Se la fiscalità è amica-nemica dei giovani Pir

Fisco - Spesometro Imc

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(di Lucilla Incorvati – Plus24)

Sul cammino virtuoso che hanno appena intrapreso, i Pir (Piani individuali di Risparmio) potrebbero trovare qualche ostacolo. Ma andiamo con ordine. Questi strumenti piacciono e lo dimostra la raccolta che ha già superato i 3 miliardi, andando al di là di ogni previsione.

Piacciono soprattutto per il vantaggio fiscale che offrono, se l’investimento dura almeno cinque anni: l’esenzione sul capital gain realizzato. Come è noto, destinatari dell’agevolazione sono solo le persone fisiche e ciascuna persona può essere titolare di un solo piano. E per incentivare il risparmio a lungo termine e fare anche con questo strumento della buona educazione finanziaria, è stata prevista l’ipotesi di intestare un piano anche ai figli minori. Questa via ne amplia il raggio d’azione e l’appeal, spingendo le famiglie a investire in questi strumenti in funzione previdenziale per sè e per i propri figli.

Ma attenzione, se si pensa di fare tanti Pir quanti sono i componenti della famiglia: non tutti potrebbero beneficiare dell’agevolazione fiscale. Se, infatti, dopo i cinque anni previsti per ottenere l’esenzione, il figlio, titolare del Pir, è ancora minore, visto che ai genitori spetta l’usufrutto sui redditi dei figli minori (art. 4 del Tuir), per questo Pir non scatterebbe l’agevolazione fiscale. La ragione? Potrebbe esserci una duplicazione a favore del genitore che, possedendone già uno, ha già la sua esenzione. E sembrano esserci dubbi anche sul fatto che l’esenzione fiscale sia consentita una volta che, trascorsi i cinque anni, il figlio sia diventato maggiorenne.

Sul punto è auspicabile che l’imminente circolare dell’Agenzia delle Entrate chiarisca per non vanificare quel circolo virtuoso di risparmio a lungo termine che dalle famiglie va verso l’economia reale. Se così non fosse, l’esperienza italiana rischierebbe di non essere così efficace come si vorrebbe.

C’è poi un secondo tema che secondo qualcuno andrebbe sollecitato. Ovvero se si vuole realmente far si che i Pir possano far confluire alle imprese denaro fresco la soglia dei 30mila euro annui a piano sembra esigua. C’è chi si chiede con queste soglie quanto sia efficiente e coerente, attribuire al risparmio delle famiglie l’impegno di sostenere il rilancio dell’economia.

«Mi chiedo se non avrebbe più senso ragionare su misure meglio tarate sui portafogli di clienti private – ha ricordato in settimana Antonella Massari, segretario generale Aipb (Associazione Italiana Private Banking) – che potrebbero indirizzare allo sviluppo imprenditoriale non già il risparmio delle famiglie, ma quote di patrimoni significativi, peraltro alla continua ricerca di soluzioni nuove e più redditizie».

Secondo l’esperta, a chi obietta che un maggior sbilanciamento sulle persone con grandi disponibilità, grazie a Pir robusti, avrebbe delle conseguenze in termini di gettito fiscale (in quanto detassato), si potrebbe rispondere che questa è la possibile via per movimentare l’economia e farla crescere, di portarla alla produzione di fatturati e utili nuovi. «Se questi non arrivano (e senza finanza è difficile che arrivino) non ci sarà nulla da tassare – aggiunge Massari –. Mentre penso che una misura, anche temporanea, che indirizzasse risorse significative verso le Pmi, avrebbe solo effetti di rilancio del sistema complessivo, senza levare nulla alle attuali entrate fiscali».

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