Wilfried Verstraete (Euler Hermes): «Il made in Italy? Rende di più»

Wilfried Verstraete (2) Imc

Wilfried Verstraete (2) Imc

(di Fabio Savelli – Corriere della Sera)

«Con il No al referendum rischio di una generale sfiducia degli investitori esteri. Le più colpite potrebbero essere le banche, sotto capitalizzate e appesantite da una crescente quantità di crediti deteriorati»

“Le nostre stime ci indicano per l’Italia una crescita dello 0,3 percento nel 2017 in caso di vittoria del no al referendum del 4 dicembre. Una perdita dello 0,6 percento rispetto alle previsioni iniziali. E una generale sfiducia da parte degli investitori esteri per una nuova fase di instabilità politica”. Wilfried Verstraete (nella foto) è seduto su 890 miliardi di euro di transazioni commerciali coperte contro il rischio di mancato pagamento. È al timone di Euler Hermes. La prima società al mondo per l’assicurazione del credito alle imprese. In Italia ha oltre 5mila clienti, frutto anche di un recente accordo con Unicredit. Il suo è un osservatorio interessante sulla vecchia Europa. L’azienda è quotata a Parigi perché si tratta di un gruppo storicamente francese finito poi sul mercato e acquisita dalla tedesca Allianz che ne detiene il controllo con il 63 percento delle quote. Per motivi di governance ha la sede legale in Belgio.

Verstraete si tratta di una stima ampiamente peggiorativa rispetto a quella del governo italiano e della commissione europea?

“È così, ma l’Italia ha comunque dei buoni fondamentali. Li chiamiamo fattori di resilienza. Migliori della crisi del biennio 2012-2013. La redditività delle imprese sta migliorando con margini medi che si attestano al 41,4 percento del valore aggiunto, al di sopra della media della zona euro. Le aziende hanno buone giacenze di cassa per complessivi 60 miliardi. I tempi di pagamento dei fornitori cominciano a migliorare e le insolvenze diminuiscono per il secondo anno consecutivo. Ma l’eventuale bocciatura della riforma costituzionale porterebbe con sè parecchi interrogativi sulla capacità dell’Italia di proseguire il processo riformista cominciato con la legge sul lavoro. Le più colpite potrebbero essere le banche, percepite come l’anello debole del sistema. Complessivamente ancora sotto-capitalizzate, appesantite da una crescente quantità di crediti deteriorati, con bassa redditività per tassi di interesse ridotti allo zero”.

Siete interessati a pacchetti di non performing loans vista la vostra attività di recupero crediti?

“Valutiamo sempre quello che ci offre il mercato. Ma al momento si rischia di comprare senza un’effettiva capacità di avere un buon ritorno. Semmai siamo interessati ad alleanze commerciali simili a quella stipulata con Unicredit. Annunceremo presto nuovi accordi con istituti italiani con cui siamo da tempo in trattativa. L’Italia è un Paese molto sotto-assicurato e sulle polizze alle imprese pesa meno della metà di quello francese e tedesco”

Soprattutto è troppo banco-centrico. In una fase di instabilità politica ne risentiremmo ulteriormente?

“Assolutamente. Si alzerebbe il costo di provvista per le imprese. Le banche sotto stress sui mercati potrebbero applicare tassi di interesse meno appetibili di quelli attuali. Complicando lo scenario. Le imprese italiane già pagano in media lo 0,5 percento in più di interessi rispetto alle spagnole. Tre anni fa i valori erano allineati. Poi la Spagna ha fatto un’intelligente ristrutturazione del sistema bancario. L’Italia lo sta facendo solo adesso e saranno inevitabili delle operazioni di aggregazione che stanno già avvenendo”.

Che cosa pensa della legge di Bilancio e della dialettica in corso con Bruxelles?

“Una buona riforma espansiva. Interessante il restyling del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Rifinanziato. E il pacchetto di misure per stimolare gli investimenti, fermi da sette anni. La defiscalizzazione per gli interventi in innovazione è incoraggiante. Ma è chiaro che vi penalizza l’alto debito pubblico. Che restringe i margini di manovra. Nonostante il saldo primario, la differenza tra le spese e le entrate per lo stato al netto degli interessi passivi sul debito, sia stato in surplus dell’1,4 percento nel 2015. Sulla dialettica in corso con la Commissione posso solo dire che manca sempre più quell’idea originaria di costruzione di una casa comune europea. L’euro scetticismo è alimentato da classi dirigenti nazionali poco illuminate. Troppo impegnate a parlare alla pancia degli elettorati. Ci si metta intorno ad un tavolo e s’individuino nuove regole condivise. Altrimenti si rischiano nuove Brexit, i cui effetti sono ancora complicati da calcolare. Ma di certo non saranno positivi”.

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