Sanità: L’Italia invecchia, salgono i costi e c’è l’incubo delle liste d’attesa

Mutua - Assicurazione sanitaria Imc

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(di Vito De Ceglia – Repubblica Affari & Finanza)

Renzi ha detto che ci saranno gli stessi fondi del 2015. Ma i tagli non sono esclusi. L’analisi del Censis: cresce il ricorso al privato a causa delle file. Ma a pagare è sempre il cittadino: in Europa lo fanno le assicurazioni

Dieci miliardi di euro di tagli alla spesa. A quanto pare è questa la cifra che il governo punta a recuperare per il 2016 dalla prossima manovra di finanza pubblica. Tagli che in parte arriveranno anche dalla «voce sanità». Questo il premier Matteo Renzi non lo ha detto chiaramente, ma lo ha lasciato intendere anticipando che «nel 2016 ci saranno gli stessi fondi del 2015».

In realtà, per il prossimo anno, era atteso un aumento delle risorse del Fondo sanitario di 3,3 miliardi di euro. Questo aumento sarà dunque congelato, dando un contributo rilevante alla spending review alla quale sta lavorando il commissario alla spesa Yoram Gutgeld. Sul tema della sanità è intervenuto a stretto giro anche il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, puntualizzando che per la salute «sappiamo che si può spendere meno e spendere meglio». Non a caso, il suo obiettivo dichiarato è di conservare in cassa non meno di altri 2 miliardi di euro per il 2016.

Quindi, sono già partite le grandi manovre per mettere a punto la nuova legge di Stabilità che sarà il vero banco di prova per capire in quale direzione il governo intende muoversi su una materia così delicata come la sanità. Un settore, questo, chiaramente in difficoltà. Soprattutto a causa dei tagli che il comparto ha dovuto subire nel corso di questi ultimi anni: nel periodo 2010-2013 la spesa sanitaria pubblica ha infatti registrato una variazione su base annua del -1%. Erano 112,5 miliardi nel 2010, sono stati 109,25 nel 2013. Per contro, quella privata si è contratta di 0,2 punti percentuali (Fonte Ambrosetti su dati Corte dei Conti).

Guardando i dati dell’ultimo rapporto Censis-Rbm Salute, risulta pertanto scontato che oltre il 60% gli italiani viva con grande apprensione l’evoluzione negativa della spesa sanitaria nazionale. Per due semplici motivi: nel nostro Paese, la popolazione è sempre più vecchia (al 31 dicembre 2014 l’età media è pari a 44,4 anni, risultando in costante aumento di due decimi all’anno nel periodo 2011-2014). Di riflesso, le spese dirette dei cittadini per farmaci e prestazioni sanitarie continuano ad aumentare: solo nel 2014 si è raggiunta quota 33 miliardi di euro, uno in più rispetto al 2013.

Inoltre, la ricerca Censis-Rbm Salute ribadisce che la richiesta più urgente delle famiglie è quella di un intervento rapido sulle liste di attesa. Il 54% degli italiani indica, infatti, come priorità del welfare la riduzione delle liste di attesa (il 62,6% dei 29-44enni, il 59,1% dei residenti al Sud).

Di fronte ad uno scenario di questo tipo, alla «voce sanità» si amplia così il ricorso al privato in quanto il pubblico è sempre più «intasato». Numeri alla mano: sono 22 milioni gli italiani che nel 2014 hanno fatto almeno un accertamento specialistico (radiografia, ecografia, risonanza magnetica, Tac, elettrocardiogramma, pap-test), e di questi circa 5,4 milioni hanno pagato per intero la prestazione (di cui 1,7 milioni sono persone a basso reddito). Sono invece 4,5 milioni (di cui 2,8 milioni a basso reddito), rileva ancora il Censis, coloro che hanno dovuto rinunciare ad almeno una prestazione.

Tuttavia, lo studio osserva che, sebbene oggi ci sia ancora una selezione per accedere al mercato privato determinata dalle possibilità economiche, anche le classi sociali meno abbienti si avvicinano e quindi sono propense a pagare alcune prestazioni sanitarie. La conferma arriva di nuovo da numeri: sono oltre 9 milioni i cittadini che hanno effettuato nel 2014 visite specialistiche nel privato a pagamento, 2,7 milioni di questi sono persone a basso reddito.

Se il raggio d’azione si allarga anche alle spese per farmaci, il saldo negativo è ancora più salato. A riportarlo, in questo caso, sono i dati dell’Istat sulla spesa per i consumi delle famiglie. Dall’analisi si evidenzia come in media lo scorso anno ogni famiglia italiana abbia speso per servizi sanitari e prodotti per la salute una cifra stimata di 109,45 euro al mese, pari a 1.313,4 euro l’anno. Un esborso pari al 4,4% della spesa totale delle famiglie che rivela una crescita dello 0,5% rispetto al 3,9% del 2013 dove la spesa media era di 95,63 euro e quella annuale era di 1.147,5 euro.

Rispetto al finanziamento pubblico da un lato e alla spesa delle famiglie per servizi e prestazioni sanitarie dall’altro, in Italia le risorse economiche disponibili sono però nettamente inferiori rispetto agli altri principali Paesi sviluppati e non sembrano allocate nel modo più efficiente (Fonte Ocse).

Sul fronte della sanità privata viene poi rilevata l’anomalia di una spesa ampiamente sbilanciata verso i pagamenti di tasca propria (out-of-pocket) rispetto alla quota intermediata da fondi sanitari e assicurazioni private (solo il 18%, circa 4,8 miliardi di euro annui, rispetto al 67% in Francia e al 44% in Germania e Regno Unito), e di alti e crescenti livelli di compartecipazione dei cittadini alla spesa pubblica (ticket).

L’anomalia emersa dall’indagine Ocse sull’andamento della spesa sanitaria privata è ribadita anche in una recente analisi dell’Osservatorio Sanità di Unisalute, che mette in luce un fenomeno tipicamente italiano: la sanità integrativa nel nostro Paese, benché coinvolga quasi 11 milioni di assistiti per ora, è quasi esclusivamente appannaggio del settore del lavoro dipendente anche attraverso i fondi sanitari. In tale contesto, il 63% degli italiani intervistati ha però chiaro quale potrebbe essere il soggetto terzo in grado di supportare pubblico e privati cittadini: le aziende.

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