Opinione della Settimana

Previdenza, ora il fondo può vincere

I comparti negoziali si apprestano a chiudere il semestre con un rendimento medio superiore al 3%, mentre l’inflazione ai minimi contiene sotto all’1% il Tfr. Risultati che potrebbero spingere le adesioni

Risparmio e previdenza ImcCon l’inflazione che viaggia sui minimi non è poi così difficile per i fondi pensione averla vinta sul trattamento di fine rapporto (tfr) che resta in azienda e che si rivaluta in base al 75% del costo della vita più l’1,5% fisso all’anno. In effetti in base ai dati raccolti da MF-Milano Finanza, i fondi negoziali si avviano a chiudere il primo semestre con un rendimento netto di oltre il 3%. In media la performance del periodo gennaio-maggio è stata del 3,18%, quasi cinque volte in più rispetto alla rivalutazione netta del Tfr in azienda, che nel periodo si è attestata allo 0,68%. Risultati che potrebbero presto superare il rendimento ottenuto in tutto il 2013, il 5,4% medio, contro il +1,7% del Tfr. Ma mentre lo scorso anno a dare una mano ai rendimenti erano state le borse, quest’anno i risultati più brillanti sono stati ottenuti da chi è riuscito a cavalcare la riduzione dello spread dei Btp. Con il governo Renzi è scattata la corsa all’acquisto dei titoli di Stato italiani facendo abbassare drasticamente il differenziale che dai 216 punti di inizio anno oggi viaggia sui 150-160 punti. Non a caso tra le linee di fondi negoziali raccolte da MF-Milano Finanza spicca il rendimento del 6,48% del comparto Garantito del fondo Byblos, seguito dal Sicurezza di Cometa con il 6,33%. Si tratta di due linee a contenuto obbligazionario. Ha registrato un risultato superiore al 5% anche il Bilanciato di Previcooper (+5,49%) e l’Obbligazionario di Mediafond (5,24%), oltre al Bilanciato di Quadri e Capi Fiat (+5,01%).

Ma adesso le cose si complicano perché i margini di ulteriore compressione dello spread si sono ridotti e le borse hanno corso molto. Per questo i gestori previdenziali attendono al varco il nuovo decreto sugli investimenti, che dovrebbe vedere la luce a breve, e che darà maggiori margini di manovra. «Peraltro il giudizio sui risultati va espresso con riferimento al lungo periodo. In Italia, dall’avvio dell’operatività delle forme pensionistiche si sono succedute fasi di accentuata turbolenza dei mercati. Ciò nonostante i risultati ne hanno risentito solo in parte», spiega Rino Tarelli, presidente della Covip nella Relazione annuale 2013, sottolineando che «le regole di settore, l’avveduto calcolo del rischio da parte degli operatori, gli interventi dell’Autorità di vigilanza, hanno consentito di mantenere sotto controllo il sistema». Dall’inizio del 2000, anno in cui l’operatività della previdenza complementare cominciava a essere significativa, a fine 2013 i fondi pensione negoziali hanno reso il 48,7% battendo il 46,1% ottenuto dalla liquidazione. Senza dimenticare i vantaggi di poter contare sul contributo del datore di lavoro e dei benefici fiscali previsti dalla legge. Anche se i fondi pensione non sono rimasti fuori dal rincaro della tassazione delle rendimenti finanziari con il prelievo che dal 1 luglio passerà dall’11 all’11,5%. Pur essendo un ritocco marginale si tratta di un precedente importante perchè finora i fondi pensione erano stati esentati da qualsiasi modifica sul fronte fiscale. In ogni caso i prodotti di previdenza integrativa continuano a non essere interessati dall’imposta di bollo, oggi pari allo 0,2% del capitale. Le adesioni però procedono a passo lento. Nel primo trimestre di quest’anno gli iscritti ai negoziali, agli aperti e alle polizze pip sono cresciuti soltanto dell’1,5% arrivando a 6,3 milioni, poco più di un quarto della platea potenziale. Una situazione che appare allarmante soprattutto tra i dipendenti pubblici. Secondo i dati contenuti nella recente Relazione annuale della Covip l’adesione dei dipendenti pubblici è stata finora modesta, coinvolgendo circa 160 mila lavoratori.

Proprio per rilanciare le adesioni e per favorire il raggiungimento di economie di costo e sinergie è in atto un processo di unificazione di due fondi destinati ai pubblici dipendenti: Perseo dei dipendenti di Regioni, Autonomie locali e Sanità e Sirio dei dipendenti dei ministeri e degli enti pubblici non economici. Lo scopo è quello di razionalizzare i fondi pensione del pubblico impiego che saranno ridotti a due: Espero, per la scuola, Perseo-Sirio per tutti gli altri dipendenti pubblici a contratto. Una platea di circa 2,8 milioni di lavoratori (1,3 milioni più 1,5 milioni). «Non è stata facile la strada di avvio dei due fondi pensione: l’incertezza economica, l’assenza dei contratti di lavoro, la congiuntura ma anche la scarsa consapevolezza e informazione tra i lavoratori non hanno contribuito a diffondere la convinzione sulla necessità di aderire a un fondo pensione usufruendo oltretutto del contributo del datore di lavoro. Eppure oggi tale scelta è indispensabile, soprattutto per i più giovani», spiegano dal fondo Sirio ricordando che il rapporto fra la pensione e l’ultima retribuzione, che fino a oggi è stato di circa l’80%, è destinato inevitabilmente a scendere al 50-60%. «Senza una pensione di scorta lo standard di vita dei lavoratori sarà compromesso. Inoltre, a fronte di un’inflazione annua che sta toccando minimi storici, il convincimento di tenere al riparo il Tfs, la propria vecchia liquidazione, sta venendo meno. Infatti», concludono da Sirio, «con l’adesione alla previdenza complementare e l’automatica trasformazione del Tfs in Tfr, quest’ultimo sta dando risultati molto più soddisfacenti, anche se si volessero prendere in esame le performance degli ultimi 15 anni».

Autori: Roberta Castellarin e Paola Valentini – Milano Finanza (Estratto articolo originale)

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