Opinione della Settimana

Omicidio stradale, dubbi sul reato

Auto - Incidente stradale (2) ImcIl diritto, nella vulgata, è come una coperta: la si può tirare da una parte o dall’altra. Lo sanno bene magistrati e avvocati che quotidianamente si confrontano in tribunale brandendo codici e interpretazioni giurisprudenziali. Per la gente comune, per le vittime di reati, quel che conta è che sia fatta giustizia. Ecco perché all’indomani dell’annuncio del ministro Cancellieri di introdurre nel codice penale un nuovo reato, quello di omicidio stradale, è legittimo chiedersi: basta etichettare una norma per garantire la certezza della pena?

Ecco perché all’indomani dell’annuncio del ministro Cancellieri di introdurre nel codice penale un nuovo reato, quello di omicidio stradale, è legittimo chiedersi: basta etichettare una norma per garantire la certezza della pena? I giuristi se la sbrigano definendolo “diritto penale simbolico“. Quello cioè che induce il legislatore ad intervenire con una norma “ad hoc” in risposta ad eventi che destano allarme sociale. E cosa può esserci di più drammatico che perdere una figlia di otto anni travolta da un albanese che guida senza patente e sotto l’effetto dell’alcol? O sapere che tua moglie e tua figlia sono state travolte, la notte di Capodanno, da un automobilista fuggito senza prestare soccorso? Di storie così se ne contano a centinaia. Puntualmente, al verificarsi della tragedia, si reclamano nuovi reati, pene più severe, più carcere. Con buona pace di quanto sostenuto il giorno prima sulla necessità di dare più spazio alle pene alternative e di depenalizzare i reati minori per risolvere il dramma e l’inciviltà del sovraffollamento delle carceri italiane.

La sicurezza, esigenza da tutti condivisa, ha già lasciato segni importanti nel nostro codice, non sempre ragionevolmente bilanciati con altri diritti fondamentali. È il caso dei pacchetti di misure varate tra il 2006 e il 2008 dai governi Berlusconi: alcune di quelle norme, come ad esempio l’obbligo per il giudice di disporre la custodia cautelare in carcere quando sussistano gravi indizi di colpevolezza per il reato di omicidio volontario, sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale. Ma in quello stesso “pacchetto sicurezza” i ministri dell’Interno e della Giustizia di allora, Roberto Maroni e Angelino Alfano, introdussero un significativo aumento delle pene (3-10 anni anziché la reclusione da sei mesi a cinque anni) per l’omicidio colposo con violazione delle norme sulla circolazione stradale con le aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti. Di più: nel caso di morte di più persone la pena può arrivare fino a quindici anni. Questa parte dell’art. 589 del codice penale è tutt’oggi in vigore. C’è da chiedersi perché, secondo alcuni, non sia sufficiente. Gli avvocati penalisti sono dell’idea che un sistema sanzionatorio troppo duro rischi di essere controproducente.

Forse non è un caso – fa notare Valerio Spigarelli – che «mentre gli omicidi colposi sono in calo, c’è un aumento delle omissioni di soccorso, perché di fronte a una sanzione molto alta, molti soggetti sono indotti ad aggravare il proprio comportamento scappando». La soluzione, allora, potrebbe non essere quella di innalzare, ancora una volta, le pene. Ma neanche la creazione del nuovo reato, a sé stante, di omicidio stradale. Perché non è aggiungendo una nuova numerazione al nostro già ipertrofico codice penale che si può immaginare di sciogliere un nodo essenziale: definire una fattispecie chiara sotto il profilo interpretativo, che tenga conto dell’elemento psicologico di chi ha ucciso mentre era alla guida di un’auto. È il discrimine tra omicidio doloso e colposo. Di più: è il sottile confine tra il dolo eventuale e la colpa cosciente su cui le interpretaziuni, nel corso degli anni, sono state divergenti a tal punto da investire le sezioni unite della Cassazione, che si pronunceranno nei prossimi mesi.

Quel che è certo, al momento, è che un conto è causare morti guidando contromano in autostrada per sfuggire a un inseguimento della polizia, altro è superare il limite di velocità investendo un pedone che non ha attraversato sulle strisce. Solo nel primo caso si può configurare un omicidio doloso (pena non inferiore a 21 anni) perché il guidatore ha accettato il rischio che l’evento si verificasse seppur non volendolo direttamente. Per dolo eventuale è stato condannato, in primo grado e in appello, Uir Beti, l’albanese di 35 anni che nel 2011, guidando contromano ubriaco sulla A/26 Voltri-Sempione, uccise quattro giovani francesi. Ma è un caso raro quello della contestazione del dolo eventuale, rispetto alla quale è stato determinante l’atteggiamento di Beti, uomo senza rimorso e senza tema alla guida di un potente Suv.

L’atteggiamento psicologico, appunto. Difficile da definire e imbrigliare in un nuovo tìtolo di reato. Forse il legislatore, anziché cimentarsi in inutili rincorse sanzionatorie, dovrebbe rendere effettiva la pena, garantendo processi più rapidi (anche con il rito direttissimo in caso di incidenti stradali per guida in stato di ebbrezza o per effetto di droga), bilanciando diversamente le attenuanti con le aggravanti, e casomai eliminando in alcuni casi più gravi la facoltà per l’imputato di chiedere il più favorevole rito abbreviato o il patteggiamento. Ma una misura ancor più incisiva è quella del cosiddetto “ergastolo della patente“: chi uccide con dolo sulle strade non potrà guidare mai più. Graduando poi altre misure amministrative per incidenti colposi o meno gravi.

Autore: Silvia Barocci – Il Messaggero

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