Opinione della Settimana

Perchè il popolo del mattone non protegge le sue case

Il rapporto tra i premi-danni e il pil è all’1% contro il 2,7% di Germania e Regno Unito. Molte compagnie oggi non dispongono di risorse umane adatte a gestire prodotti complessi

In Italia ci sono spazi di crescita nel settore assicurativo? E in quali ambiti? Un esperto super partes come Pierpaolo Marano, docente di diritto delle assicurazioni all’Università Cattolica di Milano nonché membro di numerosi organismi di ricerca e analisi del comparto assicurativo a livello internazionale, non ha dubbi: «Di spazi ce ne sono eccome, nel ramo danni l’Italia ha tanta strada da fare. Basta guardare i dati per accorgersi che il nostro Paese sconta un forte gap con il resto d’Europa».

E, in effetti, dalle ultime rilevazioni dell’Ania risulta che se dal totale premi delle assicurazioni danni si escludono quelli del settore auto (assicurazione ovunque obbligatoria), il ritardo dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei risulta ancora più evidente. Nel 2011 il rapporto tra questi premi e il pil è rimasto stabile all’1% per l’Italia, mentre è stato pari al doppio per il Belgio e per la Spagna e poco più alto per la Francia. La Germania e il Regno Unito raggiungono il 2,7%, la prima in calo (era al 2,8% nel 2010) e la seconda stabile rispetto all’anno precedente. Lo stesso non accade nel settore vita, in cui l’Italia è cresciuta nell’ultimo decennio al pari degli altri Paesi.

Come mai si è creata una tale discrepanza? Marano, che con queste riflessioni aprirà i lavori della settima edizione del Forum nazionale dedicato all’industria delle assicurazioni (Milano, 26 settembre), spiega che da un certo punto in poi le compagnie hanno preferito puntare sul settore vita, e in particolare su prodotti di tipo finanziario come le unit e le index linked, piuttosto che rafforzare l’expertise nel ramo danni, che è molto più complesso e presenta maggiori rischi per gli assicuratori. «Ai tempi della finanza facile c’è stata una certa tendenza a prediligere segmenti in cui la redditività si presentava a portata di mano. La conseguenza è che oggi molte compagnie sono a corto di risorse umane adeguate a gestire i rami danni, con l’eccezione della solita Rc auto. Parliamo di ambiente, di credito, di patrimonio, specie di quello aziendale». Insomma, secondo Marano negli ultimi anni è stato disperso capitale umano a beneficio di un approccio che ha puntato al profitto attraverso prodotti finanziari facili da impacchettare e collocare sul mercato.

Un’analisi che suona un po’ come una sferzata agli operatori del settore ma è pienamente condivisa da Enrico Bertagna (nella foto a destra), responsabile per l’area Sudest Europa e Africa e general representative per l’Italia del gruppo Lloyd’s di Londra: «Se l’Italia risulta sottoassicurata in alcuni ambiti la responsabilità è anche di noi operatori, che dovremmo fare uno sforzo per far comprendere l’importanza che questo settore può assumere nel rilancio dell’economia. È vero: all’interno dei gruppi assicurativi c’è oggi carenza di tecnici e risorse umane capaci di ideare e costruire prodotti legati a rischi complessi come, per esempio, le catastrofi naturali».

L’Italia è ultima in Europa nella protezione dai rischi contro questo tipo di eventi, eppure terremoti, alluvioni e crolli sono sempre più frequenti. Basti pensare che sono 22 milioni gli italiani che vivono in zone considerate a rischio sismico e i comuni interessati da frane e alluvioni sono oltre 6.600 su 8 mila. Prendiamo i terremoti. In Emilia-Romagna: è risultato che meno dell’ 1% delle abitazioni civili e solo il 3% delle aziende erano assicurate contro questo tipo di eventi. E prima ancora, all’Aquila, solo 400 milioni di euro di danni erano coperti da polizze su un totale di oltre 10 miliardi, il 4% della perdita totale contro una media mondiale del 20%. «A differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, gli italiani vivono il pagamento delle polizze come una tassa e non come un’esigenza di protezione dai rischi. Ma se quest’approccio culturale persiste è anche perché il mondo delle assicurazioni si è costruito una cattiva reputazione negli ultimi anni».

Il tema della sottoassicurazione in Italia terrà banco durante il Lloyd’s Illca networking event (Milano, 26 settembre), il tradizionale meeting promosso dall’ufficio italiano del gruppo assicurativo britannico insieme con l’associazione dei suoi corrispondenti «Occorrerebbe rendere obbligatoria l’assicurazione contro le catastrofi naturali con una legge, cosi com’e stato deciso per la responsabilità professionale, e facendo in modo che lo Stato partecipi alla copertura dei danni» propone Bertagna. In Turchia, per fare un esempio, questo tipo di copertura e obbligatoria e lo Stato interviene con propri fondi se i danni superano un tetto di 4 miliardi di euro. Potrebbe essere una soluzione anche per l’Italia? «Se ne può discutere», dichiara il top manager di Lloyd’s, «di certo non si può andare avanti fingendo che il problema non sussista e imponendo le accise sulla benzina tutte le volte che una regione è colpita da un sisma».

Ma le catastrofi rappresentano solo uno dei tanti segmenti che compongono il comparto cosiddetto non life. Nel resto d’Europa la cultura della protezione del rischio sta crescendo a vari livelli, fa notare ancora Marano «L’assicurazione è uno strumento efficace nelle possibili strategie di gestione dei rischi che gravano sulle attività produttive, i beni e le persone» Ma, perché si affermi una cultura assicurativa, è necessaria una diffusa e piena consapevolezza di quei rischi, insieme all’offerta di prodotti assicurativi chiari e comprensibili e a una corretta gestione dei contratti e dei sinistri. «E in Italia c’è molto da fare in ognuna di queste direzioni», conclude il docente. Insomma, basta con polizze standard, massimali ridicoli rispetto ai rischi potenziali e a procedure di risarcimento che non finiscono mai. Sintetizza Bertagna «Gli assicuratori devono riconquistare un ruolo positivo lavorando su strategie prodotti e reputazione».

Autore: Mariarosaria Marchesana – Il Mondo

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