Relazione annuale IVASS, seconda parte delle considerazioni del presidente Salvatore Rossi

Salvatore Rossi (7) Imc

Salvatore Rossi (7) Imc

Nella seconda parte delle considerazioni sull’attività svolta dall’IVASS nel corso del 2016, il presidente Salvatore Rossi (nella foto) affronta il tema di Solvency II per poi soffermarsi sulle azioni attualmente intraprese dall’Istituto.

Rossi intende tracciare una prima valutazione dell’impatto di Solvency II basandosi sull’esperienza fatta nel primo anno e mezzo dall’entrata in vigore del nuovo quadro regolamentare europeo. Dall’esperienza maturata sul campo e dai convegni, sottolinea il presidente IVASS, emergono alcuni problemi delle nuove regole, su cui conviene discutere per poi agire al fine di risolverli.

Prima di affrontarli Rossi ricorda tuttavia come Solvency II segni il passaggio da una regolazione insensibile al tema del rischio a una basata sull’analitica misurazione di questo. Al pilastro quantitativo della solvibilità si aggiungono inoltre i due qualitativi della governance aziendale e delle informazioni da dare ai diversi soggetti interessati. Anche questo è un fondamentale avanzamento rispetto a Solvency I. “Per una industria che ha come materia prima il rischio, e la cui funzione consiste nel ripartirlo fra gli assicurati, ignorarlo proprio nel momento di valutare e far valutare la propria solvibilità non era più accettabile. Solvency II ha posto riparo a questa mancanza”.

La prossima revisione di Solvency II, prevista nel 2018, sarà l’occasione “per rivedere possibili complicazioni eccedenti il necessario”.

Per quanto riguarda i problemi finora emersi, il primo riguarda la grande complessità nella misurazione del requisito minimo di capitale, discendente dall’obiettivo di tener conto degli svariatissimi profili di rischio che le diverse compagnie possono presentare. “È un fatto che le compagnie sono molto diverse fra loro: per modello di business, per dimensione, per nazionalità – afferma Rossi –. I rischi di perdite potenziali che esse corrono sono parimenti assai diversi. Certamente non è giusto chiedere a una compagnia che intende correre meno rischi di un’altra di mantenere lo stesso capitale minimo di quest’ultima”.

Solvency II ha quindi scelto di seguire l’approccio utilizzato per le banche, affidando alle compagnie stesse la determinazione del requisito di capitale e dei fondi propri, riservando alle autorità di vigilanza il compito di verificare se il metodo scelto sia adeguato al proprio profilo di rischio. I metodi ammessi sono di fatto tre, di crescente complessità: la formula standard, i parametri specifici dell’impresa, il modello interno. Per gli ultimi due la normativa demanda alle autorità di vigilanza il compito di validarli preventivamente, un’attività molto impegnativa. Ma anche il metodo più semplice, la formula standard, presenta obiettive complessità.

Questa situazione – evidenzia Rossi – pone problemi sia alle compagnie, in particolare quelle medio-piccole, sia a noi supervisori. Per le prime si tratta essenzialmente di costi aggiuntivi. Per noi si tratta di come utilizzare risorse date e scarse.

In Italia due gruppi e 12 imprese hanno finora scelto il “modello interno”; nel ben più ampio mercato inglese i modelli approvati sono stati poco più di 20. Altri due gruppi e sette imprese hanno scelto in Italia la formula USP (parametri specifici d’impresa) mentre le restanti 92 hanno scelto la formula standard.

Maggiore è la complessità degli strumenti di misura, più le grandi compagnie possono cercare di “ottimizzare” il requisito di capitale e il livello dei fondi propri anche al di là di quanto sarebbe prudente, mettendo in difficoltà i supervisori. “È evidente che c’è un trade off – osserva Rossi – fra precisione nella misurazione del rischio che una compagnia corre e sopportabilità degli sforzi volti a ottenerla. Se occorre un intero camion per contenere la documentazione necessaria per descrivere il modello interno di una compagnia, viene il sospetto che Solvency II non abbia ancora trovato il giusto equilibrio in questo trade off”.

Un secondo problema che è stato notato in Solvency II risiede nelle forti e rapide oscillazioni dell’indice di solvibilità, discendenti essenzialmente dal principio del valore di mercato. “Può essere forse più prudente valutare un cespite come se dovesse essere venduto subito, piuttosto che al valore che aveva quando è stato acquisito – rileva il presidente IVASS –. Sta di fatto che i valori di mercato sono divenuti molto volatili: di conseguenza, l‘indicatore di solvibilità di qualche compagnia è variato anche di cento punti nell’arco di un anno”.

