Opinione della Settimana

Pensioni: le riforme che fanno paura

Età pensionabile - Pensioni ImcNel sistema Paese Italia, modello di Welfare State in cui lo Stato gestisce numerosi servizi ed ha un ruolo importante nell’economia, la previdenza e le riforme sulle pensioni creano forti impatti su tutta la popolazione: questo perché nel nostro Paese la previdenza obbligatoria, sicuramente la più rilevante in termini quantitativi, è gestita interamente dal settore pubblico, e più precisamente dal noto INPS.

A causa della generosità delle pensioni erogate fino a qualche anno fa, che garantivano un tenore di vita simile a quello del periodo lavorativo, e della poca conoscenza del settore, la previdenza complementare non ha ancora preso molto piede in Italia.

Sono stati questi temi trattati durante la Giornata Nazionale della Previdenza 2014, organizzata presso il Palazzo della Borsa a Milano dal 14 al 16 maggio: numerosi stand di patronati ed assicurazioni e numerosi convegni su pensioni e welfare hanno animato queste giornate.

Come presidente di “NextPA – Associazione Studenti Bocconi”, associazione appena nata in università che tratta amministrazioni pubbliche e management pubblico, ho avuto la possibilità di partecipare insieme a Mara Squadroni, anch’essa fra i fondatori di nextPA, al convegno sulla riforma Fornero e il caso esodati, invitata da un dirigente INPS della regione Lombardia.

La linea guida dell’incontro è stata, a mio parere, una focalizzazione preponderante su alcuni concetti spesso ripetuti durante la mattinata: equità, democrazia, patto sociale fra Stato e lavoratori.

In particolare Fabrizio Benvignati, presidente CEPA, ha più volte sottolineato come tutte le riforme degli ultimi governi riguardanti le pensioni abbiano sempre cercato o di innalzare l’età pensionabile o di ridurre le quantitativamente le erogazioni ai pensionati. Soprattutto la riforma Fornero, oltre a seguire decisamente questo trend, ha causato un problema di fondamentale impatto sociale: il caso degli esodati, una categoria di persone senza reddito da pensione, perché senza i requisiti d’età dettati dalla nuova legge, e al contempo senza più un rapporto lavorativo, cessato poco prima della riforma in attesa dell’età pensionabile, ancora di qualche anno più bassa. Il dott. Benvignati ha trovato la causa di questo problema nella fretta con cui questa riforma è stata portata avanti dal governo Monti, dovuta principalmente al delicato periodo economico di quel momento. Nonostante ci sia poi stata la volontà sia del governo Monti che dei governi successivi di rimediare, la modalità con la quale si è cercata una soluzione è parsa assolutamente sbagliata al presidente CEPA; infatti non si stava cercando di risolvere il problema considerando dapprima i bisogni delle persone in difficoltà e poi le risorsi disponibili, bensì il contrario. È stato dato maggior rilievo alle grandezze economiche rispetto al principio dell’equità.

Un concetto più volte rimarcato anche durante il secondo intervento di Mauro Paris, direttore regionale INCA CGIL, è quello di patto sociale fra Stato e lavoratori che pagano regolarmente i contributi: se questo patto si scioglie, perché lo Stato non adempie più in maniera efficiente alla sua funzione previdenziale, si incentivano automaticamente illegalità e lavoro nero.

Sempre seguendo il filo conduttore dell’importanza dell’impatto sociale, l’ulteriore affermazione del dott. Paris è stata che “i diritti individuali non devono essere subordinati alla spesa pubblica” e così il destino delle persone non può essere in mano ad un ragioniere dello Stato.

Ultimo ad intervenire è stato Mauro Noris, direttore generale dell’INPS, che ha spiegato come i casi di riforme mal riuscite, che hanno creato più danni che benefici, solitamente siano quelle avviate di fretta, studiate di fretta, e per le quali nessun ente competente o altro attore sociale è stato minimamente coinvolto.

Durante tutto il convegno si sono ripetuti i termini equità, impatto sociale, diritto individuale e più volte è stata sottolineata l’inadeguatezza delle ultime riforme previdenziali. Eppure, da studentessa di economia quale sono, mi sono chiesta se realmente esse siano state del tutto errate e se, vista la generosità del sistema, si sarebbe potuta mantenere la legislazione precedente.

Ebbene la risposta è assolutamente negativa: lo status quo non è mai un’opzione, e così non lo è tornare al passato. Perché? Innanzitutto bisogna fare due considerazioni importanti: la prima è che il nostro sistema pensionistico è a ripartizione, il che significa che i contributi versati nel periodo t dai lavoratori vanno a pagare le pensioni dello stesso periodo t; la seconda è che risulta fondamentale considerare all’interno delle proprie riflessioni l’invecchiamento costante della popolazione italiana.

Per rispondere al nostro interrogativo ora consideriamo l’equilibrio del sistema: le pensione erogate al tempo t devono essere uguali ai contributi versati dai lavoratori al tempo t; se questo non avviene, si ha un deficit per lo Stato. Poiché l’esistenza del welfare state italiano è subordinato alla sostenibilità nel lungo periodo dell’economia dello stesso, si capisce che, continuando ad invecchiare la popolazione, si sono dovuti trovare dei metodi per andare a ripareggiare il monte pensioni, in aumento, con il monte contributi, in diminuzione. Delle tre strategie possibili, cioè abbassare le pensioni, alzare i contributi o alzare l’età pensionabile, è stata quasi sempre scelta la terza perché giudicata più equa.

Visto il problema demografico italiano, sappiamo bene che le riforme previdenziali sono state, sono e saranno fondamentali e avranno conseguenze negative sulla popolazione nel breve periodo, poiché presumibilmente le erogazioni derivanti dal sistema pubblico saranno sempre più basse. Come cercare di migliorare in qualche modo la situazione? Le alternative attuabili in questo momento sono due, a mio parere: la prima riguarda la capacità delle istituzioni di coinvolgere tutti gli attori e gli enti competenti, in maniera tale da prendere decisioni più responsabili e che cerchino di tenere conto, per quanto possibile, delle esigenze di tutti. La seconda è, considerato il trend decrescente degli importi delle pensioni, di cominciare ad agevolare le forme di previdenza complementare.

Concludendo, non ci si può soffermare esclusivamente sugli impatti sociali delle riforme previdenziali, né sull’esclusivo mantenimento dell’equilibrio finanziario pubblico: entrambe queste variabili, se prese singolarmente, rompono il più volte citato patto sociale. Il più alto obiettivo dei decision makers è quello di trovare il corretto equilibrio fra la sostenibilità economica e quella sociale.

Autore: Federica Bandera, NextPA – Tra i Leoni (Articolo originale)

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