Opinione della Settimana

Lavoro, sicurezza più garantita

Cassazione - Esterno (2) ImcPer la violazione delle norme a presidio della sicurezza del lavoro le sanzioni interdittive a carico della società sono un obbligo e non una facoltà. E non serve che siano state riparate le conseguenze dell’illecito. Inoltre, non è prevista alcuna sospensione condizionale a favore dell’ente. Lo sottolinea la Corte di cassazione con la sentenza n. 42503 della Quinta sezione penale depositata ieri. La pronuncia ha pertanto respinto il ricorso presentato dalla difesa inteso a ridimensionare le conseguenze del reato di lesioni colpose commesse a danno di un operaio dipendente di una società.

Per come emergono dal testo della sentenza, i fatti avevano visto il lavoratore operare nelle vicinanze di un trapano privo di dispositivo automatico di blocco, in caso di apertura del coperchio per problemi di regolazione, in modo tale che l’operaio nello svolgere l’operazione aveva perso la falange di un dito. Il tribunale di Ancona, con una pronuncia emessa in seguito a patteggiamento, aveva applicato nei confronti dell’imprenditore la pena di 600 euro di multa per il reato previsto dall’articolo 590 terzo comma del Codice penale. con la medesima sentenza, il tribunale aveva applicato nei confronti della società a responsabilità limitata nella cui forma veniva svolta l’attività d’impresa la sanzione pecuniaria di 10mila euro e le misure interdittive previste dal decreto n. 231 del 2001 per la durata di 2 mesi.

Contro la decisione la difesa aveva presentato ricorso in Cassazione lamentando, tra l’altro, che il giudice avrebbe sbagliato nell’applicazione della disciplina sulla responsabilità degli enti, disponendo le sanzioni interdittive alla società malgrado fossero state poste in atto e condotte a termine le misure necessarie a riparare le conseguenze del reato. Di più: il tribunale non aveva riconosciuto il beneficio della sospensione condizionale della pena a favore dell’ente.

Nulla da fare, però, nella lettura della Cassazione. Che mette in evidenza come, comunque, la copia della quietanza del risarcimento erogato dalla società al dipendente ha una data successiva a quella della sentenza del tribunale e quest’ultimo ben poteva ignorarla. Tuttavia anche a volere trascurare questo aspetto, peraltro determinante, la Cassazione ricorda che la norma applicabile al caso in esame, l’articolo 25 septies del decreto 231 del 2001, non lascia margini di sorta. Nel caso di lesioni colpose commessi in violazione delle norme a protezione della sicurezza dei luoghi di lavoro deve essere applicata una sanzione pecuniaria di valore non superiore a 250 quote.

Non solo, però. In aggiunta alla misura pecuniaria è prevista anche l’applicazione per un periodo di tempo non superiore a 6 mesi delle sanzioni interdittive che vanno dalla interdizione dall’esercizio dell’attività al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione all’esclusione da agevolazioni e finanziamenti. «Da tale disposizione – conclude la Corte sul punto –, si evince che in caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, le sanzioni interdittive devono essere applicate obbligatoriamente».

Ancora, la sentenza prende in considerazione anche il mancato riconoscimento della sospensione della pena (alla quale peraltro non era condizionata la richiesta di patteggiamento). Una richiesta infondata per la Cassazione che sottolinea invece come il beneficio della sospensione non può essere applicato nel sistema sanzionatorio delineato dal decreto 231/01 sulla responsabilità degli enti. Si tratta infatti di forma di responsabilità di natura amministrativa per la quale non possono trovare applicazione istituti giuridici specificamente previsti per le sanzioni di natura penale.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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