Per Rossi è realisticamente difficile immaginare ora un cambiamento delle regole che abbandoni il principio del valore di mercato. Bisogna quindi che imprese e supervisori imparino a convivere con questa volatilità e ad interpretarla, anche valutando cuscinetti di sicurezza dei fondi propri che mettano al riparo le imprese da crisi che si auto-realizzano partendo da una forte oscillazione di mercato.

Secondo il presidente IVASS è invece ipotizzabile – e anzi auspicabile – rafforzare le misure anti-cicliche come il Volatility Adjustment, per evitare che la risposta delle imprese e le azioni di vigilanza accentuino le difficoltà cicliche invece che attenuarle.

Un terzo problema è conseguente all’applicazione difforme delle nuove regole su scala europea o, come si usa dire, nella mancanza di un campo da gioco livellato.
“Non è questione di buona o cattiva volontà dei regolatori e supervisori nazionali, ma di una tale diversità dei punti di partenza nazionali da aver portato Solvency II a tollerare diverse norme transitorie – evidenzia Rossi –. Vi si aggiungono persistenti discrezionalità nazionali di attuazione”.

A questo proposito, il presidente IVASS cita la possibilità per una qualunque impresa europea, stabilita e vigilata in un dato paese, di operare liberamente in tutti gli altri paesi in regime di stabilimento o di libera prestazione dei servizi, senza sottostare alla vigilanza dei paesi ospitanti. “Se non c’è piena uniformità nelle norme di attuazione, nelle prassi e negli stili di vigilanza nazionali, allora possono nascere guai”, ammonisce Rossi, che ricorda come in Italia si siano verificati alcuni casi di imprese “di fatto controllate da soggetti italiani di dubbia reputazione, formalmente incorporate in altri paesi dell‘Unione europea”.

Queste imprese eleggevano l’Italia come mercato preferenziale e vi conducevano affari che secondo l’Istituto mettevano a rischio una inconsapevole clientela. In alcuni casi è stata vietata l’assunzione di nuovi affari in Italia e, in uno di essi, la Corte di Giustizia europea, chiamata a pronunciarsi dal nostro Consiglio di Stato, ha dato ragione all’Istituto, “pur riaffermando il sacrosanto principio-cardine della vigilanza in capo all’autorità del paese d’origine”.

Nell’ultima parte delle sue considerazioni, come anticipato, Rossi si sofferma sull’azione di regolazione e di supervisione che l’IVASS attualmente svolge su più fronti.

Su quello di Solvency II, ricorda il presidente IVASS, ora che la fase della pura compliance alle nuove norme è in gran parte superata, bisogna che tutti – vigilanti e vigilati – abbiano una strategia sostenibile per il futuro. L’ORSA (Own Risk and Solvency Assessment) diventa il caposaldo del nuovo sistema.

Dagli approfondimenti effettuati sul modo in cui le imprese affrontano l’ORSA emergono, accanto ad alcuni aspetti confortanti, altri che non lo sono. Molte imprese hanno effettivamente intrapreso un percorso di cambiamento, iniziando proprio con l’accrescere la sensibilità e la consapevolezza dei consigli di amministrazione. Secondo Rossi vanno invece compiuti progressi nei metodi di stima della solvibilità prospettica, tenendo anche conto dei rischi qualitativi, non misurabili direttamente. L’indice di solvibilità è il parametro fondamentale su cui i mercati e gli investitori giudicano l’impresa; va reso coerente con la redditività dell’impresa, ma il cuscinetto di sicurezza rispetto al requisito minimo dev’essere il più possibile spesso e stabile nel tempo.

La vigilanza sui rapporti fra compagnie e singoli clienti, a tutela di questi ultimi, è sinergica con quella prudenziale e non conflittuale, sottolinea Rossi. Non si tratta solo di trasparenza contrattuale: la tutela abbraccia tutte le fasi di vita del rapporto, inclusi i pagamenti dovuti dalle imprese.

Il rispetto dei tempi di pagamento delle polizze Vita, ad esempio, è cruciale. Nel comparto RC auto molti reclami riguardano dinieghi ambigui o ritenuti infondati. L’Istituto ha richiamato tutte le compagnie a rivedere i processi liquidativi al fine di essere più rapide e chiare.

