VOCI DALLA RETE: COLLABORAZIONI TRA INTERMEDIARI E RUOLO DEI COMPARATORI, RELAZIONE POSSIBILE?

Voci dalla rete HP ImcDopo il punto di vista sul fenomeno dei comparatori che abbiamo pubblicato lo scorso 15 dicembre, riceviamo e pubblichiamo volentieri un nuovo contributo dell’avv. Ivan Dimitri Calaprice, professionista che si occupa di comparazione telematica ed intermediazione assicurativa; in questa occasione, l’oggetto delle sue interessanti riflessioni si sposta a quelle che potrebbero essere le possibili connessioni tra le opportunità offerte dalla normativa relative alla collaborazione tra intermediari e il ruolo dei comparatori

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(e-mail firmata giunta in redazione)

E’ trascorso più di un anno dall’emanazione del c.d. Decreto crescita 2.0 (D.L. 179/2012 poi convertito nella legge 221/2012), salutato coralmente, nella parte in cui si occupava di intermediazione assicurativa, come un provvedimento funzionale alle nuove esigenze del mercato. Allora, nonostante i rilievi critici di prammatica sulle solite inadeguatezze tecniche e gli scadimenti lessicali del Legislatore, i commenti alla norma attinsero dal rutilante vocabolario della new economy per raccontare una svolta epocale.

L’apertura alle forme di collaborazione tra intermediari assicurativi era giustificata con l’obiettivo di “superare l’attuale segmentazione del mercato assicurativo” nonché “accrescere il grado di libertà dei diversi operatori”. Questa precisazione equivalse – di fatto – ad affermare anche due principi di cornice per il settore, ovvero:

  1. Le “compartimentazioni” devono essere superate, evidentemente sul presupposto che siano dannose per l’intero mercato (e, dunque, non solo per la realtà operativa degli intermediari);
  2. L’ampliamento della “liberta” di operatori diversi (leggasi: di estrazione professionale eterogenea) è – in sé per sé considerata – una prospettiva positiva.

A ben guardare il richiamo al primo obiettivo avrebbe potuto costituire una premessa coerente con una misura diversa (e che invece non c’è stata), ovvero l’ abrogazione delle singole sezioni del RUI, nel mentre quello alla “libertà” strideva sonoramente con i fatti, giacchè gli intermediari, anche una volta acquisito il diritto a collaborare, restavano artigliati da tante altre regole di non sempre immediata intelligibilità.

Poca libertà, di fatto.

Ad ogni buon conto il Legislatore chiudeva questo set di norme stabilendo che “le clausole fra mandatario e impresa assicuratrice incompatibili” con tali previsioni sarebbero state segnate dallo stigma della nullità per violazione di norma imperativa e che Ivass avrebbe avuto il compito di adottare eventuali “direttive volte a consentire l’applicazione della norma e garantire “adeguata informativa ai consumatori”.

Va da sé che la forma tecnica degli atti normativi dell’Autorità di Vigilanza, a mente del D. Lgs. 209/2005, può essere solo quella del “regolamento” (di cui agli artt. 9 e 191) o quella della “raccomandazione” (di cui all’art. 9, comma V). Questo accadeva circa dodici mesi fa.

Oggi, diversamente da quanto ci si poteva aspettare, le nuove forme di collaborazione non paiono ancora rappresentarsi in numero significativo e l’auspicato effetto clastico sui recinti delle distinte sezioni non c’è stato. Anzi, le norme volute dall’allora Governo Monti hanno generato ulteriori complicazioni pratiche e giuridiche sul tema delle modalità di ripartizione del carico degli obblighi nonchè su quello della natura delle nuove figure createsi (impensabile, ad esempio, che gli obblighi legali del c.d. intermediario emittente siano considerati del tutto sovrapponibili a quelli del proponente).

Nel momento in cui si registrano le prime prese di consapevolezza sulla inidoneità di quelle norme ad avere un effetto deflagrante sul mercato, il mondo dell’intermediazione sembra interessato da un tema nuovo, ovvero l’imminente avvio delle verifiche sui c.d. comparatori assicurativi e sulle singole Compagnie che se ne avvalgono mediante “accordi di partnership”.

