Opinione della Settimana

Governance Generali, iI conto salato dell'era Perissinotto

Il gruppo assicurativo triestino ha fatto analizzare le operazioni – e soprattutto le perdite – dell’ex ad. Gli esperti hanno rilevato violazioni delle regole interne su circa 200 dei 234 milioni persi

La stagione di Giovanni Perissinotto ai vertici di Assicurazioni Generali è finita ormai da più di un anno. La sua è stata un’uscita per molti versi inaspettata e comunque traumatica. Per Perissinotto, che ha tentato fino all’ultimo di resistere. E per Generali, che sta ancora leccandosi le ferite.

Generali - Facciata Imc

Non ci riferiamo alla perdita del top manager. Bensì alle perdite – plurale – nei conti di Generali che pare abbia lasciato. Una serie di documenti interni recentemente inoltrati alla Consob di cui Il Sole 24 Ore è entrato in possesso attribuiscono alla gestione Perissinotto un’emorragia di centinaia di milioni.

Trecentoquattro sono stati già iscritti a bilancio, «in modo cautelativo», come perdite o accantonamenti. Altri 105, in crediti a rischio di inesigibilità, rimangono sospesi in un limbo contabile.

Arrivando a Trieste da Zurigo, dove amministrava il colosso assicurativo svizzero Zurich Insurance Group AG, Mario Greco ha trovato pane per i suoi denti. Nel giugno del 2012, dopo anni in cui era stata governata secondo i canoni di quel tipo di finanza un po’ troppo diffuso in Italia – quello delle partecipazioni incrociate, dei patti tra amici e dei rapporti tra management e azionisti ai confini dell’incesto – Generali era a corto di fiato. Industriale e finanziario.

La prima incombenza del nuovo Ad è stata quella di vagliare le maggiori criticità. A partire dalle disfunzioni manageriali e procedurali. Alcuni dettagli sono stati già resi pubblici dagli analisti più attenti o dai giornalisti meglio informati. E un bilancio complessivo è arrivato il 21 agosto scorso in un inclemente articolo sulla finanza Italian style pubblicato dal Financial Times.

Da parte sua, a pagina 78 della semestrale del 30 giugno scorso, Assicurazioni Generali, o AG, ha scritto che «nel mese di luglio si sono concluse le attività di approfondimento avviate alla fine del 2012 su alcuni investimenti effettuati in anni passati in private equity e fondi alternativi… Gli approfondimenti hanno evidenziato la sussistenza di talune irregolarità sui piano della governance interna». Senza fare i nomi dei soggetti interessati.

Il Sole 24 Ore è invece in grado oggi di offrire un quadro dettagliato delle perdite che gli stessi esperti interni o esterni ingaggiati da Assicurazioni Generali hanno attribuito alla gestione di Perissinotto.

Tutto è cominciato con una «verifica della valorizzazione di assets e della governance del processo di investimento». Il Comitato di Controllo e Rischi di Generali ha ricevuto una relazione intitolata “Private Equity” il 14 dicembre 2012 e poco dopo l’ha portata all’attenzione del Cda. Il 21 dicembre è stata poi firmata una lettera di incarico in cui si affidava alla società Kpmg il compito di analizzare gli investimenti del gruppo assicurativo «nel settore Private Equity e fondi alternativi».

L’8 marzo 2013, Kpmg ha inviato a Greco le sue conclusioni: «Dall’analisi delle posizioni detenute e della documentazione resa disponibile si sono riscontrate potenziali aree di rischio… con un impatto sul patrimonio netto consolidato del gruppo stimabile tra i 202,9 milioni e i 316,6 milioni».

Alla fine Generali ha cautelativamente iscritto a bilancio 234 milioni di perdite. Considerando che il valore totale delle operazioni analizzate era di circa 660 milioni di euro, si parla di una dispersione di oltre il 30 per cento.

