Opinione della Settimana

Il dilemma italiano di Groupama

I francesi vogliono potenziare la presenza nel nostro Paese ma solo nel business assicurativo. Semestrale in perdita per 87 milioni, il bilancio patrimoniale mostra un margine di solvibilità (113%) ancora in prossimità del livello minimo

La partecipazione in Mediobanca, forse, è in bilico ma la presenza in Italia di Groupama (nella foto, la sede italiana a Roma) non è in discussione. In un’intervista apparsa sulla stampa francese, il direttore generale Thierry Martel ha spiegato che il programma di cessioni è terminato e che il gruppo «concentrerà i suoi sforzi nei suoi principali mercati, la Francia e l’Italia». La compagnia francese è ancora convalescente reduce da una massiccia campagnia di vendite che hanno sostanzialmente circoscritto alla madrepatria il suo perimetro operativo ma con l’eccezione, appunto, della penisola. La semestrale dell’esercizio in corso si è chiusa in perdita per 87 milioni ed il bilancio patrimoniale ha mostrato un margine di solvibilità (113%) ancora in prossimità del livello minimo benchè in risalita rispetto alla fine del 2011. Il risultato, comunque, si confronta con la perdita record del 2011 (1,7 miliardi) anno in cui il gruppo mutualistico ha bussato cassa ai suoi soci per 500 milioni.

I piani di crescita aggressiva degli anni passati, con il proposito di entrare nella classifica dei primi 10 assicuratori del continente, sono ormai stati abbandonati da tempo. In questo contesto l’unità italiana mostra segni di vitalità. Nella prima parte dell’anno la raccolta dei premi è cresciuta del 6,5% a 807 milioni e la società si sta avvantaggiando del rally della Rc auto che sta caratterizzando l’attuale trend di mercato. La casamadre pertanto ha deciso di mantenere la sua presenza in un mercato dove, nel 2011, ha raggiunto l’ottava posizione nei rami danni. Ma c’è anche un altro motivo che sconsiglia una dismissione. La gran parte del business del gruppo francese nella penisola è arrivato nel 2007 con l’acquisizione del gruppo Nuova Tirrena da Generali. Quella transazione fu eseguita sulla base di multipli precrisi in un mercato delle polizze che non lasciava intravedere alcuna nube all’orizzonte. Generali, per la vendita, spuntò un prezzo di 1.250 milioni ricavando una plusvalenza di 240 milioni. Poi, con la crisi, lo scenario è cambiato radicalmente ed un’eventuale cessione, a prezzi attuali, genererebbe una minusvalenza di centinaia di milioni. Meglio pertanto soprassedere.

Autore: Riccardo Sabbatini – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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