Opinione della Settimana

Trieste, un anno di «Greconomics». Che cosa è cambiato in Generali

Focus, riorganizzazione e cessioni: le strategie del nuovo corso

Mario Greco (4) Imc«Greconomics». Così Ubs investment research ha titolato a fine giugno il report su Generali, sostenendo che il group ceo approdato a Trieste un anno fa, definito dagli analisti svizzeri «vigorosamente indipendente», «sta perseguendo obiettivi a favore degli azionisti». E il «nuovo corso» del Leone viene indicato come «una storia di ristrutturazione patrimoniale attraente». Che si può forse riassumere in tre numeri.

Partiamo dal titolo in Borsa: dal 2 agosto 2012, giorno del debutto operativo di Mario Greco (nella foto) a Trieste, ha guadagnato il 43% se si considera il prezzo di venerdì, che include il ribasso dovuto alla revisione del rating da parte di S&P a seguito del downgrade dell’Italia, ed è più debole rispetto ai massimi di maggio, quando la quotazione ha sfiorato i 15 euro. Se si parte però dall?effetto annuncio di fine giugno 2012 il rialzo raggiunge il 60%.

In secondo luogo il gruppo ha già realizzato quasi 2,5 miliardi di dismissioni sui 4 stimati per la fine del nuovo piano industriale presentato da Greco a metà gennaio nell’investor day londinese, e cioè per il 2015: in ordine cronologico Migdal ha portato in cassa 705 milioni, il 12% di Banca Generali 185, le attività riassicurative americane 700 milioni, le minorities messicane 650, infine il recente collocamento sul mercato dell’1% di capitale (azioni proprie in portafoglio) a sostegno dell’acquisto del totale controllo di Generali Deutschland, ha fruttato 217 milioni. Operazione quest’ultima che ha dato conto dell’interesse per il titolo da parte degli investitori internazionali, visto che l’80% è stato acquistato da operatori basati a Londra e New York, mentre la quota italiana è stata pari al 2%.

Infine l’indice di Solvency, che rappresenta il termometro ufficiale più significativo della solidità patrimoniale: era pari a 130 nel primo semestre 2012, poi è salito a 140 a fine settembre, è passato a 150 a fine anno scorso per poi attestarsi a 145 dopo l’acquisto della prima tranche del 49% di Generali Ppf holding, il quartier generale del Leone per il mercato dell’Est Europa, una delle operazioni più impegnative realizzate da Greco. Anche in questo caso a Trieste hanno già compiuto buona parte della strada, visto che il target del piano al 2015 per questo indice è stato fissato al 160%.

Le Generali sono dunque diventate in un anno una «case history» per gli analisti: la «Greconomics» ha in effetti significato per la prima compagnia di assicurazioni italiana una rivoluzione che come si è visto non è sfuggita agli investitori internazionali. Anche per il solo fatto di aver previsto e rispettato un’agenda inconsueta per velocità e densità di «fatti». Una marcia attesa e condivisa dai principali azionisti del gruppo che hanno sostenuto l’arrivo di Greco da Zurich, passaggio annunciato subito dopo l’uscita di Giovanni Perissinotto nel giugno 2012. Un cammino senza soste che ha registrato anche qualche accelerazione negli ultimi tempi, per esempio con il taglio nella tempistica di uscita di Raffaele Agrusti, il country manager che ha avuto per anni una stretta sintonia operativa con Perissinotto e un ruolo centrale nel gruppo.

Il riassetto della governance interna è stata da subito un obiettivo centrale. Uno dei primi passi di Greco è stato costituire il group management committee, un comitato internazionale per le priorità strategiche del gruppo di cui Greco è numero uno e suo vice è Sergio Balbinot. Anche la struttura manageriale è stata rivista per allinearla a quelle internazionali. Alcuni ruoli sono stati dunque ridefiniti e altri sono stati introdotti, tra cui il chief insurance officer (affidato a Sergio Balbinot), il chief operations officer (Carsten Schildknecht), e il responsabile delle global business line (affidato a Paolo Vagnone). Alla guida dei 400 miliardi di investimenti del gruppo è arrivato dalla Germania Nikhil Srinivasan, mentre Alberto Minali è responsabile della finanza.

Nel dicembre 2012 è stata avviata la riorganizzazione in Italia, con il passaggio a tre marchi (Generali, Alleanza e Genertel) che prevede investimenti per 300 milioni entro il 2015. In questi giorni è nata Generali Italia, la holding operativa domestica che è di fatta la prima compagnia del Paese con oltre 13 miliardi di premi e 10 milioni di clienti. Subito dopo, in gennaio, Greco ha sciolto il nodo a Praga, definendo le condizioni per la conclusione della joint venture con Petr Kellner: l’accordo ha previsto l’acquisizione del controllo totale in due tranche (la seconda a fine 2014) ma l’immediato passaggio a Trieste della guida gestionale: per il Leone l’Europa dell’Est rappresenta oggi il quarto mercato dopo Italia, Germania e Francia.

La «Greconomics» si può comunque dire sia stata esposta nei dettagli ai mercati in occasione della presentazione del nuovo piano triennale nell’investor day di metà gennaio. Il top manager aveva già chiarito che il gruppo si sarebbe focalizzato nel core business assicurativo: lì avrebbe indirizzato gli sforzi organizzativi, le risorse, le azioni di capital management. Così non ha destato particolare stupore quando ha detto che «non è mestiere» del Leone «fare gli azionisti strategici». E che per Generali non ci sono «patti e patti», bensì «asset ed asset, da valutare singolarmente». Qualche tempo dopo Greco ha iniziato con coerenza a lasciare i consigli delle società che non appartengono al gruppo del Leone: Pirelli, Editoriale L’Espresso, Indesit e Saras. Altrettanta coerenza è dunque attesa per gli appuntamenti con gli accordi parasociali che prevedono imminenti finestre e scadenze.

Autore: Sergio Bocconi – Corriere della Sera (Articolo originale)

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