Opinione della Settimana

Berneschi, Carige valuta la richiesta di danni

La sede di Carige ImcChissà se adesso in Banca Carige (nella foto, la sede) si decideranno a chiedere conto all’ex padre-padrone Giovanni Berneschi di quanto successo nella banca negli ultimi dieci anni, avviando quell’azione di responsabilità che finora è sempre stata evitata nonostante i segnali sempre più allarmanti arrivati dalle autorità di garanzie e, ora, dalla magistratura ordinaria.

Ieri, in un primo giro di telefonate tra consiglieri, se ne è già iniziato a parlare: decideranno gli avvocati, ovviamente, se ci sono gli estremi, anche se il quadro tratteggiato dai pm lascia pochi dubbi. Tra i membri del board qualcuno è per accelerare il più possibile; con negli occhi – per altro – le immagini dell’ex presidente sorridente durante l’ultima assemblea della banca, mentre distribuiva sorrisi e stringeva mani. Segno che Berneschi, in Carige, non è solo un passato archiviato. L’unica dichiarazione rilasciata alle agenzie di stampa dal presidente Cesare Castelbarco lascia capire che si sta andando in quella direzione: «Da quanto si apprende Banca Carige risulta parte lesa. Ci riserviamo di intraprendere, a tutela del gruppo, tutte le opportune iniziative». Sarebbe così l’ultima rottura con la vecchia guardia a poche settimane dalla chiusura dell’aumento di capitale da 800 milioni. Berneschi, non va dimenticato, è azionista (la sua quota dovrebbe essere appena sotto il 2%) e più volte aveva detto che avrebbe partecipato all’aumento. Ora: visto che i magistrati gli hanno sequestrato una ventina di milioni, resta da vedere se potrà farlo. D’altronde sarebbe stata la beffa delle beffe: i soldi che si presume siano stati sottratti a Banca Carige usati per comprare azioni della banca stessa. Un capolavoro.

L’unica buona notizia di ieri è quella riguardante il titolo: nonostante la bufera e dopo il crollo del giorno precedente (dovuto però alle mosse della Fondazione), ieri la chiusura è stata in positivo dell’1,2%. Le notizie giudiziarie hanno frenato il rimbalzo, però non l’hanno annullato e nemmeno hanno portato la banca in terreno negativo. Segno che i mercati percepiscono la vicenda delle compagnie assicurative – oggi in vendita – come una cosa del passato che non ha legami con la nuova Carige. Nei fatti è una percezione non scorretta: l’ultima ispezione Ivass, secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato Piero Montani, non ha evidenziato nuovi problemi nelle due compagnie assicurative che comunque dovrebbero essere cedute entro fine anno. Nessuno tra i fermati ieri è in qualche modo ancora coinvolto nell’amministrazione di banca e assicurazioni, soprattutto queste due ultime passate attraverso una robusta operazione di pulizia. Altra cosa, però, è chiedersi chi paga i conti del passato. E capire come è stato possibile che gli affari illeciti andassero avanti a dispetto di non uno, ma decine di campanelli d’allarme suonati dalle autorità di garanzie e sistematicamente ignorati dagli azionisti e dal resto del consiglio d’amministrazione. Dall’acquisto nel 1997 ad oggi, la banca ha dovuto rafforzare le due compagnie assicurative a seguito di rilievi dell’Isvap prima e dell’Ivass poi con iniezioni di capitale che sfiorano i 500 milioni di euro. Le assicurazioni sono stato il pozzo nero della Cassa di risparmio che Berneschi – forse ora abbiamo capito perché – si ostinava a difendere.

Le compagnie assicurative – comprate nel 1997 – iniziano a essere un grosso grattacapo nel 2003 quando Isvap e Banca d’Italia, per la prima volta, sottolineano che le riserve sono insufficienti. Partono i primi “rabbocchi di capitale” e un piano di rilancio che, nel 2006, è già incagliato: nuova ispezione, nuovi rilievi e un’inchiesta sul Corriere della Sera prima e Secolo XIX poi che puntano il faro sugli intrecci famigliari e gli affari sospetti. Ma Ferdinando Menconi, che le due assicurazioni guida e guidava ancor prima dell’ingresso in Carige, resta in sella fino al 2008. E, dicono ora i magistrati, continua a manovrare per distrarre fondi verso la Svizzera. Finita lì? Nemmeno per sogno. Ispezione Bankitalia del 2013: esasperati, in Via Nazionale si convincono che l’unica cosa che Carige deve fare è cedere le compagnie, anche se la vecchia guardia non comanda più. Prima, però, la “Vita” va ricapitalizzata con altri 92 milioni. Carige paga e mette in vendita. Per davvero stavolta, a quanto sembra. Sì, ma il conto del passato, ora chi lo paga? Finora l’azione di responsabilità era stata avviata solo nei confronti di Menconi e del suo successore, Fumagalli. Forse è arrivato il momento di alzare il tiro.

Autore: Samuele Cafasso – Il Secolo XIX (Articolo originale)

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