Riscatto laurea o fondo pensione?

Laureati Imc

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(Autore: Carlo Giuro – Milano Finanza Patrimoni)

Trasformare gli anni di studio in anni di lavoro serve a raggiungere prima la pensione. E ad innalzarne l’ammontare. Ma non sempre conviene. Chi ha ampi margini di deducibilità, chi potrebbe aver bisogno di liquidità, chi inizia a lavorare giovane, può scegliere la previdenza complementare

Riscatto o non riscatto? È questo il dilemma che molti giovani si pongono dopo la laurea, all’ingresso nel mondo del lavoro o in corso di carriera. Di fronte a un costo da sostenere spesso consistente, nella prospettiva di un traguardo da raggiungere sempre più di là da venire, il dubbio è se conviene o se non sia il caso dì impiegare la stessa somma in un fondo pensione o in un pip (piano individuale di previdenza). Con il riscatto laurea è possibile trasformare gli anni di studio in anni di lavoro a fini pensionistici. I contributi versati assumono una duplice valenza, sia ai fini del raggiungimento del diritto alla pensione sia per incrementare l’importo della pensione stessa. Un’opportunità particolarmente rilevante con l’attuale metodo di calcolo della pensione di tipo contributivo: vale a dire che i contributi versati si sommano lungo l’arco di tutta la carriera del lavoratore e vengono rivalutati anno per anno in base alla media del Pil degli ultimi 5 anni. Versare più contributi, da non solo la possibilità di raggiungere prima la pensione, se sì è iniziato a lavorare tardi, ma anche di ricevere un assegno mensile più elevato.

Ma quali sono i periodi di studio riscattabili? Sul sito dell’Inps si legge che è ammesso il riscatto: per l’intero corso di studi o per singoli intervalli temporali dei diplomi universitari (corsi di durata non inferiore a due anni e non superiore a tre); diplomi di laurea (corsi di durata non inferiore a quattro e non superiore a sei anni); diplomi di specializzazione che si conseguono successivamente alla laurea e al termine di un corso di durata non inferiore a due anni; dottorati di ricerca i cui corsi sono regolati da specifiche disposizioni di legge, laurea al termine dì un corso di durata triennale e laurea specialistica, al termine di un corso di durata biennale cui si accede con la laurea. Non è possibile invece riscattare i periodi di iscrizione fuori corso e i periodi già coperti da contribuzione obbligatoria o figurativa o da riscatto. Non è possibile il riscatto, se durante gli studi universitari è stata svolta un’attività lavorativa, e si è stati quindi già assicurati, o il servizio militare. L’importo del contributo da pagare (onere di riscatto) è calcolato dall’Ente previdenziale in base all’età dell’iscrìtto, alla sua retribuzione alla data della domanda, nonché in relazione all’entità degli anni da riscattare. Si usa il metodo di calcolo contributivo o retributivo, a seconda di quale anzianità contributiva può far valere la persona interessata. Concentrando l’attenzione sul metodo di calcolo contributivo (se i periodi da riscattare sono cioè collocati temporalmente dopo il 31.12.1995), il corrispondente onere è determinato applicando l’aliquota contributiva in vigore alla data di presentazione della domanda, nella misura prevista per il versamento della contribuzione obbligatoria dovuta alla gestione pensionistica dove opera il riscatto stesso (nel 2014 le aliquote sono il 33% della retribuzione per i lavoratori dipendenti, 22,20% per lavoratori artigiani e commercianti, 27,72% per i parasubordinati). Per il calcolo dell’onere di riscatto la retribuzione cui va applicata la predetta aliquota contributiva è quella assoggettata a contribuzione nei dodici mesi precedenti la presentazione della domanda ed è rapportata al periodo oggetto di riscatto.

È importante rimarcare come per le domande di riscatto presentate a decorrere dal 1° gennaio 2008 il contributo, indipendentemente dalla collocazione temporale dei periodi del corso di laurea, può essere versato in unica soluzione o in 120 rate mensili senza l’applicazione di interessi per la rateizzazione. È confermata poi la possibilità di estinguere il debito anche in un numero minore di rate e comunque senza applicazione di interessi.

