Un futuro di magre pensioni

Pensioni - Rischio longevità (2) Imc

Pensioni - Rischio longevità (2) Imc(di Lorenzo Forni e Carlo Mazzaferro – Lavoce.info)

Le pensioni del futuro avranno un importo adeguato? La bassa crescita e l’alta disoccupazione dell’ultimo decennio le hanno già decurtate rispetto a quanto immaginato nel 1995. E la promessa riforma del sistema pensionistico non migliorerà la situazione

Effetti di lungo termine

Dei provvedimenti di riforma del sistema pensionistico promessi dal governo si enfatizzano, in queste settimane, i possibili effetti di breve termine e, in particolare, la riduzione dell’età di pensionamento per consentire l’uscita anticipata a chi ha avuto carriere contributive lunghe. Poco o nulla si dice invece sulle implicazioni di lungo termine della proposta e soprattutto su quanto i lavoratori oggi giovani potranno attendersi dal sistema contributivo.

In un lavoro recente abbiamo cercato di allargare lo sguardo e ci siamo chiesti quali saranno gli effetti della bassa crescita economica e dell’alta disoccupazione che caratterizzano la nostra economia in questi anni sull’importo della pensione per coloro che sono entrati nel mercato del lavoro dopo il 1995, anno di introduzione del sistema contributivo in Italia.

La formula contributiva correla l’importo della pensione:

  1. alla crescita reale del Pil;
  2. all’aspettativa di vita al momento del pensionamento;
  3. alla somma dei contributi versati durante il periodo lavorativo.

I tre elementi sono strutturati in modo da garantire la sostenibilità del sistema e sono le variabili chiave per comprendere se gli assegni pensionistici saranno adeguati in futuro.

I dati del recente passato su crescita e occupazione sono noti: la crescita economica italiana è risultata sino a oggi inferiore a quanto il legislatore aveva immaginato nel 1995, mentre la disoccupazione è salita sopra i valori fisiologici, soprattutto per la parte più giovane della popolazione. Quanto al futuro, le previsioni di crescita potenziale dell’economia italiana sono state riviste verso il basso dalle istituzioni di ricerca private come da quelle pubbliche. Lo scenario centrale di Prometeia stima la crescita media reale del Pil nei prossimi tre decenni intorno all’1 per cento, un valore inferiore a quello previsto negli scenari ufficiali del governo, ma in linea con quanto indicato, ad esempio, dal Fondo monetario internazionale.

Le stime

Sulla scorta di queste informazioni abbiamo stimato due indicatori per i lavoratori che hanno iniziato la loro attività dopo il 1995: il livello della pensione futura e il tasso di copertura della pensione pubblica rispetto all’ultima retribuzione.

Figura 1 – Livello della pensione contributiva futura rispetto a quanto atteso al momento dell’introduzione del sistema contributivo nel 1995, anno di entrata nel mercato del lavoro

Livello della pensione contributiva futura

Nota: Rapporto tra pensione calcolata sulla base dei dati storici per il passato e dello scenario Prometeia in previsione e pensione calcolata con scenario di crescita pari all’1,5 per cento annuale. Le tre righe indicano il valore centrale, 5° e 95° percentile della distribuzione ottenuta simulando 1000 storie contributive in cui in cui la probabilità di rimanere senza lavoro è stata calibrata sulla base della media dei dati Istat di disoccupazione per classi di età negli ultimi venti anni

Il messaggio principale della figura 1 è che la bassa crescita e l’elevata disoccupazione dell’ultimo decennio hanno già ridotto l’importo futuro della pensione rispetto a quello immaginato nel 1995 (che ipotizzava una crescita media pari all’1,5 per cento reale). Ad esempio, un lavoratore che ha cominciato a lavorare nel 1995 e ha una carriera senza interruzioni deve aspettarsi una pensione del 30 per cento più bassa di quella che avrebbe avuto nello scenario di crescita all’1,5 per cento. Per chi ha cominciato a lavorare più tardi, ad esempio nel 2006, il calo è ancora più forte perché gli anni successivi alla crisi del 2008, che hanno registrato in media tassi di crescita negativi, pesano maggiormente. La riduzione è ancora più marcata quanto maggiore è il numero di anni trascorsi senza lavoro (linea blu). Per coloro che hanno cominciato a versare contributi per la pensione nel corso degli ultimi anni le prospettive appaiono leggermente migliori, a patto però che l’economia italiana sia in grado di crescere almeno all’1 per cento nei prossimi decenni. In tutti i casi, comunque, il livello della pensione contributiva futura risulta sempre inferiore almeno del 25 per cento, e in alcuni casi anche di oltre il 40 per cento, rispetto a quello immaginato quando il sistema contributivo è stato introdotto.

Che fare? A meno di immaginare improbabili aumenti per legge del loro importo, le pensioni future potranno risultare più elevate solo grazie a una crescita economica più robusta; o con un aumento del risparmio privato, convogliato verso la previdenza complementare; oppure a seguito di un più lungo periodo di attività, determinato a sua volta da una riduzione della disoccupazione o da un aumento dell’età di pensionamento.

La figura 2 mostra che con un’età di pensionamento fissa a 67 anni il tasso di copertura della pensione pubblica è destinato, nei prossimi decenni, a ridursi di oltre 10 punti percentuali. L’aumento dell’aspettativa di vita al pensionamento è il fattore che spiega l’andamento decrescente dell’indicatore nel tempo.

Figura 2 – Tasso di sostituzione tra pensione e retribuzione nello scenario centrale della figura 1. Età di pensionamento costante a 67 anni

Tasso di sostituzione tra pensione e retribuzione

Il sentiero attraverso il quale i lavoratori attuali potranno trovare la strada per una pensione adeguata si annuncia molto stretto. Da un lato, la bassa crescita economica e la disoccupazione dell’ultimo decennio hanno già messo in discussione i valori futuri della pensione immaginati al momento dell’introduzione della riforma contributiva. Dall’altro, prospettive di crescita di lungo periodo modeste per i prossimi decenni e un’età di pensionamento che non potrà ragionevolmente crescere molto più di quanto già indicato con la riforma del 2011, rischiano di rendere ancora più grave il problema.

Purtroppo, gli interventi in discussione in questi giorni sembrano più utili per catturare il consenso nel breve termine che per dare risposte alla domanda di adeguatezza delle pensioni nel medio lungo periodo.

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