Sanità integrativa, le precisazioni di Marco Vecchietti (RBM Assicurazione Salute) sul Report GIMBE

Marco Vecchietti (8) Imc

Marco Vecchietti (8) Imc

Con un lungo ed articolato intervento pubblicato sul proprio profilo LinkedIn, Marco Vecchietti (nella foto), amministratore delegato e direttore generale di RBM Assicurazione Salute, interviene su quanto pubblicato alcuni giorni fa dalla Fondazione GIMBE attraverso un nuovo Report sulla sanità integrativa, nel quale veniva rimarcata “la crescente convergenza d’interessi per fondi sanitari, assicurazioni e varie forme di welfare aziendale, sviluppatasi in parallelo al definanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)”.

“Sento il dovere, da professionista del settore, di fare alcune precisazioni su di una serie passaggi contenuti nel Report GIMBE che non sono supportati da alcuna base dati o fonte informativa riscontrabile (se si escludono i pochi dati acquisiti oralmente da esponenti del Ministero della Salute) – evidenzia Vecchietti nell’introduzione – e sono finalizzati esclusivamente a muovere attacchi scomposti a fondi sanitari e compagnie assicurative che operano nel comparto della salute”.

Di seguito, il contenuto integrale dell’intervento dell’AD e DG di RBM Assicurazione Salute:


Partendo dalla ricostruzione dimensionale della sanità integrativa se è vero, come sostiene il Report GIMBE, che gli italiani assicurati da forme sanitarie integrative sono il 17,6% della popolazione complessiva (ovvero 10,6 milioni di persone), bisogna rilevare come questo valore lungi dal testimoniare una “esplosione” di questo settore si colloca ben al di sotto di quello registrato nella maggior parte dei Paesi europei (Francia 97,5%, Germania 38,8%, Regno Unito 10,6% ma con un livello di intermediazione della spesa sanitaria privata del 42,8%, fonte OCSE). In altri termini il nostro Paese, pur presentando un livello di spesa sanitaria privata appena al di sopra della media UE14, è l’unico a non essersi ancora dotato di un secondo pilastro sanitario che affiancando (e non sostituendo) il servizio sanitario pubblico sia in grado di finanziare, attraverso un terzo pagatore professionale (fondi sanitari e compagnie assicurative), il costo delle cure che i cittadini devono effettuare privatamente.

Il risultato di questo assetto, che tanto tranquillizza “gli ortodossi del monoteismo del pubblico in sanità” (come GIMBE), è che la quasi totalità (precisamente, l’87%) delle cure a pagamento (trattasi per il 53% dell’acquisto di beni sanitari – di cui l’80% circa sono farmaci – e per il 47% di servizi sanitari – di cui il 40% cure dentarie, il 34% specialistiche ed il 16% diagnostica naturalmente sempre prescritti da un medico e quindi, per definizione, necessari…) gravi direttamente sui redditi delle famiglie, con evidente penalizzazione dei cittadini più fragili (redditi medio-bassi, dei cittadini affetti da cronicità, degli anziani e delle famiglie monoreddito e con più figli …) ovvero proprio di quelli di cui un vero Stato sociale (o welfare pubblico) dovrebbe farsi carico per primi.

In termini di “risorse impegnate” (terminologia, tecnicamente, ambigua e scarsamente adeguata) il Report poi afferma che il settore della Sanità Integrativa gestirebbe 2,3 mld di Euro. In merito, anzitutto bisogna chiedersi cosa si intenda per “risorse impegnate”. Infatti se per risorse impegnate ci si vuole riferire alle entrate dei fondi sanitari e delle compagnie assicurative il dato è assolutamente sottostimato visto che i contributi/premi versati alla Sanità Integrativa ammontano a poco più di 3,9 miliardi di Euro.