Ma c’è perdita e perdita. Ci sono gli investimenti o i prestiti che con il tempo si rivelano sbagliati. E ci sono quelli che violano le regole. In questo caso, su circa 200 dei 234 milioni, gli esperti ingaggiati da Generali hanno rilevato violazioni delle regole interne. Particolarmente utile è un rapporto dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo, al quale Generali ha chiesto di «valutare, sul piano civilistico, l’emersione di fatti che possano configurare una responsabilità nei confronti della Società imputabile all’ex Amministratore Delegato Giovanni Perissinotto e al Direttore Generale Raffaele Agrusti» (il secondo non è più direttore generale ma fino al 1 ottobre è stato capo di Generali Italia e rimarrà nel gruppo triestino fino a fine anno).

Conclusione del rinomato studio legale milanese: «È possibile ragionevolmente concludere che, nell’esercizio delle cariche e delle funzioni a ciascuno attribuite, sia Giovanni Perissinotto sia Raffaele Agrusti, sotto diversi profili, non abbiano adempiuto ai loro doveri con la diligenza dovuta e nei limiti delle deleghe ricevute».

Il Sole 24 Ore ha contattato telefonicamente l’ex Ad di Generali, il quale però ci ha detto di non voler fare commenti (così come nessuna replica ci è stata data da Agrusti).

Ma se fosse come sostengono Kpmg e lo studio Erede, come mai Generali ha consentito a Perissinotto di lasciare disinvoltamente con una ricca buonuscita? Perché non è stata intrapresa la strada di un’azione legale in sede civile? I tre motivi principali sono esposti nello stesso rapporto dello studio Erede. Che torniamo a citare testualmente: «a) Molte delle risultanze delle indagini, specialmente quelle che attengono alle “modalità” con le quali le varie operazioni sono state decise e realizzate, hanno carattere per così dire “negativo” (non si sono rinvenute perizie, non è chiara la finalità, ecc.)… e, pur nella loro complessiva serietà si tratta, in molti casi, di risultanze indiziarie, il cui significato potrebbe essere smentito da elementi non noti… b) A fronte del sicuramente gravoso ulteriore impegno di risorse in un contenzioso del genere considerato, l’ammontare del danno effettivamente recuperabile all’esito dei giudizi difficilmente si avvicinerebbe a quelli subiti, c) Nell’intraprendere un contenzioso… nei confronti di due esponenti apicali della società, non può trascurarsi di considerare il pericolo di un collaterale effetto pregiudizievole per la reputazione della Società sul mercato».

Fin qui le considerazioni di ordine generale. Ma veniamo alle specifiche operazioni ritenute “problematiche“. Ne sono state individuate sette. Tutte e sette con la stessa connotazione: hanno direttamente o indirettamente riguardato soggetti che attraverso i veicoli Ferak ed Effeti oggi controllano una quota significativa del capitale di Generali. Per fare nomi e cognomi parliamo della merchant bank Fin.Int, di Enrico Marchi e Andrea De Vido – quella che attraverso Agorà controlla gli aeroporti di Venezia e alla quale Generali ha appena deciso di vendere la propria partecipazione – della holding di investimento Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo, e del gruppo Valbruna della famiglia Amenduni.

Le caratteristiche di queste sette operazioni sono:

1) Generali ha investito una montagna di soldi e ne ha persi, o rischia di perderne, gran parte;

2) I beneficiari o titolari di tali investimenti erano veicoli collegabili a uno dei tre suddetti gruppi che già erano, oppure sono diventati subito dopo, azionisti di Generali stessa;

3) Nonostante i soggetti interessati, le società controllanti e/o gli investimenti fossero in Italia, le operazioni sono state spesso condotte con una pletora di veicoli finanziari registrati offshore – tra Caraibi, Lussemburgo, e Panama;

4) Kpmg ha rilevato che «nessuna delle operazioni esaminate è stata oggetto di delibera preventiva o di ratifica da parte del Consiglio di Amministrazione e i verbali delle adunanze del Consiglio di Amministrazione non riportano informative specifiche successive in merito all’andamento degli investimenti oggetto del nostro incarico»;

