Opinione della Settimana

Il TFR: meglio in azienda o alla previdenza complementare?

Calcolatrice (2) ImcLa possibilità di utilizzare il TFR quale forma di finanziamento per la previdenza complementare è stata pensata come una delle maggiori opportunità offerte ai dipendenti per costruirsi una adeguata pensione integrativa. Invece si è rivelata la maggiore molla psicologica che ne ha bloccato il decollo. Volendo stipulare una polizza vita con la previsione di farsi corrispondere una rendita di una certa consistenza, dovrebbero versare dei premi mensili molto alti. Per superare questo handicap e favorire il risparmio previdenziale, si pensò di utilizzare il trattamento di fine rapporto. Il suo utilizzo consente un versamento cospicuo e costante, senza dover rinunciare a quote consistenti di reddito con l’aggiunta di rendimenti più favorevoli derivanti dagli investimenti dei fondi pensioni, maggiori rispetto a quelli del TFR. Nel 2013 i rendimenti dei fondi sono stati del 5.7% mentre il TFR si è rivalutato del 1.9%. Mediante l’utilizzo del TFR non si devono versare somme strabilianti, il sacrificio che si chiede, diventa sopportabilissimo, il versamento dell’1% della propria retribuzione, in genere 20/30 euro mensili. In questo caso si aggiunge anche il versamento di una cifra analoga da parte del datore di lavoro. Ma quello che doveva costituire un facilitatore per le adesioni, si è rivelato alla lunga un freno, specie per i dipendenti del pubblico impiego.
Attanaglia il pensiero che i propri risparmi vengano investiti in borsa alla stessa stregua delle puntate alla roulette in un Casinò di Las Vegas. Tutti, non solo hanno bene in mente il crac dei subprime, ma in bell’evidenza, a fronte delle migliaia di fallimenti aziendali che hanno messo in forse il TFR, recuperabile solo dopo un inter estenuante e farraginoso presso il fondo di garanzia Inps, nei propri pensieri hanno il fallimento del fondo pensione americano Enron del 2001 assolutamente non replicabile in Italia. Innanzitutto perchè qui non ci sono fondi aziendali che comprano proprie azioni perché scatta il conflitto d’interessi e poi perché i fondi italiani non possono fallire (comma 5, art. 15 Dlgs 252/05). Né riesce ad essere convincente e tranquillizzante il fatto che su tutta la previdenza complementare ed in specie sugli investimenti, vigila la Covip e che esiste un dm (decreto ministeriale) 703/96, in fase di aggiornamento, che stabilisce le modalità di investimento. In questo quadro di sfiducia e di incertezze, solo i Pip, i piani pensionistici individuali, sono in aumento, perché non è obbligatorio versare il TFR. Inoltre chi sottoscrive una polizza assicurativa, che opera allo stesso modo, investimenti, borsa, … non ha le stesse fobie. Evidentemente in questo caso si ha fiducia nella compagnia prescelta (Unipol, Generali, …),  la stessa fiducia che non sembrano riscuotere i fondi pensione anche se dal 2005 ad oggi hanno prodotto solo risultati positivi. Molti si dicono spaventati dal fatto che la scelta alla previdenza complementare è irreversibile quasi a perdere la disponibilità dei propri soldi, come se il TFR fosse invece disponibile in qualsiasi momento. Invece non è così. Il TFR diventa disponibile alla cessazione del rapporto di lavoro e per i pubblici dipendenti addirittura dopo due anni dal pensionamento e solo in casi eccezionali prima.

Il Trattamento di Fine Rapporto è una forma di retribuzione differita, liquidata al momento della cessazione del lavoratore dipendente. Si determina accantonando, per ogni anno di lavoro, un importo pari alla retribuzione annua lorda dovuta, divisa per il parametro fisso 13,5. La quota rappresenta quindi il 7,41% della retribuzione (precisamente il 6,91% più lo 0,50% corrisposto all’Inps per finanziare il Fondo di garanzia). Se lasciato in azienda o al fondo tesoreria Inps, è rivalutato, su base composta, al 31 dicembre di ogni anno, di una percentuale costituita dall’1,5% in misura fissa e dal 75% dell’indice Istat dei prezzi al consumo. Non è previsto un trattamento di fine rapporto per i contratti di collaborazione coordinata e continuativa ed in genere per il lavoro autonomo. E’ soggetto a tassazione separata.

I dipendenti pubblici assunti dopo il 2001 hanno il TFR. Quelli assunti prima hanno il Trattamento di Fine Servizio (indennità di buonuscita – indennità premio di servizio – indennità di anzianità) – Consiste in una somma di denaro “una tantum” corrisposta al dipendente al momento della cessazione dal servizio. Il TFS è calcolato sull’80% della retribuzione spettante alla cessazione. I dipendenti pubblici non possono chiedere nessuna anticipazione sia che si trovino in regime di TFR che di TFS. Possono solo chiedere la cessione del V dello stipendio.
Conferendo il TFR alla previdenza complementare si ha diritto:

  • versamento del contributo dell’1% della retribuzione da parte del datore di lavoro;
  • agevolazioni fiscali;
  • rendimenti finanziari più elevati;
  • restituzione del capitale maturato (riscatto) in caso di disoccupazione, invalidità, decesso;
  • anticipazione.