A conferma di tale dato si segnala che solo le compagnie assicurative hanno incassato nel 2017 premi per oltre 2,7 miliardi di Euro (fonte Annuario Statistico ANIA), pur rappresentando in termini di risorse raccolte poco meno del 70% del settore della sanità integrativa. L’inesattezza di tale dato, peraltro, palesa anche un’ulteriore contraddizione rispetto al dato fornito come ammontare rimborsato dai fondi sanitari e dalle compagnie assicurative indicato, anch’esso, come pari a 2,3 miliardi di Euro. Ora se queste risorse fossero davvero “impegnate” in senso tecnico-assicurativo sarebbe irragionevole pensare che possano anche essere integralmente rimborsate, tanto più che contemporaneamente il Report sostiene che i fondi sanitari e le compagnie assicurative avrebbero costi compresi tra il 40% ed il 50% (in realtà il dato reale è di poco più del 10%) e starebbero, anche, incrementando i propri profitti…

Nessuna spiegazione, da ultimo, viene fornita poi rispetto al raccordo tra tali dati e l’ammontare della spesa sanitaria intermediata che viene indicato come pari a 5,6 miliardi di Euro (dato peraltro acquisto ai lavori di Gimbe dal Rapporto RBM – Censis, sempre criticato ma utilizzato spesso come fonte di ispirazione…) risultando del tutto incompatibile con un livello di indennizzo delle forme sanitarie integrative pari in media al 66% del costo delle cure private dei propri assicurati.

Sorprendenti risultano anche i due trend decrescenti proiettati dal Report GIMBE in relazione all’ammontare delle prestazioni sanitarie complessive e delle prestazioni integrative del Servizio Sanitario Nazionale erogate dai fondi, rispetto ai quali non è dato conoscere né la fonte dei dati né il campione di fondi analizzati.

Le conclusioni alle quali arriva GIMBE, del resto, da un lato contrastano con le evidenze dei diversi studi attuariali internazionali che convergono nell’individuare nell’ultimo quinquiennio una crescita media del 7,7% delle prestazioni erogate dai fondi sanitari e dall’altro si scontrano con i dati bilancistici degli stessi fondi sanitari. In proposito basti pensare che solo nell’ultimo anno uno dei più grandi fondi sanitari nazionali – quello del settore metalmeccanico – ha più che raddoppiato l’incidenza percentuale delle prestazioni sanitarie integrative assicurate ai propri assicurati finanziando oltre 60 milioni di Euro di spese odontoiatriche. Del resto se, come dice GIMBE, ad oggi non ci sarebbe possibilità di accedere ai bilanci di fondi sanitari e compagnie assicurative (per queste ultime, peraltro, vige per legge l’obbligo di depositato in Camera di Commercio e di pubblicazione on line), non si comprende come si possa sviluppare un’analisi di dettaglio che richiede proprio la disponibilità di queste informazioni.

Passando dai numeri alla “vulgata”, nel Report si sostiene in primo luogo che i fondi sanitari sarebbero diventati sempre più sostitutivi appropriandosi di prestazioni di competenza del Servizio Sanitario Nazionale grazie ad una normativa frammentaria ed incompleta che avrebbe, peraltro, anche permesso alle Compagnie Assicurative di travalicare il perimetro riservato alle loro attività. In proposito bisogna ricordare che i fondi sanitari hanno da sempre erogato anche prestazioni ricomprese nei Livelli Essenziali di Assistenza, ed anzi originariamente – diversamente da quanto afferma il Report GIMBE – non erogavano affatto prestazioni extra-LEA.

Sono stati la legge Bindi, prima, ed il Decreto Turco, poi, a prevedere quale requisito di accesso ai benefici fiscali che i fondi sanitari iscritti all’Anagrafe del Ministero della Salute (e quindi non necessariamente tutti i Fondi Sanitari) dovessero erogare almeno una quota di prestazioni integrative. Ricostruendo correttamente questo passaggio viene ad essere superato anche un altro argomento decisamente capzioso, quello della fiscalità agevolata. Appare evidente, infatti, che sin dall’origine il legislatore abbia collegato l’entità dei benefici fiscali riconosciuti ai fondi sanitari ad una erogazione solo parziale di prestazioni integrative. Ed essendo la stessa normativa a fissare tale quota nel 20% dei contributi/premi destinati a coprire le prestazioni integrative richieste dagli assicurati non ha alcun senso puntare il dito verso fondi sanitari e compagnie assicurative che anzi, come il report stesso conferma, stanno erogando una quota di tali prestazioni già ben al di sopra di quella richiesta a livello regolamentare.

