma di mutualità fiscale tra gli assicurati.

Proviamo ora ad analizzare dove sono andati a finire i soldi pagati dagli assicurati nell’ultimo quinquennio. I dati sono stati rielaborati da ASSINEWS su quelli forniti dall’ANIA nelle annuali pubblicazioni denominate “L’assicurazione italiana”.

Balza subito agli occhi, come meglio evidenziato nel grafico, che la fetta più significativa della torta spetta allo Stato che si merita ancora una volta il ruolo del convitato privilegiato. L’abbiamo definita la fetta più consistente in quanto lo Stato non sopporta alcun onere, ma è evidente che la maggior fonte di spesa resta la liquidazione dei sinistri che nel suo totale ammonta al 68,1% dei premi.

Gli oneri fiscali e parafiscali in cinque anni hanno raggiunto 20.677 milioni; una cifra che rappresenta il 19,1% di quanto pagato dagli assicurati e che viene incassato, lo ripetiamo, senza alcun onere di esazione. Agli agenti per le sole provvigioni, sono stati accreditati 9.305 milioni equivalenti all’8,6% del totale. La parte residua, equivalente al 7,5% viene determinata dalle spese generali e da altri oneri gestionali. Alla fine dei calcoli emerge che il mercato assicurativo, nel suo complesso, e nel quinquennio esaminato, ha evidenziato una perdita complessiva di 1,1 miliardi di euro.

Ci rendiamo conto che più di uno scuoterà la testa, ipotizzando astuti marchingegni da parte delle compagnie per celare chimerici utili. Siamo invece convinti che gli importi complessivi nel loro quinquennio siano esatti e palesino, ancora una volta, la fragilità del settore. Sottolineamo altresì che in questi conteggi, meramente tecnici, non viene indicato il costo del capitale che deve essere messo a disposizione per operare nel ramo auto e fornire adeguate garanzie di solvibilità a tutti gli assicurati.

È nostra opinione che nel 2012 i dati complessivi dovrebbero migliorare a causa prevalentemente della diminuzione del costo complessivo dei sinistri determinata dal minor utilizzo dei veicoli a motore e dalla nuova normativa relativa alle microlesioni. È altresì auspicabile che nel medio termine si possano avvertire ulteriori benefici da un più efficace contrasto alle frodi e dall’auspicabile regolamentazione, a livello nazionale, dei parametri di indennizzo delle invalidità permanenti.

Ci pare tuttavia assai difficile che, nell’immediato futuro, ci si possa attendere dei seri risparmi sui costi della polizza rc auto. Il problema tuttavia sta assumendo dimensioni negative assai preoccupanti, che si possono riscontrare nell’aumento degli automobilisti non assicurati e nella crescente difficoltà per le classi più disagiate di sopportare i costi elevati delle coperture assicurative. Si potrebbero, a nostro avviso, ipotizzare delle forme di perequazione fiscale che andrebbero a penalizzare i costi degli assicurati delle province più virtuose favorendo, al contempo, quelle delle province nelle quali si verificano più sinistri.

Sarebbe certamente auspicabile che anche lo Stato facesse un passo indietro nell’applicazione delle imposte, che attualmente ammontano al 26% circa e che sono tra le più elevate dei paesi della comunità europea. Tanto per intenderci se i nostri oneri fiscali e parafiscali fossero analoghi a quelli del Regno Unito e della Spagna (rispettivamente 6% e 8,15%) si otterrebbe un risparmio immediato sulle attuali tariffe nell’ordine del 15%.

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