Sanità, Fabris (UniSalute): “Creiamo Fondi territoriali per assistere le fasce deboli”

Mutua - Assicurazione sanitaria Imc

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(di Vito De Ceglia – Repubblica Affari & Finanza)

Il direttore generale della compagnia del gruppo Unipol: “Servono accordi che coinvolgano aziende, enti pubblici locali, sindacati e operatori per varare strumenti integrativi”

Fondi sanitari integrativi aperti gestiti con la partecipazione degli enti locali. È questa la proposta che Unisalute, la compagnia del gruppo Unipol specializzata in assistenza sanitaria, propone come la soluzione ideale per pensionati, disoccupati, studenti e lavoratori atipici che, per definizione, non possono iscriversi ai fondi chiusi riservati a chi appartiene a una certa categoria professionale o lavora in una determinata azienda.

«Un fondo territoriale, attraverso gli strumenti fiscali e contrattuali disponibili, potrebbe fornire tutele a questi soggetti e garantire le prestazioni – spiega Fiammetta Fabris, direttore generale di Unisalute —. In questo modo, anche il singolo cittadino potrebbe godere dei vantaggi fiscali e di coperture sanitarie di qualità. Una soluzione che avrebbe benefici sull’economia del territorio».

Si tratta di uno scenario in cui, accanto alle prestazioni tradizionalmente scoperte dal Servizio sanitario nazionale (odontoiatria e riabilitazione) e ai programmi di screening e prevenzione, emerge una crescente attenzione alla non autosufficienza e cura degli anziani. Questo aspetto è particolarmente rilevante alla luce del trend demografico: l’Italia è seconda in Europa solo alla Germania per indice di invecchiamento e nel 2030 il 35% della popolazione avrà oltre 65 anni (Fonte Istat).

«Nel nostro Paese la domanda di prestazione socio-sanitaria integrativa è aumentata durante la crisi — sottolinea Fabris —. Non a caso, gli italiani in questi anni hanno ridotto il consumo di beni e servizi per motivi economici».

Qual è il percorso possibile? «In un modello territoriale vincente potrebbero nascere fondi territoriali aperti — risponde il direttore — che si interfacciano con il livello nazionale creando un vero sistema di “fondi comunicanti”. È necessario, quindi, coinvolgere tutti i soggetti preposti: aziende, istituzioni locali, sindacati ed operatori del settore secondo il principio di sussidiarietà allo scopo di individuare quegli strumenti che rispondano ai bisogni del territorio».

Fino ad oggi, secondo Fabris, la nascita dei fondi territoriali integrativi aperti non è decollata per una serie di problematiche specifiche: necessità di coinvolgere comunque il mondo del lavoro, aziende e sindacati, oggi vero motore della sanità integrativa, e soprattutto la necessità, nel caso di Fondi aperti al cittadino, di un reale coinvolgimento del Pubblico, sicuramente a livello dei vari enti territoriali.

Ed anche in questo caso le varie situazioni regionali, i tavoli con la pubblica amministrazione, restituiscono la mappa delle diversità di una sanità oggi molto variegata, con diverse situazioni di presidio sui cittadini. Forse proprio questa diversità, non sempre funzionale all’accesso anche alla sanità pubblica, è alla base della scelta sul tavolo del governo di una maggiore centralizzazione sulle scelte sanitarie.

«La situazione attuale — obietta il direttore — potrebbe rischiare seriamente di peggiorare l’inadeguatezza dei sistemi sanitari regionali più deboli, in primis quelli del Sud, limitando soprattutto le tutele sanitarie delle fasce più fragili e bisognose della popolazione». Ed oggi il sistema Italia non è affatto tra i paesi europei quello con la spesa sanitaria pubblica più elevata. Tutt’altro, siamo a meno del 7 per cento del Pil, ma forse in alcuni casi alcune scelte potrebbero consentire di spendere meglio ed in modo più stabile alcune somme.

La sinergia con il mondo privato, anche il mondo assicurativo, in un rinnovato patto solidaristico tra pubblico e privato, potrebbe far sì che i 33 miliardi di spesa sanitaria out-of-pocket possano non restare una “spesa” ma forse trasformarsi in un “investimento” per i cittadini a tutela di vere soluzioni di sanità integrativa, ma per questo la sinergia con il pubblico, oggi nella sua dimensione locale, è fondamentale.

Uno scenario, quello fotografato da Fabris, che viene ampiamente legittimato da un’indagine conoscitiva sulla sostenibilità del Ssn, condotta tra il 2013 e il 2014 dalle Commissioni affari sociali e bilancio della Camera. Indagine che ha evidenziato «la necessità di rafforzare il ruolo dello Stato nell’indirizzo e verifica dei sistemi sanitari regionali, al fine di garantire un’erogazione omogenea dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, ndIMC) su tutto il territorio nazionale».

Anche la recente «revisione Ocse sulla qualità dell’assistenza sanitaria in Italia» ha ribadito che il nostro Ssn si trova ad affrontare due sfide principali: la prima è garantire che gli sforzi in atto per contenere la spesa in campo sanitario non vadano a intaccare la qualità dei servizi erogati; la seconda è quella di sostenere regioni e province autonome che hanno una infrastnittura più debole, affinché possano erogare servizi di qualità pari alle regioni con le performance migliori.

Infine, il presidente Mattarella nel suo discorso di insediamento ha pronunciato a questo proposito parole rassicuranti, affermando di essere “il garante della Costituzione”, che “la garanzia più forte della nostra Costituzione consiste nella sua applicazione” e che “garantire la Costituzione significa garantire i diritti dei malati”.

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