Opinione della Settimana

Rientro capitali, la legge non c'è più e hanno aderito soltanto in 200

La voluntary disclosure parte prima – quella cioè legata al decreto legge 4/2014, che scade, relativamente a questo adempimento, il prossimo lunedì – si avvia a chiudere con quasi 200 dichiarazioni all’attivo e con un patrimonio “in attesa di rientro” di alcune centinaia di milioni di euro.

Voluntary Disclosure - Capitali esteri Imc

In attesa di dati ufficiali, che l’agenzia delle Entrate non ha ancora diramato, fonti parlamentari fanno trapelare una prima proiezione prudente del bilancio del «rientro volontario». Operazione che, a prescindere anche da alcuni sporadici casi di rimpatrio molto consistenti (30/40 milioni di euro), ha interessato soprattutto il target considerato dagli operatori medio/basso, vale a dire la platea di dichiaranti con disponibilità estere da 500mila fino a 2-3 milioni di disclosure.

Quanto ai profili, si tratterebbe soprattutto di lasciti ereditari e comunque di capitali definiti «stagnanti», cioè risalenti a parecchi anni fa – evidentemente passati indenni anche dagli scudi del decennio scorso – e quindi non gravati per tale ragione dalla parte impositiva in senso stretto (Irpef sull’intero ammontare). Proprio la difficoltà di calcolare l’incidenza del prelievo su ogni emersione auto-dichiarata – incidenza che dipende da decine di fattori legati soprattutto al tempo e al tipo di operazioni estere effettuate – non consente di fare, ad oggi, una stima sulla cifra che il Fisco incasserà da questa prima tornata di rientri volontari. Sul fronte incassi c’è inoltre da segnalare che l’Agenzia ha sinora solo registrato le circa 200 domande presentate, ma fino a quando le norme non avranno preso un assetto definitivo i procedimenti verranno tenuti in sospeso, avendo comunque congelato le condizioni più favorevoli di accesso per il contribuente che si è “prenotato” con le regole che tra poche ore saranno decadute. Regole che sono state in ogni caso messe in salvo in sede di conversione in legge del Dl 4/14, e che comunque troverebbero protezione in una giurisprudenza di legittimità (e anche costituzionale) univoca sul punto.

Dalla prossima settimana, intanto, governo e parlamento dovrebbero iniziare a lavorare sui nuovi testi della collaborazione volontaria. Il primo test atteso è sulla questione della forfetizzazione dell’imposta, ipotesi sostenuta da vari attori ma che rischia di incontrare ostacoli giuridici non facilmente aggirabili. Il primo dei quali è indubbiamente la questione Iva, tributo che non è più nella disponibilità degli Stati all’interno della Ue. Un forfait “in sanatoria” al 20%, per esempio, finirebbe per non coprire neppure l’imposta sul valore aggiunto per le prestazioni di beni e servizi pagate su conti esteri – eventualità frequente per imprenditori e professionisti “esterovestiti” – innescando la procedura di infrazione.

L’equilibrio tra ragioni politiche e adeguatezza agli standard comunitari rischia in sostanza di allungare notevolmente i tempi di gestazione del nuovo ddl sulla voluntary disclosure.

Autore: Alessandro Galimberti – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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