Per chiedere un parte del tfr accumulato bisogna avere almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro. In questo caso i lavoratori possono chiedere un’anticipazione fino al 70% del TFR maturato alla data della richiesta. La domanda deve essere giustificata da uno dei seguenti motivi:

  • spese sanitarie di carattere straordinario;
  • acquisto della prima casa di abitazione (per il richiedente o per i figli);
  • spese da sostenere durante i congedi per maternità o per formazione.

L’anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro e non è reintegrabile.
Con la previdenza complementare ci sono dei casi in cui si possono avere i propri soldi indietro senza dover aspettare l’età della pensione oppure chiedere un’anticipazione in maniera più vantaggiosa di quella offerta dal TFR. L’aderente ad una forma di previdenza complementare che prima del pensionamento perde i requisiti di partecipazione, può chiedere il riscatto della posizione, vale a dire la restituzione della posizione individuale accumulata. Può essere parziale o totale:

  • riscatto parziale (fino al 50% della posizione maturata) nel caso in cui il periodo di disoccupazione conseguente alla cessazione dell’attività lavorativa sia compreso tra 12 e 48 mesi o in caso di ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità, cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria;
  • riscatto totale nel caso in cui il periodo di disoccupazione conseguente alla cessazione dell’attività lavorativa sia superiore a 48 mesi o nel caso di invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo;
  • riscatto a favore dei beneficiari in caso di decesso.

Si può chiedere l’anticipazione del capitale accumulato per:

  • spese sanitarie: erogabile fino al massimo del 75% della posizione maturata ed in qualsiasi momento (TFR dopo 8 anni);
  • prima casa per lavoratori o loro figli o ristrutturazione: erogabile fino al massimo del 75% della posizione maturata e dopo 8 anni di iscrizione alla forma di previdenza complementare;
  • altre esigenze: dopo 8 anni di iscrizione per qualsiasi necessità e senza dover motivare niente si può chiedere un anticipo fino al 30% della posizione maturata ed anche in questo caso è prevista possibilità di reintegrazione (possibilità non prevista per il TFR).

I dipendenti pubblici possono chiedere l’anticipazione solo sulle somme reali versate al fondo pensione, l’1% della retribuzione a proprio carico, l’1% a carico del datore di lavoro ed i rendimenti della gestione finanziaria. Infatti la GLP (Gestione Lavoratori Pubblici – ex Inpdap) versa materialmente il TFR ai fondi solo alla cessazione dal servizio. Inoltre ci si può trasferire da un fondo ad un altro non solo se si cambia lavoro ma anche se si vede che il fondo cui si è iscritti è cambiato radicalmente rispetto alle condizioni iniziali.

Il TFR “maggiorato

Infine quando si andrà in pensione si può chiedere la pensione complementare, chiamata rendita, calcolata su tutto il montante accumulato. Oppure chiedere il versamento del 50% del capitale accumulato tutto assieme, una tantum come si dice, ed il rimanente 50% in rendita. Se il 70% del montante accumulato dà una rendita  inferiore al 50% dell’assegno sociale, anche in questo caso si può chiedere il versamento di tutto il capitale. Poniamo il caso di un lavoratore che al pensionamento abbia accumulato presso il suo fondo pensione un capitale, detto montante, di  80.000 euro. Può chiedere che venga tutto trasformato in rendita mensile vitalizia, magari reversibile. Oppure chiede che gli venga accreditata la metà  sul suo conto corrente, cioè 40.000 euro ed il resto trasformato in rendita. L’assegno sociale per il 2014 è di 447.61 euro mensili, la metà 224 euro. Se il nostro lavoratore su 56.000 euro (70% di 80.000 euro) riceve una rendita di 220 euro mensili, cioè inferiore a 224 euro, la metà dell’assegno sociale, può chiedere di avere tutti gli 80.000 euro accumulati. In questo caso, non solo non avrà perso il TFR, ma ci avrà guadagnato in contributi del datore di lavoro, che altrimenti non avrebbe avuto, i rendimenti finanziari ed una tassazione agevolata. In più, se non ha devoluto al fondo anche il TFR pregresso, riceverà un altro assegno relativo al TFR maturato dalla data di assunzione a quelle di adesione alla previdenza complementare.

Allora si che la vecchiaia si prospetta meno amara.

Autore: Camillo Linguella – Il Punto, Giornata Nazionale della Previdenza (Articolo originale)

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