Ma quanto costa nella pratica riscattare la laurea? Lo spiega Luca Di Gialleonardo, dell’Area economia e finanza del Mefop. «Per un dirigente, che percepisce un reddito lordo annuo di 70mila euro, se si riscattano anni di studi universitari dal 1996 in poi, il costo ammonta al 33% dell’attuale reddito, cioè 23.100 per ogni anno. Per un imprenditore con le stesse caratteristiche ogni anno costa il 22,20% del suo reddito lordo, quindi poco più di 15.500 euro. In questo caso, il costo inferiore si concretizzerà anche in un accumulo più ridotto, con effetti quindi sul livello della pensione finale».

Per quanto riguarda i vantaggi fiscali, prendendo sempre l’esempio del dirigente, «immaginiamo che riscatti quattro anni di studi universitari, per un costo totale di 92.400 euro. Queste somme sono totalmente deducibili dal reddito imponibile ai fini fiscali. Se. quindi, il dirigente decide di rateizzare la somma in dieci anni, potrà dedurre dal reddito 9.240 euro ogni anno. La deduzione comporterà una riduzione dell’Irpef pagata pari al 41% del costo del riscatto, ossia l’aliquota Irpef marginale. Pertanto, il vero costo del riscatto per il dirigente sarà di 5.449 euro».

Ulteriore profilo di particolare interesse è quello per cui la facoltà dì riscatto laurea può essere esercitata anche dai soggetti non iscritti ad alcuna forma obbligatoria di previdenza che non abbiano iniziato l’attività lavorativa in Italia o all’estero (studio). In questo caso l’onere dei periodi da riscatto è costituito dal versamento di un contributo per ogni anno da riscattare, pari al livello minimo imponìbile annuo degli artigiani e commercianti moltipllcato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria (vigente nell’anno di presentazione della domanda, al momento è il 33%).

Come va valutato allora in una analisi costi e benefici il confronto tra il riscattare la laurea e l’adesione a un fondo pensione o pip? Avendone la possibilità economica, converrebbe aderire a entrambi, ma… Il sistema obbligatorio è finanziato a ripartizione ed eroga le prestazioni secondo il metodo contributivo, esteso ormai dal 2012 a tutte le categorie di lavoratori; come già descritto, la pensione contributiva è esposta a una serie di rischi rappresentati in primo luogo dall’andamento dell’attività economica domestica che influenza la misura del Pil che costituisce il fattore di rivalutazione del montante in maturazione. Altro rischio è poi legato all’evoluzione della longevità (è cioè il profilo demografico dell’aumento della vita media) che impatta sui coefficienti di trasformazione in rendita. Molto temuto nell’immaginario collettivo (autentico moloch dopo il caso degli esodati) è ancora il rischio dì natura politica connesso a mutamenti inattesi delle regole di funzionamento del sistema legati a nuove normative. Esiste anche un precedente poi inattuato ma che lasciò il segno psicologico nei cittadini, quando nel varo del decreto Salva Italia da parte del governo Monti, ci fu la proposta poi cancellata di considerare il riscatto della laurea solo ai fini del calcolo della prestazione e non per allungare l’anzianità contributiva e quindi andare in pensione prima.

Utilizzare invece i fondi pensione consente di ripartire il proprio rischio previdenziale in strumenti che funzionano a capitalizzazione e rivalutano quindi i contributi in base all’andamento dei mercati finanziari. In questo modo si diversifica rispetto all’attività domestica e si pone il risparmiatore in nonnativa differente rispetto a quella di previdenza obbligatoria (si diversifica quindi anche il rischio di evoluzione normativa).

Ulteriore spunto di riflessione è costituito dall’impossibilità nel sistema obbligatorio di potere accedere in via anticipata al proprio montante prima del raggiungimento dell’età pensionabile. Nei fondi pensione/pip esistono invece le possibilità offerte dalle anticipazioni e dai riscatti con un meccanismo quindi molto più flessibile. Da rimarcare anche i profili fiscali.

