Opinione della Settimana

Rientro capitali, governo a un bivio

Voluntary Disclosure - Capitali esteri Imc

Voluntary disclosure, provvedimento in bilico: se l’esecutivo non deciderà di porre la fiducia il testo è destinato a decadere. La Commissione spezza il decreto legge in due tronconi, pronto un Ddl alternativo

Nel giorno in cui la Svizzera assesta un altro colpo al segreto bancario “fiscale”, con conseguenze dirette anche per i depositi italiani, il destino del decreto legge sulla voluntary disclosure (4/2014) pare arrivato a un bivio.

Al termine di una settimana di audizioni per il «miglioramento» del testo sul rientro dei capitali, la Commissione finanze della Camera ha praticamente deciso di separare il decreto in due tronconi: conversione in legge per i provvedimenti straordinari legati alle calamità, da un lato, dall’altro stralcio degli articoli sulla “collaborazione volontaria“, trasfusi in un Ddl da depositare la prossima settimana alla Camera.

Vero è che la partita in teoria resta aperta, perché è essenzialmente una partita politica sulla quale il Governo potrebbe ancora porre la questione di fiducia, blindando il provvedimento in scadenza il 29 marzo prossimo. Tuttavia lo stesso Mef avrebbe preso atto delle difficoltà tecniche – e temporali – di tenere insieme un testo e un’impostazione attaccati su più fronti, e sul quale invece oggi l’Esecutivo potrebbe essere alla ricerca di un consenso parlamentare più vasto (in sostanza trovando l’intesa anche con Forza Italia).

Prende così quota l’ipotesi di rendere più appetibile il rientro volontario dei capitali dall’estero applicando un’aliquota forfettaria (tra il 18% e il 25%) abbandonando il presupposto su cui era stato costruito il Dl 4/14. Il provvedimento voluntary è infatti ancorato al pagamento integrale di tasse e interessi sul capitale – se ancora in periodo accertabile – e sui rendimenti, mentre prevede il dimezzamento delle sanzioni solo per il monitoraggio fiscale (quadro RW). Proprio questa strutturazione, agli antipodi concettuali dei condoni e degli scudi del decennio passato, dimostra talvolta – calcoli alla mano – una scarsa convenienza economica (su un deposito in periodo di accertabilità si rischia di pagare anche l’80 per cento) e un’utilità pur importante, ma limitata alla sola e definitiva compliance (pacificazione) fiscale.

Sullo sfondo, ammesso e non concesso che il governo decida davvero di abbandonare la voluntary al suo destino, restano da dirimere questioni fondamentali, portate alla luce anche dalle audizioni di questa settimana. Il problema più serio è separare le vicende della emersione fiscale da quello che non è semplice “nero” evitando che, qualunque sia il mezzo, il rimpatrio permetta di ripulire capitali che hanno origine da crimini gravi. Proprio in quest’ottica la Guardia di finanza mercoledì ha chiesto al Parlamento di prevedere la trasmissione immediata degli elenchi dei candidati al “rientro“, per intercettare tentativi di lavaggio (frequenti e spesso riusciti con gli scudi, per esempio). Qui si inserisce peraltro l’altra questione latente sul percorso dei rimpatri di capitali, ovverosia il reato di autoriciclaggio. La norma, che permetterebbe di punire con una sanzione molto pesante – in teoria fino a 12 anni – chi produce “nero” e se lo ripulisce direttamente, era prevista nelle bozze originarie del decreto legge 4/2014, ma era stato stralciato prima della pubblicazione. Negli ultimi 40 giorni il governo Letta prima, il neo ministro della giustizia Orlando poi, hanno ribadito l’imminente varo della norma – richiesta anche dalle istituzioni internazionali – in futuri provvedimenti sulla sicurezza e poi sulla criminalità organizzata. Oggi si apre una terza via, teoricamente più praticabile e omogenea, dentro l’annunciato Ddl “post” voluntary.

Autore: Alessandro Galimberti – Il Sole 24 Ore

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