Sinistri stradali, il Cid non costituisce piena prova della responsabilità

Rc Auto - Incidente - Risarcimento diretto Imc

Rc Auto - Incidente - Risarcimento diretto Imc(di Francesco Machina Grifeo – Quotidiano del Diritto)

La dichiarazione confessoria contenuta nel modulo di constatazione amichevole di incidente stradale, anche se resa dal responsabile del danno, e proprietario del veicolo assicurato, non ha valore di piena prova. Lo ha stabilito il Tribunale di Treviso, con la sentenza 27 marzo 2017 n. 693, affermando che il Cid è comunque soggetto al libero apprezzamento del giudice.

In primo grado, il giudice di pace aveva respinto la domanda di risarcimento presentata dal conducente del veicolo danneggiato e dai passeggeri. Secondo gli attori il convenuto non aveva concesso loro la precedenza dovuta, così provocando un forte impatto che, oltre i danni alla vettura, aveva anche prodotto lesioni fisiche – colpo di frusta – sui terzi trasportati. Il Gdp, dopo aver disposto una CTU ricostruttiva della dinamica del sinistro, ritenendo «liberamente valutabili le dichiarazioni confessorie» rese nel CID e «valorizzando la circostanza che gli stessi soggetti fossero stati coinvolti in innumerevoli altri sinistri stradali», ha ritenuto non provata la dinamica del sinistro prospettata dagli attori.

Proposto ricorso, il Tribunale ha affermato che «correttamente» il giudice di primo grado ha rilevato che le dichiarazioni provenienti dal convenuto – che riconosceva di non avere osservato il segnale di stop – nel modulo di constatazione amichevole «non costituiscono confessione e quindi piena prova, neppure nei confronti dell’autore della dichiarazione, ma sono liberamente apprezzate dal giudice». Sul punto, infatti, la giurisprudenza della Suprema corte ha affermato che: «nei giudizi proposti ai sensi dell’articolo 18 della legge 990/1969, (oggi abrogato e trasfuso nell’art. 144 Dlgs n. 209/2005), gli stessi fatti che determinano la responsabilità e la condanna del danneggiante costituiscono la fonte dell’obbligazione risarcitoria dell’assicuratore, comportando una situazione di litisconsorzio necessario tra entrambi tali soggetti e il terzo danneggiato ed impedendo che si pervenga a decisioni differenziate in ordine ai rapporti tra responsabile e danneggiato, da un lato, e danneggiato ed assicuratore, dall’altro».

«Ne consegue – continua la citazione – che la dichiarazione confessoria, contenuta nel modulo di constatazione amichevole di incidente, resa dal responsabile del danno proprietario del veicolo assicurato, non ha valore di piena prova nemmeno nei confronti del solo confitente, ma deve essere liberamente apprezzata dal giudice, dovendo trovare applicazione la norma di cui all’art. 2733, terzo comma, c.c., secondo la quale, in caso di litisconsorzio necessario, la confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti è, per l’appunto, liberamente apprezzata dal giudice» (Cass. 3567/13).

Nel caso specifico, la macchina dell’attore era stata demolita mentre lo sportello dell’auto del convenuto sostituito. La Ctu analizzando lo «specchio porta, ovvero la cornice sulla quale tutta la zona periferica della porta va ad aderire in chiusura», ha riscontrato che «sul montante e sulla cerniera fulcro dello stesso, nonché sul battente serratura non era presente alcun intervento riparativo, in quanto la velatura di vernice era quella originale». E sulla base di questo presupposto, «oggettivamente riscontrabile», tralasciando le dichiarazioni confessorie, ha concluso che l’impatto tra i due mezzi fosse stato di «modesta entità e che il danno riportato dalla Yaris del convenuto fosse costituito da una semplice ammaccatura del lamierato della porta, non avendo coinvolto la struttura portante». Infine, dall’esiguità dell’urto ha desunto che la velocità era a tal punto modesta da doversi escludere conseguenze negative per la salute dei passeggeri.

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