Opinione della Settimana

Pensioni, Brambilla: «Sì alla solidarietà. Ma niente nuove tasse»

Il padre della riforma del Tfr commenta gli ultimi giri di vite sulle «rendite d’oro»: «Basta con i maxi prelievi e il blocco della scala mobile. Un contributo equo sulle rendite retributive può fruttare sei miliardi»

Alberto Brambilla (2) ImcMancato adeguamento all’inflazione per i vitalizi sopra i 2.973 euro lordi al mese. In pratica, una perdita secca nel potere d’acquisto per trattamenti che non si possono certo considerare d’oro.

I pensionati si confermano, ancora una volta, come la categoria da spremere per rastrellare risorse. E l’approccio non cambia nella bozza della legge di Stabilità varata nei giorni scorsi dal Senato. Secondo Alberto Brambilla (nella foto), uno dei massimi esperti della materia, la misura è totalmente da rivedere. Brambilla, che presiede il Comitato tecnicoscientifico di Itinerari previdenziali, ha diretto il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale ed è stato sottosegretario al Welfare e padre della riforma del Tfr. Non lo convince nemmeno il contributo di solidarietà sulle cosiddette pensioni d’oro, quelle sopra i 90mila euro. «Se proprio si vuole introdurre una simile misura, il contributo deve essere progressivo, limitato nel tempo e finalizzato per un intervento preciso», afferma Brambilla.

Perché ancora una volta si è intervenuti sulle pensioni…

«Perché piace il motto del chi ha di più, paghi di più; nonostante le ripetute pronunce di Cassazione e Corte costituzionale, per raccogliere qualche euro si ritorna sulle pensioni. In questa materia da molti anni sono di moda la demagogia e la voglia di apparire per catturare il consenso. Invece bisognerebbe partire da un’analisi dei redditi del nostro paese».

E partiamo allora…

«In base ai dati dell’Agenzia delle Entrate, in Italia ci sono 41 milioni di contribuenti: 14 dichiarano zero, altri 13,5 milioni in media meno di ottomila euro l’anno. Questi cittadini come fanno a vivere? Il fisco se n’è mai interessato? E chi pagherà la pensione a loro, che in una vita non hanno mai accantonato contributi? E a questo si aggiunge l’iniquità fiscale».

In che senso?

«Oggi un pensionato che ha un’integrazione al minimo o una maggiorazione sociale di 650 euro il mese non paga tasse. Un altro, che invece ha versato contributi veri anche se modesti, con un vitalizio di settecento euro il mese viene tassato e prende meno del primo. A furia di parametrare tutto al reddito, dai sussidi alla sanità, non si fa altro che incentivare il ricorso al nero».

Quante sono queste prestazioni assistenziali?

«Sette milioni di pensionati, il 42% su un totale di 16,7, hanno rendite integrate o con maggiorazioni sociali: in sessantacinque anni di vita non sono riusciti a versare almeno quindici annualità complete di contributi, e quindi non hanno pagato nemmeno le tasse. In pratica, la metà dei pensionati italiani è assistita dallo Stato: come se il nostro paese fosse uscito da una guerra o una catastrofe».

Cosa non va nelle misure in discussione?

«Le proposte tendenti a bloccare l’indicizzazione delle pensioni oltre un certo importo sono già state definite illegittime dalla Cassazione, perché producono effetti per l’intero periodo in cui si riceverà il vitalizio. In pratica, se oggi elimino l’indicizzazione per una pensione da 90mila euro lordi, con un’inflazione al 2% produco una riduzione di 1.800 euro l’anno. Se il pensionato la percepirà per quindici anni, il danno complessivo sarà di 27mila euro, più l’indicizzazione. Si può chiamare d’oro una pensione sopra i 3mila euro lordi il mese?».

Come si può intervenire?

«Nessuno fa riferimento ai vitalizi dei parlamentari, che non sono solo sproporzionati rispetto ai contributi versati, ma addirittura abnormi nel rapporto. La soluzione non può che essere un contributo di solidarietà, che cresce in modo proporzionato all’entità della prestazione, su tutte le pensioni calcolate con il vecchio metodo retributivo, un sistema che incentivava a evadere i contributi: tanto contavano solo gli ultimi cinque o dieci anni di lavoro».

Come si potrebbe applicare questo prelievo?

«Si potrebbe partire da uno 0,5% per le pensioni più basse, per poi salire gradualmente fino al 5% per quelle più elevate. Con questo sistema non si violano i principi di equità impositiva, rendendo costituzionale la norma. Inoltre si risarciscono i giovani, che saranno soggetti al metodo contributivo puro, in base a cui la pensione sarà commisurata ai contributi accantonati durante l’intera vita lavorativa».

In termini economici quale sarebbe il beneficio?

«Considerando gli oltre 260 miliardi di euro di prestazioni in pagamento si può pensare di risparmiare circa 6 miliardi di euro, che devono andare a riduzione del debito pubblico. Ma c’è anche il capitolo della previdenza complementare».

Che non decolla…

«Bisogna informare di più, in particolare i giovani, per rendere tutti consapevoli che è necessario non solo versare i contributi alla previdenza obbligatoria, ma anche farsi quella complementare. In vent’anni di riforme non abbiamo visto una proposta in materia, e quando ci sono eventi informativi dedicati ai giovani, i politici disertano. Fra vent’anni avremo oltre sette milioni di pensionati a cui sarà impossibile dare integrazioni al minimo: cosa succederà a loro?».

Autore: Roberto E. Bagnoli – CorrierEconomia

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