Opinione della Settimana

Fonsai: Quel no dei revisori ai conti di Starlife

La società è finita nel mirino degli inquirenti perché artefice delle operazioni immobiliari con il gruppo Fondiaria Sai

Fondiaria SAI - Sede Intera«Se attraverso Star Life e Premafin la Famiglia Ligresti ha mantenuto salda l’influenza dominante sul Gruppo FonSai, attraverso la sola Star Life ovvero direttamente (e attraverso fiduciarie) la medesima Famiglia ha gestito i veicoli societari che nelle Operazioni hanno rappresentato gli interlocutori sistematici del Gruppo FonSai». Il passaggio in questione è contenuto nell’ordinanza del Tribunale di Torino che ha sancito l’arresto della famiglia Ligresti. E le operazioni a cui fa riferimento la Procura sono quelle immobiliari che hanno coinvolto la galassia personale dell’Ingegnere e il gruppo Fondiaria Sai. Una serie di compravendite tra i due piani dell’impero che – secondo gli inquirenti – ha portato un danno patrimoniale «subito dal Gruppo Fondiaria Sai, danno cui corrisponde un pari vantaggio per il Gruppo Ligresti, quantificato, allo stato, in una somma non inferiore ad 208.000.000 di euro».

Tutto, dunque, parte dal Granducato. E, nello specifico, dalla Starlife. Questa società, con sede al 18 di rue de l’Eau in Lussemburgo e nel cui consiglio di amministrazione erano presenti Giulia Ligresti e Paolo Ligresti, è di fatto lo scrigno attraverso cui da un lato la famiglia teneva ben saldo il controllo di Premafin e, a seguire, di Fondiaria Sai, dall’altro gestiva gli interessi personali che, stando all’accusa, spesso non coincidevano con quelli della compagnia assicurativa. In Starlife è sempre stato riunito il 20,2% di Premafin, controllato tramite Sinergia (10,2%) e Imco (9,9%), dichiarate fallite dal tribunale di Milano e ora messe in liquidazione, e gli azionisti di riferimento della società del Granducato sono sempre stati Salvatore Ligresti e i tre figli, con quote paritetiche del 25%.

La storia di Starlife, di fatto, segue la parabola del gruppo Fondiaria Sai. La società, nata nel 1996, di fatto controlla indirettamente Fondiaria-Sai a partire dall’esercizio 2003 (ossia da quando ha esplicato efficacia la fusione Sai-Fondiaria). All’epoca Sinergia holding si chiamava Sinergia Terza e quell’anno la spocietà triplico l’utile che arrivo a 318 mila euro dal rosso di 154 mila euro di un anno prima. Da quell’anno in poi le cose sono solo peggiorate «contabilmente». Nel 2004 l’utile è sceso a 63 mila, e dal 2005 il rosso è tornato padrone (-58 mila): nel 2006 le perdite hanno raggiunto i 68 mila euro e gli anni successivi il rosso è stato la regola (64 mila nel 2007, 70 mila nel 2008, 61 mila nel 2009).

Si arriva così all’esercizio 2010, quello cruciale dell’inchiesta di Torino. E, coincidenza curiosa, proprio quell’anno i revisori della Everard & Klein non certificano i conti consolidati della cassaforte lussemburghese per la mancanza di alcune informazioni. La holding aveva chiuso il 2010 con un utile consolidato di 29 milioni contro il rosso di 15 milioni del 2009, mentre a livello civilistico la perdita era di 89 mila euro. I revisori spiegano nella relazione di «non avere potuto giudicare se la revisione del bilancio della controllata Sinergia Holding è conforme alle regole internazionali» e di non aver ottenuto dalla stessa Sinergia alcune informazioni necessarie alla riconciliazione dei mezzi propri da un anno all’altro. Il quadro contabile del Granducato si chiude poi nel 2012: la società, che archivia l’ultimo bilancio (2011) segnando la perdita più ingente, pari a 10,4 milioni, viene messa in liquidazione. L’atto è del 4 luglio del 2012 e il liquidatore che se ne sta occupando è la società Lisolux Sarl.

Autore: Marigia Mangano – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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