Rischio sismico, solo l’1% delle case assicurate. Ma in Europa l’obbligo non c’è

Sismologia - Studio terremoti (Foto Oliver Berg - DPA/Landov) Imc

Sismologia - Studio terremoti (Foto Oliver Berg - DPA/Landov) Imc

(di Lorenzo Salvia – Corriere della Sera)

La polizza contro i sismi è tassativa solo in Turchia e Nuova Zelanda. L’ipotesi di introdurre sgravi fiscali per chi assicura la casa contro i terremoti, per l’Ania il costo medio sarebbe di 75 euro all’anno

La questione viene sollevata puntualmente, dopo ogni terremoto. Stavolta il governo ha chiarito subito le sue intenzioni: nessuna assicurazione obbligatoria contro il rischio terremoto, ha detto il ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio. Al massimo un incentivo fiscale, cioè la possibilità di scaricare dalla tasse il costo della polizza. Idea controcorrente rispetto alla più volte annunciata (e mai realizzata) sforbiciata degli sconti fiscali. Ma sarebbe un modo per spingere le famiglie verso un passo che oggi non fa quasi nessuno.

Secondo le stime dell’Ania, l’associazione delle imprese di assicurazione, in Italia la case coperte su base volontaria da una polizza di questo tipo sono meno dell’1%. Nulla rispetto al Giappone che arriva al 20%, nonostante un livello di prevenzione e di sicurezza degli edifici (spesso studiato proprio in Italia) che non ha paragoni con il nostro. Ma come si comportano gli altri Paesi? L’obbligo in senso stretto esiste in Nuova Zelanda, uno dei Paesi con il rischio sismico più alto del mondo. E anche in Turchia, dove la terra trema con frequenza minore ma spesso con effetti davvero devastanti. Poi c’è la California, dove la Faglia di Sant’Andrea potrebbe prima o poi scatenare The big one, la scossa più devastante della storia. Qui la polizza è obbligatoria ma solo per le imprese. Se in Italia non c’è alcun obbligo o incentivo, in altri Paesi ci sono diversi meccanismi per spingere questo tipo di mercato. In Canada c’è la classica detrazione fiscale, la stessa che adesso sta valutando il governo italiano.

In Giappone l’assicurazione è facoltativa ma il Paese è diviso in quattro zone di rischio e il costo delle polizze viene calmierato dal governo, per evitare che chi vive nelle zone più pericolose debba pagare una cifra insostenibile. In altri Paesi europei come Gran Bretagna, Danimarca, Francia o Belgio la polizza è facoltativa. Ma l’estensione anti-terremoto e calamità naturali diventa obbligatoria se si assicura la casa contro altri rischi, come l’incendio o lo scoppio, da coprire se si fa un mutuo. Ma ci sono anche incentivi più raffinati. In Francia la franchigia è crescente, cioè l’assicurato paga una quota fissa più alta in caso di danni, in quei Comuni che non hanno un efficace piano di prevenzione. Mentre negli Usa il programma federale contro il rischio alluvionale, che non è terremoto ma può avere effetti simili, scatta solo se i programmi di prevenzione sono concordati con il governo federale.

Perché tutto questo in Italia non c’è? Una polizza obbligatoria verrebbe percepita come una tassa, come avviene oggi con l’Rc auto. Sempre l’Ania, l’associazione fra le imprese del settore, ha pure calcolato il costo medio di una polizza simile: 75 euro l’anno. Con relativa ripartizione geografica: 67 al Nord, 91 al Centro, 72 al Sud. Difficile per la politica fare tale scelta: ci sarà sempre un’elezione alle porte a sbarrare la strada. «Eppure già adesso i costi dei terremoti pesano su tutti gli italiani, perché vengono ripagati con la fiscalità generale, cioè con le tasse pagate da tutti i contribuenti», dice Luigi Buzzacchi, professore al Politecnico di Torino, dipartimento Scienze e politiche del territorio. Senza contare quello che i tecnici chiamano il «problema di Ulisse». Ulisse è il governo centrale che non può pure farsi legare all’albero della nave per non ascoltare le sirene, cioè le amministrazioni locali in difficoltà finanziaria per una catastrofe. «Ma se il governo interviene sempre ex post per coprire i danni – dice il professore – le amministrazioni locali avranno meno motivi per fare prevenzione».

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