Un caso particolare è quello delle polizze cosiddette “dormienti” ed il fenomeno è assai rilevante. Da una indagine condotta dall’Istituto stesso emerge che circa quattro milioni di polizze Vita sono scadute negli ultimi cinque anni ma non sono state liquidate, perché le compagnie non sanno se l’assicurato è o no deceduto prima della scadenza della polizza: molto spesso i beneficiari non si fanno avanti perché non sanno di esserlo, e nella polizza sono indicati in modo generico (ad esempio, “gli eredi legittimi”).

L’IVASS, ricorda Rossi, ha sensibilizzato imprese e consumatori. Molte imprese si sono attivate avviando nuove verifiche, consapevoli del potenziale danno reputazionale che può ricadere su di loro. L’Istituto ha peraltro segnalato al Governo – già nello scorso mese di marzo – la necessità che siano modificate norme di legge evidentemente imperfette. “Ci piacerebbe – afferma il presidente IVASS – che fossero chiaramente identificati i beneficiari delle polizze e che le imprese di assicurazione potessero accedere all’istituenda Anagrafe nazionale della popolazione residente; anzi, che debbano farlo almeno una volta l’anno, per verificare i decessi degli assicurati e disporre il pagamento delle somme dovute, così come avviene in altri paesi europei”.

L’intero quadro dei rapporti fra compagnie e clienti è comunque destinato a cambiare con il recepimento della nuova Direttiva europea sulla distribuzione assicurativa (Insurance Distribution Directive, IDD). Rossi affronta un tema specifico della nuova direttiva, quello riguardante le sanzioni, ricordando come la IDD preveda, per chi viola le norme sulla distribuzione dei prodotti assicurativi, sanzioni amministrative pecuniarie in capo anche alle persone fisiche oltreché a quelle giuridiche – “il cui importo massimo è particolarmente dissuasivo” – e introduca sanzioni non pecuniarie, innovando norme vecchie ed ormai inadeguate.

Ma secondo l’IVASS è tutto l’apparato sanzionatorio assicurativo italiano a essere obsoleto, non solo quello relativo alla distribuzione dei prodotti. L’Istituto ha suggerito al Governo, che sta predisponendo lo schema di disegno di legge delega sulla IDD, di ridisegnare lungo linee analoghe tutte le sanzioni del settore, come oggi disciplinate dal Codice delle assicurazioni.

L’obiettivo è anche quello di armonizzare gli strumenti di vigilanza assicurativa. Nel campo della tutela del consumatore vanno superate le micro sanzioni. “Occorre discrezionalità – afferma Rossi – per non perseguire casi scarsamente significativi e progressione nell’afflittività delle sanzioni che, per la prima volta in campo assicurativo, verrebbero estese alle persone fisiche. Si otterrebbe così, quando desiderabile e opportuno, una maggior convergenza col mondo bancario”.

Guardando al futuro, l’impegno crescente dell’IVASS è puntato sul cyber risk. Per chi fa di mestiere l’assicuratore, sottolinea Rossi, il diffondersi di un nuovo rischio rappresenta un’opportunità. Purché sia, però, misurabile. Nel caso del cyber risk i dati sugli incidenti passati sono ancora scarsi e confusi, non è facile formulare offerte di polizze e prezzi che siano sensati. Al tempo stesso, le compagnie assicurative sono esse stesse esposte a incidenti cyber quanto più i sistemi informatici si integrano con la rete, ad esempio man mano che esse accedono ai big data, cioè alle informazioni capillari diffuse in rete sul conto di noi tutti.

Il cyber risk – avvisa Rossi – è ora preoccupazione comune dei due principali luoghi della cooperazione internazionale, il G20 e il G7. L’Istituto ne ha tenuto conto nel redigere un questionario recentemente da noi sottoposto alle imprese italiane nell’ambito dell’indagine trimestrale sulle vulnerabilità. Il rischio è serio, nuovo, pervasivo. Saranno necessarie norme, accorgimenti organizzativi, consapevolezza.

L’IVASS intende essere in prima linea per quanto riguarda questa nuova sfida, comprendendo la portata delle innovazioni, cogliendone gli aspetti di rischio potenziale; l’Istituto sta studiando interventi sul quadro regolamentare, anche favorendo sperimentazioni.

“Dobbiamo soprattutto intensificare la collaborazione con le compagnie e gli intermediari, oltre che con le altre Autorità – avvisa Rossi –. Un terreno è quello delle frodi informatiche che fanno proliferare assicuratori abusivi. Esse richiedono di controllare meglio la rete e i social media. Fronteggiamo un nemico comune”.

Intermedia Channel


IVASS – Relazione sull’attività svolta dall’Istituto nell’anno 2016

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