Opinione della Settimana

Authority distratte, «furbetti» all’opera: un classico italiano

Nel corso degli anni sono stati numerosi i casi nei quali i “watch dog” hanno deluso

Authorities e furbetti ImcMa se chi deve vigilare non lo fa? Se chi è istituzionalmente preposto a controllare banche, società quotate, assicurazioni, emissioni obbligazionarie, si limita al compito di verifica formale degli adempimenti e sostiene di non poter entrare nel merito? Senza menzionare le uscite “a farfalle” delle società di rating nei casi Parmalat e Cirio, o le papere delle società di certificazione che hanno asseverato per anni bilanci da film horror (Italease). In testa ci sono le Authorities. Consob e Banca d’Italia, ma anche l’ex Isvap, oggi Ivass, la Covip (fondi pensione).

Di casi, nella travagliata storia delle patologie finanziarie, non ne mancano. Basta scegliere. Ad aiutarci è la cronaca di queste settimane. Giancarlo Giannini, ex presidente dell’Isvap (il fratello Mario è sul Titano e fa il direttore generale della Banca centrale di San Marino), è sotto inchiesta a Milano per corruzione e calunnia. Per dieci anni non ha ispezionato FonSai. Quando lo ha fatto – ipotizzano i Pm – avrebbe fatto dare istruzioni ai vertici della compagnia vigilata su come intervenire per “correggere” gli svarioni scoperti nelle verifiche. Che sia vero o meno lo stabiliranno i magistrati. Certo è che l’authority sulle assicurazioni (oggi si chiama Ivass) negli anni ha dato più l’idea di un teddy bear che di un grizzly.

Che dire della Consob? Non occorre risalire agli anni in cui al vertice sedeva Bruno Pazzi che girava su una Mercedes 6000 gentile omaggio del trio di bancarottieri dell’Ifm, Roberto De Gaetano, Cristiano Mancini e Aldo Selvaggi. Chi ha buona memoria poi ricorda il 1991 e l’infornata delle commissionarie inserite a forza negli elenchi delle neonate Sim che, nel 1991, ha provocato più danni ai risparmiatori di Calisto Tanzi. E pensare, si disse ai tempi, che la loro trasformazione in società d’intermediazione mobiliare avrebbe dovuto agevolare la loro vigilanza. Ed ecco la Girardi, la Zoppi, la Sfa e i procedimenti penali contro gli allora vertici della Commissione. Senza contare le società fiduciarie ancora oggi inspiegabilmente sottoposte al controllo del ministero dello Sviluppo economico. O le cooperative (a vigilare su di loro è il ministero del Welfare).

L’avvocato Paola Pampana da sempre tutela nelle aule di tribunale i risparmiatori truffati. Ha capito che per raggiungere qualche risultato vanno analizzate proprio le omissioni di chi doveva vigilare. Così la Cassazione ha riconosciuto con sentenza definitiva le responsabilità della Consob nel crack della Sfa. Risultato analogo nel caso della Girardi, ammessa all’albo delle Sim benché un’ispezione sfavorevole ne avesse preannunciato lo stato di decozione. L’intervenuta prescrizione ha salvato in corner alcuni ex membri della Commissione. Condanne anche per il ministero dello Sviluppo economico per il crac della Otc Previdenza, o di quello del Welfare nel caso della cooperativa Cofiri di Tarquinia. Ma non c’è solo Pampana a puntare contro gli organi di controllo. Tre anni fa 1.700 ex azionisti di Freedomland, associati al Siti, sindacato di tutela degli investimenti, hanno fatto causa alla Consob per il crack della società quotata in Borsa negli anni della «esuberanza irrazionale» dei mercati. In primo grado hanno vinto ottenendo dai giudici anche un decreto di sequestro per sei milioni di euro. Sequestro poi annullato in Appello.

Nessuna conseguenza penale, ma certo un eccesso di tolleranza da parte della Consob anche nell’ok dato alla Bpm nel caso del “convertendo“. Un’emissione palesemente squilibrata nella sua struttura, su cui la procura di Milano sta indagando. Inutile ricordare poi le responsabilità dell’ex struttura apicale di Banca d’Italia nelle vicende delle scalate bancarie del 2005 o il trafelato provvedimento del 2008 che sanciva l’improvviso cambiamento di status del sistema bancario di San Marino, passato da comunitario a extracomunitario solo dopo che un’inchiesta di Forlì aveva messo a nudo un decennale traffico di denaro in contanti tra Italia e Titano.

Stefano Elli – Plus24

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