Opinione della Settimana

Udine: Polizze in fumo per 1,4 milioni, broker condannato a 32 mesi

Era accusato d’avere intascato e adoperato per sè per dieci anni i risparmi di una cinquantina di clienti. Dovrà risarcire sette privati e un’assicurazione: la richiesta danni ammonta a oltre 700 mila euro

Due anni e otto mesi di reclusione, 1.770 euro di multa e risarcimento danni a otto parti civili: è la sentenza inflitta dal giudice monocratico del tribunale di Udine, Mariarosa Persico, a M. A., 46 anni, di Udine, al termine del processo che lo vedeva imputato di appropriazione indebita continuata e pluriaggravata dall’abuso di prestazione d’opera e dal danno patrimoniale di rilevante gravità. Di avere mandato in fumo, cioè, oltre 2 milioni e mezzo di euro di risparmi di una cinquantina di investitori, che glielo avevano affidato in qualità di “broker” – questo il ruolo attribuitogli nel capo d’imputazione – nel periodo compreso tra il 2000 e il primo aprile 2010.

Invece di essere investiti in polizze assicurative o polizze vita, secondo la Procura, quei soldi erano stati dirottati da A. sui propri conti correnti «per finalità prevalentemente familiari e di gestione della propria esistenza». In fase di dibattimento, l’importo contestato dalla Guardia di finanza era stato più che dimezzato dal perito contabile del tribunale. Lo stesso giudice, nel verdetto di ieri, ha parlato di una somma imprecisata e comunque non inferiore a 1 milione 439.344 euro.

Delle undici richieste di parte civile – a costituirsi erano stati nove privati e due assicurazioni -, tre sono state rigettate (tra cui anche quella dell’Axa Assicurazioni spa) e otto accolte. Rinviata ad altra sede la quantificazione del danno, il giudice ha ordinato il pagamento immediatamente esecutivo della provvisionale pari ai due terzi del danno materiale e morale a tutte quelle che lo avevano sollecitato e la suddivisione a titolo di restituzione, in misura proporzionale alle rispettive perdite, delle somme confiscate all’imputato. Imputato assolto “perchè il fatto non sussiste”, invece, per altre sette presunte distrazioni.

Soddisfatti gli avvocati di parte civile, che, nella discussione finale, avevano concluso chiedendo un risarcimento complessivo per oltre 700 mila euro. E soddisfatto anche il procuratore aggiunto, Raffaele Tito, che, dopo avere respinto la proposta di patteggiamento a due anni di reclusione con sospensione condizionale della pena proposta dalla difesa, ritenendola non congrua alla portata della contestazione, aveva chiuso il dibattimento, sollecitando una condanna a tre anni di reclusione e 600 euro di multa. Pressocchè scontata la presentazione dell’appello da parte del difensore, avvocato Maurizio Miculan, al fine di ottenere un’ulteriore riduzione della pena.

Era stato lo stesso difensore, una volta sfumata l’ipotesi del patteggiamento, a chiedere che il processo fosse celebrato con rito abbreviato condizionato all’espletamento di una perizia contabile, tesa ad accertare l’esatta entità del danno. Danno che l’avvocato Miculan, atti alla mano, aveva ulteriormente ridimensionato, scendendo fino a quota 500 mila euro. E sempre lui a ricordare, nella propria arringa, il comportamento tenuto da A. prima (autodenuncia, con comparizione spontanea davanti al pm), durante (collaborazione alle indagini) e dopo il procedimento (messa a disposizione degli inquirenti di tutti i propri averi, ossia di 95 mila euro e della casa, di cui è comproprietario con la moglie).

Autore: Luana de Francisco – Messaggero Veneto (Articolo originale)

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