Opinione della Settimana

È guerra sui contributi “minimi”, svantaggiano i professionisti giovani

L’approvazione della riforma forense riaccende il dibattito su questa misura già prevista da quasi tutte le categorie e anche dall’INPS. Esborsi non commisurati agli effettivi introiti penalizzano chi comincia

L’approvazione della riforma forense riaccende il dibattito sui contributi minimi. In prima linea ci sono 60 mila avvocati, ovvero i professionisti a inizio carriera con un reddito annuale basso (10 mila Irpef e 15 mila Iva) che, in base alla nuova legge, dovranno lasciare la gestione separata dell’Inps e affidarsi alla Cassa di previdenza di categoria, proprio come fanno da sempre i loro colleghi “più ricchi”. Tradotto in soldoni: se prima non pagavano i contributi minimi ma soltanto quelli in base alle entrate effettive (secondo le regole dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale), oggi lo dovranno fare.

«La contestuale iscrizione albo-cassa prevista dalla riforma forense comporterà inevitabilmente altri oneri per i giovani neo abilitati, oltre ai costi d’iscrizione all’albo (250 euro circa), di assicurazione professionale obbligatoria (altri 300 euro circa) e quelli della formazione permanente (100 euro circa) – spiega Dario Greco, presidente dell’Associazione italiana dei giovani avvocati (Aiga) – Il contributo minimo previdenziale non farà altro che aggravare la situazione per chi per definizione si trova a reddito zero». La Cassa avrà un anno di tempo per stabilire le nuove regole: «Sarebbe auspicabile – conclude il presidente di Aiga – un sistema che consenta di non pagare i contributi minimi per i primi 5-7 anni e di dilazionarli dall’ottavo anno in poi». Anche se per ora nulla è stato deciso: «Al di la delle esenzioni totali consentite dalla legge – commenta il presidente della Cassa forense Alberto Bagnoliè molto probabile che non si potrà prescindere da un contributo minimo che sarà rideterminato in misura agevolata per i redditi inferiori ai 10 mila euro».

Ma le difficoltà sono le stesse per tutte le categorie, dagli iscritti ai non iscritti agli Ordini. Aprire un’attività per un artigiano o un commerciante, significa infatti versare all’Inps (gestione speciale per i lavoratori autonomi) rispettivamente 3.347,59 e 3.361,41 euro l’anno. Somma richiesta ad ogni titolare, a prescindere dall’effettivo guadagno. Diverso invece il caso di chi ha una partita Iva ed è iscritto alla gestione separata: se non raggiunge il reddito minimo di 15.357 euro l’anno paga soltanto i contributi calcolati in base alle entrate effettive. In caso contrario, si versa dai 3.071,40 ai 4.256,96 euro (a seconda dell’aliquota).

Per quanto riguarda i liberi professionisti iscritti agli Ordini, le rispettive Casse previdenziali di categoria chiedono contributi minimi anche in assenza di reddito: i commercialisti versano 3.340 euro (gli under 35 con meno di tre anni di iscrizione alla Cassa pagano solo la percentuale di quello che guadagnano); gli ingegneri e gli architetti sborsano 2.978 euro (1.038 euro per gli under 35 durante i primi 5 anni); i ragionieri versano 3.000 euro (1.500 euro invece gli under 35). Ed anche se Casse applicano agevolazioni per i giovani, le difficoltà restano così come le critiche al sistema.

«Non è assolutamente giusto stabilire contributi minimi che presuppongono un reddito, a prescindere dalle esigenze finanziarie e attuariali della Cassa – spiegano a Unico, l’Unione italiana commercialisti –. Con l’attuale sistema contributivo, sulla base del quale si ha diritto ad una pensione commisurata ai versamenti, occorre parametrare questi ultimi al reddito effettivo e non a quello presunto. Tra l’altro i giovani iscritti alla Cassa percepiranno un reddito da pensione molto più basso rispetto a quello sulla base del quale hanno versato e si stima che il rendimento delle contribuzioni andrà dal 25 al 30% nei migliori dei casi». Della stessa opinione è Francesco Zanon, consigliere del coordinamento delle associazioni giovani architetti: «Credo che sia necessario versare i contributi solo in caso di guadagno effettivo e in percentuale alle entrate, non stabilendo quanto è il minimo. Basti pensare che un lavoratore iscritto all’Inps paga in rapporto ai propri guadagni, anche nel caso di incassi pari 5000 euro in un anno». Secondo Zanon la soluzione migliore sarebbe quella di non consentire «l’uso sconsiderato delle partite Iva mono-cliente» come avviene per la maggioranza dei giovani architetti: «Questo significherebbe lavorare i primi anni con contratti da dipendente, e cominciare a pagare la Cassa in rapporto al guadagno soltanto nel momento cui si apre effettivamente il proprio studio».

Insomma, tutti chiedono un cambiamento: «Siamo davvero sicuri che questo sistema sia davvero giusto? – si chiede Gianni Massa, vice presidente del consiglio nazionale ingegneri e coordinatore dei giovani ingegneri – Forse oggi un giovane potrebbe non avere neanche la possibilità di iniziare a lavorare. Dare fiducia alle nuove generazioni significa anche credere nella forza delle idee e, in situazioni eccezionali, si potrebbe anche pensare di abbattere i contributi minimi introducendo una percentuale ulteriormente ridotta riferita però ad un fatturato (che, se nei primi anni non dovesse esistere, porterebbe a zero i minimi)». Ma secondo il presidente di Inarcassa Paola Muratorio è necessario guardare più al futuro: «Non dobbiamo ripetere l’errore, intellettuale oltre che politico, che ha commesso l’Italia negli ultimi vent’anni, privilegiando il presente ed impoverendo le generazioni future. La previdenza è una regola che vale per tutti e che per sua natura deve essere costante e sostenibile nel lungo periodo».

Autore: Catia Barone – Repubblica Affari & Finanza (Articolo originale)

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