5) A detta dello studio Erede, in un’operazione «non risulta alcuna analisi del merito creditizio del soggetto finanziato e/o dei suoi eventuali garanti», in due «il valore complessivo dell’investimento è risultato pari a circa il doppio di quello consentito», in tre «non sono stati approntati strumenti e/o strutture di monitoraggio e di presidio dell’investimento» e in altre quattro non solo l’Amministratore delegato ha deciso gli investimenti «in assenza dei necessari poteri» ma «non risulta alcuna perizia valutativa delle partecipazioni e degli strumenti finanziari acquisiti dal gruppo, e/o alcuna analisi dei rispettivi mercati» e «non sono stati approntati strumenti e/o strutture di protezione e/o di presidio degli investimenti in questione».

«Queste operazioni appaiono anomale non solo per la mancanza della dovuta informativa verso gli organi amministrativi ma per le loro finalità, ben diverse da quelle aziendali», commenta un esperto consultato da Il Sole 24 Ore il quale però chiede l’anonimato.

Forse più diplomatico, ma per nulla dissonante, è il giudizio espresso nel documento di Generali intitolato “Sintesi degli esiti delle indagini in materia di investimenti alternativi“: «A ben vedere, sussistono alcuni indizi che parrebbero confermare una (peraltro ben celata) intenzione del top-management di prestare assistenza finanziaria a certi imprenditori… allo scopo di favorire l’acquisizione di “azioni proprie” . Infatti il veicolo Ferak Spa, che ha investito in azioni AG, è stato costituito nel 2007, proprio quando sono stati attuati gli investimenti in questione».

Un terzo parere raccolto da Il Sole 24 Ore è quello del senatore Pd Massimo Mucchetti, il quale oggi presiede la Commissione Industria ma che in veste di giornalista è stato il primo a denunciare «il reticolo di cointeressenze». «Perissinotto ha impegnato le Generali in investimenti nelle attività di finanzieri e imprenditori veneti che a loro volta hanno acquistato titoli del Leone e gli hanno dato sostegno. Un incrocio a geometria variabile che ricorda in sedicesimo gli intrecci tra banca e impresa della vecchia Mediobanca e, poi, di Capitalia ma che, a differenza di quelli, si è rivelato ben presto poco conveniente per la compagnia», dice Mucchetti a Il Sole 24 Ore.

In un puntuale articolo publicato sul Corriere della Sera il 16 dicembre scorso Mucchetti aveva denunciato le anomalie di quella che forse è stata la più singolare delle sette operazioni al centro dell’indagine voluta da Greco. Ci riferiamo all’affare Allbest, in cui veicoli lussemburghesi, bahamensi, panamensi, argentini e delle Isole Vergini Britanniche sono stati usati nell’acquisto da parte di Generali di titoli Ilva posseduti indirettamente dalla famiglia Amenduni, la quale è azionista di Generali attraverso i veicoli Ferak ed Effeti. Prezzo pagato per quei titoli Ilva: 180,2 milioni.

Secondo la “Sintesi” già citata, quell’operazione è stata fatta senza «una perizia di stima o valutazione iniziale» e «l’ investimento ha riguardato una partecipazione di assoluta minoranza, priva di particolari Gestione fallimentare. L’ex ad Giovanni Perissinotto ha lasciato perdite per centinaia di milioni prerogative, in totale assenza di rimedi e meccanismi contrattuali tali da garantire un pur limitato rientro o diritto di liquidazione dell’investimento».

A marzo, la «potenziale area di rischio» per Generali su quell'”affare” è stata stimata da Kpmg in 111,6 milioni. Ma, a seconda di come si concluderà la vicenda del’Ilva, per il gruppo triestino potrebbe avvicinarsi molto di più all’intero prezzo pagato. Mentre gli Amenduni hanno 180 milioni di motivi in meno per preoccuparsi.

Come abbiamo detto Generali ha deciso di guardare avanti e ingoiare il rospo. Chissà se la Consob deciderà di fare lo stesso.

Autore: Claudio Gatti – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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