Il tema, apparentemente distante da quello affrontato dal noto comma 10 dell’art. 22, appare invece, in seconda analisi, ad esso strettamente connesso. Lo strumento della comparazione, infatti, ben si presta ad accreditarsi come una sorta di “laboratorio tecnico” per superare quella deprecata segmentazione e perseguire quella auspicata libertà.

Si guardi a ciò che accade. Oggi la parola chiave utilizzata da Ivass per annunciare l’operazione è una: trasparenza.

Oggetto delle verifica, informa il Regolatore, è “il livello della trasparenza di tali siti e delle modalità di comparazione”. Si gioca tutto in questo perimetro: capire se siano sufficientemente trasparenti i siti, in generale, e i modi in cui essi gestiscono l’offerta dei servizi.

Facile, dunque? Assolutamente no. Va infatti considerato che – a dispetto del nome – il vocabolo “trasparenza” – negli atti del Regolatore ha una estensione semantica piuttosto opaca. Solo per fare qualche esempio, senza alcuna pretesa di organicità:

  • L’art. 47, comma 1 lett.a) del Regolamento Isvap 5/2006 individua nella trasparenza un modus essendi, senza però chiarire in cosa essa consista. A dare un contenuto a quest’obbligo ci ha pensato la dottrina di settore, ma – di fatto – è mancata una definizione dettagliata. Obbligo di condotta, piuttosto evanescente;
  • Il punto 8.1. delle Domande frequenti sull’attività di intermediazione ricollega il concetto ad una incombenza addizionale in caso di collaborazione B/A. Obbligo (interno) di natura contabile e amministrativa;
  • L’art. 4 del Regolamento Isvap 23/2008 lascia intendere, invece, che la trasparenza sia legata alla necessità di mettere alla disponibilità del cliente i documenti precontrattuali, le condizioni generali e speciali di polizza nonché un servizio gratuito di rilascio del preventivo personalizzato. Obbligo di consegna di documenti e di offerta di una specifica prestazione a titolo non oneroso;
  • L’art. 38 bis, comma 5, del Regolamento Isvap 35/2010 (come modificato dal Provvedimento Ivass n.7/2013) indica, invece, la trasparenza delle informazioni contenute nelle aree riservate delle Imprese quale obiettivo da perseguire “mediante l’uso di un linguaggio semplice e facilmente comprensibile”. Obbligo di comunicazione secondo una specifica forma (su questo si noti che l’obbligo rischia di diventare scivoloso, sia perchè la semplicità è concetto non giuridico e improntato alla soggettività, sia perché se esso si traducesse nella scelta di un linguaggio “il meno tecnico possibile” potrebbe ottenere anche l’effetto di lasciar comprendere ciò che non è);
  • Nel commento all’art. 34 della Relazione di presentazione dello stesso Regolamento, nonché all’art. 50 del testo, si usa lo stesso concetto per affermare che esso afferisce all’obbligo di rendere talune specifiche informazioni. Obbligo di pubblicità di dati specifici.

Possibile ritenere che Ivass, allorchè scrive, nel prosieguo del suo comunicato, di volersi concentrare sulla trasparenza delle informazioni rese al pubblico e, in particolare, su quella relativa alla quota di mercato interessata, abbia in animo tutte le declinazioni del concetto e quindi sia la verifica dei contenuti di testo inseriti nelle diverse sezioni sul piano formale (per valutare il grado di comprensione del linguaggio usato) sia l’ analisi sul piano sostanziale (per valutare il grado di verità e compiutezza delle informazioni rese).

E’ interessante osservare che, di recente, una legge dello Stato (resa in tutt’altro contesto e con altre finalità con riguardo alla pubblica amministrazione) ha definito la trasparenza come accessibilità totale delle informazioni, affermando che in nome di questo principio i siti web istituzionali, allorchè le rendono, devono assicurarne l’integrità, il costante aggiornamento, la completezza, la tempestività, la semplicità di consultazione, la comprensibilità, l’omogeneità, la facile accessibilità, la conformità ai documenti originali, l’indicazione della provenienza e addirittura la riutilizzabilità (Così, rispettivamente, gli artt. 1 e 6 del D.L. 14 marzo 2013 n.33 “Riordino della disciplina rigurdante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”).