Sempre in materia fiscale sarebbe anche opportuno superare il pregiudizio che la sanità integrativa “viva e prosperi” sulle spalle degli altri. Buona parte del beneficio fiscale applicato ai contributi versati ai fondi sanitari (perché, peraltro, è bene ricordarlo non esiste alcuna detrazione o altra agevolazione fiscale – diversamente da quanto afferma il Report GIMBE – applicata alle polizze sanitarie individuali) sostanzialmente si “autofinanzia”.

Infatti le minori imposte pagate dai cittadini assicurati da una forma sanitaria integrativa, che ammontano a non più di 1,2 miliardi di Euro (contro i 3,3 miliardi di Euro di minor gettito fiscale per detrazioni sanitarie per le cure private destinati ai cittadini non assicurati da forme sanitarie integrative), trovano buona copertura nelle risorse aggiuntive derivanti all’Erario attraverso l’imposta sui premi applicata a qualsiasi versamento effettuato da parte dei fondi sanitari alle compagnie assicurative (alla quale andrebbe aggiunta, in realtà anche l’imposta sulle riserve tecniche appostate dalla compagnia per far fronte al rischio assicurato) e dal mancato riconoscimento di detrazioni sanitarie per le spese sanitarie sostenute dal cittadino per la quota parte oggetto di rimborso da parte del fondo sanitario. Senza voler contare, poi, l’effetto emersione che fondi sanitari e polizze sono in grado di favorire rispetto alle prestazioni mediche ed ai servizi prodotti privatamente (come noto, infatti, per essere risarciti da un Fondo Sanitario è indispensabile presentare a rimborso oltra alla documentazione medica anche una regolare fattura).

E poi, da ultimo, il tema centrale dell’appropriatezza delle prestazioni erogate dalle forme sanitarie integrative. Anche perché, è bene ricordarlo, i fondi sanitari e le compagnie assicurative nel nostro Paese non erogano trattamenti sanitari né sono autorizzati per legge a controllarne l’appropriatezza ma si limitano a garantire il risarcimento dei costi (ticket inclusi) sostenuti dai cittadini per le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria. Il garante dell’appropriatezza, pertanto, sia nel caso del Servizio Sanitario Nazionale sia nel caso dei fondi sanitari e delle polizze assicurative rimane il medico prescrittore che, peraltro, nella stragrande maggioranza dei casi (soprattutto nel caso dei fondi sanitari) risulta essere in base alle regole di polizza proprio il medico di base.

Anche a livello di coerenza complessiva dell’analisi peraltro se da un lato si vuole sostenere – come fa il Report GIMBE – che i fondi sanitari sarebbero diventati in prevalenza sostitutivi del Servizio Sanitario Nazionale non si comprende poi come si possa nel contempo affermare che le prestazioni erogate, che a questo punto dovrebbero essere prevalentemente quelle ricomprese nei Livelli Essenziali di Assistenza, possano risultare inappropriate o – persino – ingenerare rischi per la salute dei cittadini.

Ci rendiamo sin da ora disponibili a mettere a disposizione di tutte le istituzioni interessate informazioni corrette, verificabili e non demagogiche sulla sanità integrativa nel nostro Paese e a svolgere un confronto pubblico – anche con GIMBE – con l’obiettivo di rappresentare in modo oggettivo il contributo che può essere assicurato dalla sanità integrativa al sistema sanitario del nostro Paese.

Siamo profondamente convinti che un secondo pilastro sanitario, incentrato sugli stessi principi di universalismo ed uguaglianza sui quali poggia il suo fratello maggiore pubblico, rappresenti ora ed in prospettiva uno strumento imprescindibile per garantire agli italiani un diritto alla salute effettivamente esigibile per tutti, ed in primis, per i cittadini più fragili per i quali, come sancito dalla Costituzione, l’assistenza sanitaria non solo non dovrebbe prevedere costi aggiuntivi di tasca propria ma dovrebbe essere totalmente gratuita.

Marco Vecchietti – amministratore delegato e direttore generale di RBM Assicurazione Salute


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