Se il riscatto laurea è operato direttamente dall’interessato, ci si pone in una situazione di sostanziale neutralità poiché sia i contributi da riscatto che i contributi a previdenza complementare sono deducibili. Se invece è il genitore che riscatta per il figlio, è molto più conveniente il fondo pensione, deducibile, rispetto ai contributi da riscatto, detraibili con aliquota del 19%. Infine, c’è la tassazione delle prestazioni finali.

Nel fondo pensione è soggetta a imposta sostitutiva (non fa cumulo con gli altri redditi) del 15%, che si riduce dello 0,30% per ogni anno di durata superiore al 15° con un minimo del 9%; la pensione erogata dagli Enti di previdenza obbligatoria è invece soggetta all’Irpef.

QUANDO PUÒ CONVENIRE RISCATTARE LA LAUREA

A meno che non ci si trovi nel caso del genitore che paga a favore del figlio, il riscatto di laurea ha il vantaggio di non avere limiti di deducibilità, mentre i contributi al fondo pensione sono deducibili fino a un massimo di 5.164,57 euro. Nel conteggio, inoltre, vanno considerati tutti i contribuii versati dal lavoratore (anche a favore di familiari a carico), ma anche quelli versati dal proprio datore di lavoro, mentre non si considera il Tfr. Quando le retribuzioni sono molto alte, come nel caso dei dirigenti, il rischio di superare tale limite è concreto. Fino al limite suddetto, tuttavia, il fondo pensione presenta il vantaggio di avere una tassazione finale più favorevole. Ovviamente, le somme finali derivami da contribuzione non dedotta, non subiranno tassazione all’atto dell’erogazione.

QUALI SONO GLI ELEMENTI DA VALUTARE

Il riscatto laurea, non ha effetti solo sull’importo della pensione, ma anche sulla data di pensionamento, dato che ogni anno riscattato è un anno in più di anzianità contributiva. Il valore del riscatto, quindi, non è solo monetario, ma anche psicologico: quanto valore ha un anno di riposo in più? Si tenga tuttavia in considerazione che non necessariamente un anno in più di anzianità contributiva implica un anticipo del pensionamento di un anno. Vi sono dei requisiti mìnimi di accesso, che potrebbero non essere raggiunti pur riscattando.

Immaginiamo un lavoratore nato nel 1989, che inizia a lavorare oggi, a 25 anni. Il suo pensionamento è previsto nel 2055, a quasi 67 anni, con più di 41 anni di contribuzione, Un soggetto che inizia a lavorare oggi potrà accedere alla pensione con 20 anni di contribuzione effettiva e un’età minima che oggi è di 63 anni e tre mesi, ma che crescerà nel tempo in base all’aumento della sopravvivenza. Il nostro giovane lavoratore raggiungerà i 20 anni di contributi ben prima di questa età minima richiesta. Un eventuale riscatto avrà effetto sull’ammontare della pensione, ma non sulla data di uscita. Diverso il discorso per soggetti che hanno iniziato a lavorare prima del 1996, per cui la facoltà di uscita anticipata descritta non è prevista. Per loro un riscatto potrebbe consentire di raggiungere prima il requisito dì accesso alla pensione anticipata con 42 anni e 6 mesi di contribuzione (un anno in meno per le donne), requisito che a sua volta verrà incrementato nel tempo.

Riassumendo: un riscatto potrebbe convenire a chi prevede di non raggiungere un’anzianità sufficientemente elevata al pensionamento, a chi ha prospettive di reddito molto basse, a chi non pensa di avere necessità di recuperare le somme prima del pensionamento, a chi supera i lìmiti dì deducibilità previsti per la contribuzione al fondo pensione. Il fondo pensione è più indicato per chi ha ampi margini di deducibilità, a chi potrebbe aver bisogno di liquidità in fase di accumulo (grazie alle anticipazioni) o al pensionamento (grazie alla prestazione in capitale almeno fino al 50% del montante accumulato), a chi potrebbe giovare della contribuzione del datore dì lavoro, a chi non otterrebbe comunque un anticipo del pensionamento grazie al riscatto.

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