Tutti i segreti della grande guerra nelle Generali

Assalto a Trieste, l’amministratore delegato Greco chiede ai due top manager suoi predecessori danni per 66 milioni. Ecco le carte del processo

Generali - Facciata sede Trieste ImcLe strade degli affari che portano alle Assicurazioni Generali di Trieste, storico crocevia della finanza italiana, da sempre seguono percorsi lunghi, intricati, imprevedibili. Capita che passino dal Veneto ma anche da Piazzetta Cuccia, a Milano, al quartier generale del primo azionista al 13,24 per cento, Mediobanca. Talvolta si allungano fino a Roma e Novara, per raggiungere le sedi dei gruppi Caltagirone e De Agostini, soci con poco più del 2 per cento a testa. Dalle carte della causa in corso alla sezione del lavoro del tribunale di Trieste, emerge che alla base delle tensioni tra l’attuale amministratore delegato delle Generali, Mario Greco, da una parte, e il suo predecessore Giovanni Perissinotto e l’ex direttore generale e finanziario Raffaele Agrusti, dall’altra, non ci sono soltanto i discussi investimenti con gli azionisti Veneti, ma un groviglio di operazioni che coinvolgono anche altri grandi soci. E che fanno pensare che l’ex presidente Cesare Geronzi non avesse poi così torto, quando, nel libro Confiteor (Feltrinelli) di Massimo Mucchetti, definiva le Generali, più che il proverbiale Leone, “una mucca dalle cento mammelle“.

Conflitti di interesse da 234 milioni

Per capire come si è arrivati alla rottura tra gli ex vertici e l’attuale numero uno del gruppo assicurativo, instancabile ciclista da 7mila chilometri l’anno, occorre un passo indietro di un paio di anni: tra maggio e giugno 2012, quando una congiura ordita dai principali azionisti spinge Perissinotto a fare un passo indietro. Così, ad agosto 2012, dopo un’illuminazione di Lorenzo Pellicioli di De Agostini, sbarca a Trieste dal gruppo svizzero Zurich l’allora 53enne Greco. Che avvia da subito una pulizia delle prime linee: viene sacrificato anche l’ex braccio destro di Perissinotto, Agrusti, che lascia il gruppo alla fine del 2013. Già a dicembre del 2012, la stampa racconta di investimenti in odore di conflitto di interessi, realizzati dagli ex vertici con gli azionisti Veneti di Ferak (3,3 per cento del gruppo), notoriamente vicini all’ex ad. Tra queste operazioni, la sottoscrizione di obbligazioni in favore del fondo Finint, l’investimento nell’Ilva di Taranto con la famiglia Amenduni e la partecipazione al capitale di Palladio. Nel marzo 2013, la società di consulenza Kpmg quantifica le perdite potenziali delle Generali legate a sette operazioni condotte soprattutto coi veneti: 234 milioni di euro.

Gli stessi investimenti che, una volta accantonata l’idea (pare anche per lo scetticismo di alcuni soci) di avviare una vera e propria azione di responsabilità, hanno fornito a Greco gli argomenti per portare nel consiglio di amministrazione dello scorso febbraio l’azione di risarcimento in sede giuslavoristica verso gli ex vertici. Il cda da il via libera con il solo voto contrario di Pellicioli. All’ex ad si chiedono danni per 60 milioni, mentre all’ex direttore generale si domanda di rinunciare all’accordo da 6 milioni raggiunto all’epoca della sua uscita. Sempre da febbraio, Perissinotto e Agrusti sono indagati per ostacolo all’attività di vigilanza dalla Procura di Trieste, nell’ambito di una inchiesta avviata dopo la segnalazione delle autorità di vigilanza Consob e Ivass proprio sulla scorta del rapporto di Kpmg.

Un affare tutto in famiglia

Le operazioni a diverso titolo contestate agli ex vertici nella causa di lavoro non sono soltanto quelle realizzate con gli azionisti veneti. C’è la fornitura del 2008 alle Generali di quasi duemila computer da parte di Onda Communications, società ora in liquidazione cofondata da Michelangelo Agrusti, fratello di Raffaele, all’epoca direttore generale della compagnia. Un’operazione di cui riferì Il Sole 24 Ore del giugno del 2013 e che pare fu tra le prime a essere segnalate, in forma anonima, già nel settembre del 2012, all’ad Greco, tramite l’account Intranet “Ask Group CEO” (chiedi all’ad). Agrusti ha sempre escluso ogni coinvolgimento e ricorda una indagine interna condotta dalle Generali che ha messo nero su bianco la sua estraneità alla vicenda. Con la stessa argomentazione, l’ex direttore finanziario della compagnia respinge l’ulteriore contestazione della fornitura alla divisione immobiliare delle Generali di alcune luci a led per quasi 500mila euro da parte di una controllata di Onda, Solight. Il nome di Michelangelo Agrusti appare anche in un’altra delle operazioni che hanno fatto scattare la causa di lavoro: il salvataggio di Telit, la società di tecnologia ora inglese ma all’epoca ancora italiana, attiva nelle telecomunicazioni e partecipata dalla compagnia triestina al 10 per cento. L’attuale gestione delle Generali accusa Perissinotto e Agrusti di avere deciso, tra il 2000 e il 2002, di propria iniziativa, due investimenti, per poco più di 50 milioni, finalizzati a mettere in salvo Telit dalla crisi finanziaria che la stava conducendo al fallimento. Secondo gli ex vertici del gruppo triestino, l’operazione è servita, tra l’altro, a scongiurare ricadute in termini di reputazione per Generali e i suoi azionisti.