La trasparenza dei siti web pubblici è dunque capillarmente disciplinata. Se Ivass, nel guardare ai siti web dei comparatori, soggetti privati, volesse ispirarsi a questa strutturata nozione (ripetesi: concepita avuto riguardo ad altri scopi) allora non potrebbe che muovere dalle Condizioni di utilizzo dei siti, al se e al come vengono assolti gli obblighi informativi e quelli di consegna della documentazione precontrattuale e contrattuale, al livello di accessibilità delle informazioni rese disponibili, specie sui livelli provvigionali.

Su quest’ultimo punto va infatti ricordato che la stessa Autorità afferma che il disvelamento da parte delle Imprese dei livelli provvigionali percepiti dagli intermediari è necessitato da “fini di comparabilità” (Cosi – con una leggera distonia fra i due testi- sia l’art. 5 comma 3 lett.b del Regolamento Isvap 23/2008, sia il commento allo stesso articolo nella Relazione di presentazione che, diversamente dalla lettera della norma, estende il riferimento a suddetta finalità anche alla indicazione della provvigione in valore assoluto).

Più agevole, invece, ipotizzare quale sarà l’indagine con riguardo alla trasparenza delle modalità di comparazione. Trattandosi di flussi telematici che ricevono impulso dai singoli utenti (attraverso l’alimentazione diretta dei dati nei singoli form on line) il livello di verifica che può svolgersi è quello delle tecnicalità di queste piattaforme tecnologiche e del modo in cui operano.

Guardando, dunque, a come funziona, sul piano informatico, il processo che offre, a partire dagli input degli utenti gli output del prospetto comparativo finale, così verificandone l’effettiva aderenza alle “richieste” dell’utente del sito.

Ora, se è vero che le collaborazioni ex l. 221/2012 non sono decollate, è altrettanto vero che l’accesso a queste nuove forme di “consulenza telematica” pare, invece, in costante aumento. Tanto anche in ragione di un massiccio battage pubblicitario nei media tradizionali e in quelli c.d. below the line.

E’ difficile ipotizzare, allora, che le figure intermediatizie tradizionali, presto disincantate sulla immediatezza dei benefici resi dal Decreto crescita 2.0, non colgano la reale opportunità di profittare di questi canali per offrire un servizio nuovo ai propri clienti. Il valore delle trasparenza dei comparatori, su cui oggi l’Ivass “accende un faro”, per usare il suo stesso vocabolario, può infatti ben sposarsi – anche sul piano giuridico – con una ritrovata libertà degli intermediari tradizionali nel farne uso, ed al tempo stesso contribuire ad abbattere le diversità (recte: segmentazione) della pentapartizione del RUI.

Si noti, ad esempio, che nella legge sulle P.A. prima citata, questo stesso valore viene indicato come concorrente “ad attuare il principio democratico e i principi costituzionali di eguaglianza, di imparzialita’, buon andamento, responsabilita’, efficacia ed efficienza nell’utilizzo di risorse pubbliche, integrita’ e lealta’ nel servizio alla nazione” e rappresentata come “condizione di garanzia delle liberta’ individuali e collettive, nonche’ dei diritti civili, politici e sociali, integra il diritto ad una buona amministrazione e concorre alla realizzazione di una amministrazione aperta, al servizio del cittadino”.

Ora, esiste un modo per rendere la trasparenza dei comparatori un modello utile per l’intero settore, visto che ciò che essi dicono e fanno resta sempre disponibile al pubblico sui siti web al servizio di tutta l’utenza? Esiste un modo per valorizzarne i servizi allo scopo di contribuire a rilanciare un settore in crisi e senza evocare – con lo spauracchio della disintermediazione – scenari da Grand Guignol?

Ivass darà delle risposte, a breve.

A quegli intermediari tradizionali che malvedono questo strumento spetta invece un altro compito. Capire che il mondo sta cambiando e forse, oggi, c’è un’occasione in più per farlo girare nella propria direzione.

Avv. Ivan Dimitri Calaprice

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