Gli interessi di piazzetta Cuccia

La linea difensiva di Agrusti ricorda le “pressioni esercitate dal socio Mediobanca, il quale, all’epoca, costituiva (insieme a Banca di Roma) uno dei maggiori finanziatori di Telit“. Secondo questa ricostruzione, gli ex vertici del Leone furono spinti a salvare la società telefonica anche dall’intervento della banca d’affari a quell’epoca guidata da Vincenzo Maranghi, scomparso nel 2007. “Mediobanca non aveva finanziamenti bancari con il gruppo Telit“, dicono dall’istituto. Ma nel 2000, la banca d’affari aveva assistito la società di telefonia come consulente nell’aumento di capitale da 100 miliardi di lire e nel finanziamento a medio termine da 365 miliardi di lire. Sempre secondo l’ex direttore generale del gruppo triestino, Mediobanca figurava tra i finanziatori di Finmek, società poi fallita che in quegli anni aveva rilevato una controllata di Telit nell’ambito del salvataggio. Le Generali contestano, inoltre, ad Agrusti il ruolo di amministratore delegato della società di telecomunicazioni del fratello Michelangelo, ma l’ex manager della compagnia fa notare che la nomina risale al giugno del 2002, quando il gruppo triestino era già uscito da Telit.

All’attuale gestione di Mediobanca, guidata da Alberto Nagel e Renato Pagliaro, fa invece riferimento un bond cosiddetto “ibrido“, in termini di rischio a metà tra le azioni e le obbligazioni classiche, con cui piazzetta Cuccia, nel 2008, ha finanziato per 500 milioni le Generali. In questo caso, la compagnia triestina incolpa gli ex vertici di non avere informato né il consiglio di amministrazione, né Greco, né l’authority assicurativa Isvap (oggi Ivass) di una clausola di rimborso anticipato associata al prestito che, se fosse stata nota, avrebbe impedito alla compagnia di utilizzare lo stesso bond per rafforzare il proprio patrimonio. L’omissione è emersa lo scorso autunno quando Mediobanca, dopo i primi contatti di ottobre e con lettera dell’11 dicembre 2013, per la nuova regolamentazione di Basilea 3, ha chiesto di modificare alcune condizioni del finanziamento, rendendolo di fatto più oneroso per le Generali. Che nel frattempo, per evitare di pagare di più, hanno deciso di rimborsare in anticipo il prestito. Fonti vicine a Perissinotto giustificano la mancata comunicazione all’Isvap sottolineando che “ogni eventuale rimborso sarebbe comunque stato soggetto a preliminare approvazione dell’autorità di controllo“. La difesa cita, inoltre, una riunione del cda delle Generali del 25 settembre 2008, in cui l’ex ad ha fornito informazioni sull’ibrido e, rispondendo a una domanda del vicepresidente Francesco Gaetano Caltagirone, ha aggiunto che sarebbe stato possibile chiedere a Mediobanca, con un po’ di preavviso, il rimborso anticipato.

L’altra Apple, il fondo immobiliare

Proprio le operazioni immobiliari del gruppo triestino con il costruttore ed editore romano, insieme con alcuni investimenti in private equity di De Agostini, finiscono l’estate scorsa nel mirino della Consob. Ma non vengono riscontrate irregolarità, e le stesse operazioni non compaiono nel rapporto di Kpmg. Tuttavia, il memoriale depositato da Agrusti al tribunale di Trieste racconta che la prima richiesta di dimissioni di Greco, risalente al 24 giugno 2013, fu motivata non già dalle operazioni con i veneti o con società del fratello Michelangelo, ma dall’investimento delle Generali in Apple, un fondo immobiliare gestito dalla Banca Finnat della famiglia Nattino che si occupa di un’area residenziale affidata a Vianini Lavori, società del gruppo Caltagirone. Al 31 dicembre il fondo rendeva quasi il 20 per cento, in base al rendiconto certificato da Bankitalia, ma Greco è insofferente verso tutte le operazioni in potenziale conflitto di interesse. Un portavoce delle Generali smentisce, però, tale ricostruzione dei fatti e precisa che “il 24 giugno vennero presentati al dottor Agrusti esclusivamente i pareri legali relativi alle operazioni del rapporto di Kpmg“. All’operazione Apple avrebbe lavorato anche Giancarlo Scotti, ex numero uno della divisione immobiliare del Leone e tra gli ultimi manager usciti dal gruppo dopo la pulizia di Greco. Una volta rientrate le tensioni per la vicenda Apple, il 2 luglio 2013, Agrusti sostiene di avere ricevuto dall’ad delle Generali un sms dai toni minacciosi: “Lino mi dicono che ieri in una riunione a Mogliano hai detto ai dirigenti del gruppo che il mio blitz per mandarti via era fallito e che Mediobanca ti ha difeso. Hai anche parlato di una lettera Consob che ora i giornalisti stanno cercando. Queste sono affermazioni gravi. Spero che tutto ciò non sia vero“. Accuse che Agrusti dice di avere subito bollato come “gravemente false“. Un’escalation che si concluderà con l’uscita del manager alla fine del 2013.

L’impianto accusatorio che rischia di travolgere Perissinotto e Agrusti presenta risvolti che coinvolgono anche molti dei grandi azionisti delle Generali. Si vedrà se Greco, renziano doc, alla fine la spunterà. Intanto, il 31 luglio, al primo round della causa di lavoro, il giudice ha accolto tutte le richieste dei legali di Agrusti respingendo quelle presentate da Generali. L’ad del gruppo assicurativo dovrà aspettare il 4 dicembre per prendersi la sua rivincita.

Autore: Carlotta Scozzari – Il Fatto Quotidiano

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